(a)mo.ti.con (te)

mercoledì, 01 luglio 2009 in: divertissement, romance, astruse astrazioni
La realtà incollata di questi primi giorni di vera estate non riesco a lavarla neanche con due docce al giorno;

neanche indossando pensieri più leggeri, sorrisi meno affettati e affrettati.

Resta un adesivo permanente che vela i miei occhi e troppo spesso mi impedisce di vedere la fine.

forse odio l'estate perché appare silenziosa e pacifica, quasi un traguardo al termine di una lunga e faticosa maratona.
detesto l'insulsa sceneggiata del ferragosto che intorta le menti fingendosi una brezza climatizzata sulle sponde del mare, e invece è fatto di sedili sudati e canzonette impoverite, in attesa di qualcosa che non arriva perché è già qui, ed era anche a casa tua senza bisogno di andare a cercarlo come coglioni in coda verso una località marittima.

ma odio l'estate anche perché regala celebrità agli ottusi, oscurandogli la pelle con lo stesso fumo che aspiriamo dai giornali vuoti di pagine bianche tutte uguali.

odio l'estate perché mi rende emo-tivo ma in maniera fastidiosamente liceale. preferisco l'inverno che strozza i respiri gelidi dentro una sciarpa.

preferisco l'inverno perché non pretende di essere niente: è solo freddo e qualche volta neve. E allora puoi costruirlo come preferisci, farlo scivoloso e sciistico, farlo fantasiosamente romantico e naif.

persino il disordine, in inverno, è un delizioso e shakespeariano caos di forme belle.
In estate il disordine é disordine.

A luglio il disordine è sciatteria.

Così raffreddo l'aria e spero che si raffreddino i pensieri, per spingere il mio cervello a riscaldarsi di più.

perché l'afa mi rende astioso ed emotivo.

e luglio è l'araldo della mia astiosità.

fortunatamente non vado a cercarla in coda verso la sabbia nelle scarpe: mi basta allungare la mano e ritrovarti accanto.

mi basta un tuo sorriso. mi basta anche solo il tuo viso.

per essere un sorriso. per essere dicembre.

mi fai nevicare la testa.

mi fai nevicare i pensieri fino a renderli dolomitiche certezze di ghiaccio.

per il sudore della pelle c'è sempre il climatizzatore.

e se la meccanica non basta, vuol dire che sono bagnato di te.
il ché rende persino i miei pensieri offuscati una nitida certezza.
Simone, minimal 22:13 | commenti: commenti (popup)

La Scomparsa di Berlusconi

lunedì, 22 giugno 2009 in: divertissement, esperimenti letterari, termopolitica
Confesso di essere in ansia.

Il nostro paese (e non solo, pure gli altri.. la Gran Bretagna, la satira americana e buona parte della stampa spagnola) ruota attorno a Berlusconi.

Siamo coinvolti in una sottorazza di reality mischiato con la vera e cara fiction d'autore, quella con Vianello e la Mondaini, per intenderci.

E, come con Raimondo e i suoi tentativi di violare giovani e procaci ventenni, pure noi ridiamo e scherziamo con il nostro caro Premier, che organizza festini all'insaputa della moglie nelle sue ville sparse in italia.

Sul pais pubblicano le foto di Topolanek con il dott. Battiloca in bellavista, poi noi le censuriamo stile dittatura cinese e le ricerchiamo disperatamente su internet.

Infine ecco che tutta la nostra satira ruota attorno a Silvio, a quella ormai ricca cornuta della moglie (che i giornali di destra additano come gran bagascia ormai passata di moda, cosa peraltro che non sposta il fatto di dubbia moralità che il nostro premier frequenti mignotte da ormai tempo immemorabile) ed al dott. Battiloca di Topolanek, primo ministro della repubblica Ceca e prossimamente sugli schermi con "Mirek e Rocco sbarcano in slovacchia".

Insomma sono in ansia.

Perché temo la crisi economica quando il caro Silviolo lascerà la scena internazionale:
Grillo che muore suicida dentro la sua Prius;
Luttazzi che torna a studiare medicina;
I fratelli Guzzanti che fanno pace col padre e si scoprono anche un po' democristiani;
Santoro che se la prende con Franceschini e il suo fastidioso accento ferrarese;
Fede che viene trovato morto sotto la Prius di Grillo;

Comici tutti senza lavoro, Apicella che torna a novantanni a suonare nelle navi (le tonnare però), i comunisti che ormai non si ricordano neanche più cosa vuol dire "comunista": pensano sia solo "antiberlusconi" e quindi si sciolgono perché non hanno più uno scopo nella vita.

I tedeschi, che ce l'avevano quasi fatta a convincere il Trentino a passare la frontiera devono rinunciare a pochi metri..

La sardegna che ormai s'era venduta grazie a Tremonti ora la rivogliamo e dobbiamo pagare il doppio della caparra alla Germania (che così si rifà della perdita del Trentino)

La giustizia italiana incartata con tremila leggi salva premier, salva silvio, salva tutti-quelli-che-vivono-ad-arcore, non riesce più a mandare in carcere nessuno, neanche gli innocenti.

Improvvisamente tutti si ricordano un mattino che c'era anche il presidente della repubblica nella nostra costituzione e corrono a casa sua, salvo trovarlo morto in bagno. da un anno.

Fallisce l'azienda che produce cravatte a pallini.

Noemi festeggia il suo trentesimo compleanno in pizzeria con tre amiche.

Tutto questo perché Silvio se n'è andato.

Ecco perché credo sia necessaria una legge ad personam per Silvio: salviamo Silvio, mettiamolo in sicurezza, (non come a Villa Certosa che chiunque può sparargli..diononvoglia) tipo in una sfera artificiale con una città artificiale con attori e veline che lo assecondano, senza comunisti, senza giornali di sinistra, con i giudici che lo chiamano "sua Santità" e non lo condannano mai.
Lui sta sereno, tranquillo, ogni tanto lo mandiamo ad un finto parlamento europeo dove dice le sue barzellette razziste, poi gli facciamo credere di frodare il fisco e di usare i voli di stato per i suoi loschi traffici (in realtà vola con Alitalia) e così campa cent'anni.
Mills testimonia a suo favore tutto il tempo e su cose inutili (tipo che è stato in bagno, che si è rasato, che ha comprato mille cravatte a pallini).
A condurre questo meraviglioso reality ci mettiamo Grillo, Santoro e Luttazzi, così sfamano i figlioli.

I Guzzanti invece li lasciamo tutti in pace, che dopo anni di litigi è bello vedere una famiglia finalmente riunita.
Simone, minimal 12:47 | commenti: commenti (popup)

Eroi, nani, avvocati e critici d'arte

L'altra notte stranamente avevo meno sonno di Pru, il che mi ha permesso di vedere la puntata finale di Heroes.

Da allora il mio cervello registra un costante, impercettibile disagio nell'accostarmi agli orologi, per paura di sentire che sono in ritardo di pochi minuti, qualche ora o diversi giorni.

Disagio amplificato dalle costanti tempeste elettriche che investono casa provocando, veramente, il dirottamento delle lancette verso minuti e ore cui l'uomo non era mai giunto prima.

Così, rischiavamo di far tardi, ieri, alla serata in piazza santissima annunziata condotta da Philippe Daverio (neanche sto a spiegare a chi non lo conosce la sua identità: non è realmente importante; sappiate solo che non potrete mai essermi veramente amici).

Dall'alto del suo cravattino giallo su camicia rosa e imburrandosi continuamente la lingua di Vodka per darsi un contegno, Passepartout ci ha condotti attraverso le epoche in cui gli uomini ricchi pagavano gli artisti per dipingere il futuro: alcuni compiacevano i ricchi, ed erano artigiani; altri facevano qualcosa di assolutamente geniale ed incomprensibile, ed erano i guru; altri infine ritraevano realmente il futuro, ed erano sciamani.

Oggi a nessun ricco frega nulla di sciamani e guru (sicuramente comunisti e comunque perlopiù extracomunitari clandestini), cercando solo il compiacimento dal sapore unicamente artigiano.

Non si sottrae a questo assioma il nano divoratore di mondi, sopravvissuto grazie alle sue stesse forze ed alla sua ingegneria giuridica alla condanna dei Giudici di Milano sul processo Mills.

I Giudici hanno accertato che l'avvocato inglese avrebbe preso mazzette da Berlusconi (no, non è un omonimo, proprio dal nano) per testimoniare il falso; e l'hanno incarcerato.
Avrebbero incarcerato pure il nano e credo anzi vogliano farlo, non appena la Corte Costituzionale avrà detto che il Lodo Alfano è una scoreggia legislativa inaspirabile.

Silviolo si difende a modo suo: chi è contro è comunista. Lo ammiro molto perché ha il potere di vedere i comunisti laddove io non ne vedo (purtroppo) più da tempo immemorabile.

E così, mentre Daverio si dichiara fiducioso in una rivoluzione artistica e sociale (con l'Italia di oggi è già pure troppo avanguardista una puntata di Teletubbies, figuriamoci i Macchiaioli) e quindi in una nuova sinistra culturale, il Nano mostra a tutti il tagliauovo all'ingresso dei supermercati: la gente si ferma, si stupisce delle fette perfette pronte per l'insalata, e lo compra contenta.

In tutto questo non dimentichiamoci di Heroes: Nathan è Sylar, solo che non sa di esserlo. Ha i suoi poteri ma non i suoi ricordi.
Qualcosa affiora in prossimità degli orologi, come una vaga reminiscenza.

Così, mentre fisso la pendola che batte le 10:20 mentre sono (almeno credo) le 23:27, penso a Daverio, che magari un tempo era Porco Rosso (personaggio bellissimo di Miyazaki) che sorvolava l'adriatico lottando contro i pirati e oggi ha il cravattino e ci dice di aver fiducia nell'arte e nei suoi sciamani.

  Provo a crederci, perché la sinistra è fatta di gente che spera che le cose accadano, mentre la destra è fatta di gente che dirotta le cose perché vadano nel verso che dicono loro. quello sbagliato.
Simone, minimal 23:31 | commenti: commenti (2)(popup)

Il Mare

lunedì, 18 maggio 2009 in: valigie in tasca, astruse astrazioni
Domenica mattina ho visto il mare del sud.

Non sono un appassionato di mare e neppure di estate. Una stagione che fa sudare di felicità molti, a me fa sudare e basta.

Credo possa essere cinismo il negarmi una giornata tra sabbia e acqua salata in compagnia di altri duemila individui vestiti di occhiali da sole e tessuti sintetici.

Mi sforzo di pensare che in realtà mi piaccia il mare, ma detesti le persone. Tornerebbe in effetti, dal momento che queste ultime mi infastidiscono anche in coda per la seggiovia sul monte Bianco.

Eppure, domenica mattina, quando il mare l'ho visto dall'alto, quando l'ho riconosciuto dal beccheggio leggero delle barche nel porto, mi è piaciuto.

Ho pensato, per un momento, che passare la vita appoggiato alle rive di un mare deve essere tutto sommato molto bello. Molto ricco.

Mi sono visto con una camicia di lino e gli infradito; un largo cappello e le braccia abbrustolite da mesi di sole e di sale.

Mi sono visto pranzare in terrazza, con il vento fresco che viene dalle isole lontane, mentre si sentono i gabbiani e le voci dialettali sommesse della gente che già sorseggia il caffé.

Ho pensato, per un momento, che in fondo mi sbagliavo e il mare mi piaceva.

Ho pensato di riprovarci, di passare un'estate al mare e vedere come va.

Mi sono preso un appunto, per il 2015 posso provarci.

Scrivo qui il mio intento, così,se il mondo finisce nel 2012, posso dire di averci quantomeno provato.
Simone, minimal 15:03 | commenti: commenti (popup)

Lyrics

venerdì, 01 maggio 2009 in: musicalmente
Se avessi i vestiti del cielo
Coperti di oro e d'argento
Della luce del giorno
E del blu della sera
Verrei a posarli ai tuoi piedi

Ma io non ho nulla
E ho solo i miei sogni
E ho posato i miei sogni ai tuoi piedi
Allora ti prego cammina leggera
Perché adesso sei sopra ai miei sogni

(Cisco - I vestiti del cielo)
Simone, minimal 12:28 | commenti: commenti (popup)

Spirited Away

venerdì, 17 aprile 2009 in: musicalmente, romance, esperimenti letterari
Vetri smerigliati di pioggia, sopra ruote sdrucciolevoli e una musica di carillon.

il mio ritorno ad una casa vuota non poteva essere più evocativo.

e così, mentre sognavo ad ogni tunnel di uscire sotto la calda luce di stelle sconosciute,sono caduto dentro una sorta di epifania dimensionale dove il rumore non esiste se non per essere risuonato in chiave acustica.

adesso mi stanco sulla sieda pieghevole delle una e un quarto, sicuro che qualunque cosa possa leggere non durerà una punteggiatura.

e allora mi rifugio tra parole sconosciute scrivendole e pensandole scritte da un'altro cuore (apostrofato, stavolta, con cognizione di causa).

pensare di leggerle come se avessero su ancora le sbavature di gelatina blu frutto di qualche pennino moderno e aereodinamico, nemico della carta ruvida, mi riaccende quel piccolo carillon di cartone che mi suonava nella testa quando il tergicristalli davanti al mio naso ballava un lento elettronico.

e sorrido di sonno.

(sotto l'effetto onirico delle note di Hisaishi, Music Box, Flying Express Delivery Service)

buonanotte a chi la notte non riesce a dormirla, come me stasera.
Simone, minimal 01:21 | commenti: commenti (popup)

Eris Quod Sum

martedì, 14 aprile 2009 in: esperimenti letterari, per una sberla di libri
Ero un lettore di libri per finta.
Un assiduo frequentatore di librerie, tesserato Melbook, Feltrinelli, Giunti editore, corriere dei piccoli.

Compravo molto e leggevo niente. Un buon compromesso lontano dalla crisi economica e che riempie la tua libreria per gli ospiti a cena.

Poi sono arrivati  i blog, gli scrittori di blog, quelli che, dopo il blog, ci fanno anche il libro.
Quelli che ne fanno pure due, di libri.

E allora ho capito che leggere e scrivere sono due binari di un treno: vicini ma destinati a non incontrarsi mai.
Perché leggere ti rende consapevole, forse, delle belle sfumature consonanti e della vocalità distratta di citazioni intelligenti.
Leggere ti rende presuntuoso, un piccolo allenatore da fantacalcio rinchiuso nella cellulosa che odora di inchiostro.
Penso che potrei scrivere e scrivo, apro un blog e scrivo e credo sia bello. Penso che scrivo perché ho letto e leggo ancora di più.
Errata corrige: compro di più, libri che poi non leggo ma riempiono la libreria e la gente a cena mi crede più intelligente di lei.

Anche io, a cena, noto per prima cosa i libri sui comodini e sulle pareti: ho imparato, da tossico dell'acquisto vacuo, a notare i piccoli segnali che distinguono se lo hai letto davvero, il libro.
Un segnalibro, le pagine arricciate, una pagina allentata dai cardini della rilegatura durante una nottata molto lunga.

E immagino questi lettori fintamente tali che criticano i volumetti scritti male e poi aprono un blog per ostentare l'intelligenza che la stessa lettura ha provocato.

Scrivo e mentre scrivo credo che questo sia il massimo delle libertà possibili, come stampare una bestemmia cento volte e spedirla al Vaticano, nella speranza che susciti una risposta internazionale da telegiornale americano.

Invece la lettura è una cosa (buona o brutta che sia); scrivere è tutto un altro paio di maniche.
Pensare di scrivere perché si legge è un'utopia da stilografica.

Così, da sempre, non leggo. Leggo poco. Leggo male. Fingo di leggere perché le persone, se scrivi e non hai letto, pensano che tu sia un ignorante a prescindere.

Voglio l'analfabetismo in lettura. Una malattia autoimmune incurabile che mi impedisce di leggere, scrivendo senza poter rileggere ciò che ho scritto.

Restituirei tutte le carte sconto delle librerie, non mi sentirei attratto dai titoli intelligenti e dalle copertine che ostentano semplicità.

E sgombrerei la vista di tutti questi blog, che infognano i miei preferiti come la libreria del salotto.

Così, alle cene, si parlerebbe meno, si mangerebbe di più e tutti a letto presto.
Con cattiveria.
Simone, minimal 14:49 | commenti: commenti (5)(popup)

Dispensa di pensieri

lunedì, 06 aprile 2009 in: romance
ho una finestra piccola e rettangolare, sul tetto mansardato di questo mio studio.

una caligine fitta di pensieri che benda tutta Firenze, fuori dalla piccola e rettangolare finestra.

questo bendaggio stretto non lo sopporto più, un po' come il gesso dopo venti giorni, ché ti gratti con i ferri da calza e vorresti scorticarlo. e finisci solo per scorticarti.

ho bisogno di una vacanza da tutto questo. di fermare le ore, di portare un cestino con due piatti e una bottiglia di vino su un prato.
distendersi e distenderci.
senza cellulari che recitano sincopate monografie, senza scadenze scadute e dimenticate, senza mondanità obbligata.

solo noi e un prato di erba: disegnarci le mani, scoprirle più grandi, trovarle più grandi.

e dire solo cose che sappiamo già, per il gusto dei vecchi sapori di una volta, senza dover inventare niente e senza saper reinventare nulla.

poi rigarci le guance con la piega di un cuscino improvvisato, guardarci negli occhi senza aspettative, solo con certezze di carezze.

e sentirci sdolcinati e imbarazzati, ma non imbarazzarci per niente e ridere delle occhiate che ci lancia la gente di passaggio, su quel prato.
la gente che risponde alla chiamata di una suoneria stupida e intanto deride la meraviglia dell'ovvio, gelosa della semplicità e orgogliosa dei sofisticatismi che è riuscita a raggiungere con fatica.

un bacio. quelli che tolgono il fiato e lo soffiano dentro parole soffici, gonfiandole fino a farle volare su, in alto, in questo cielo grigio come la cenere del caminetto al mattino.

e come ogni palloncino, scoppiare per la pressione di tutti quei pensieri accalcati, liberando il respiro dei nostri baci in alta quota. fino a far sorridere lo spazio.

ho una finestra piccola e rettangolare, sul tetto mansardato di questo mio studio.

una caligine fitta di pensieri che benda tutta Firenze, fuori dalla piccola e rettangolare finestra.

guardo nel grigio e vedo una nuvola sorridere: il tempo si è fermato.
è meglio controllare di persona.
Simone, minimal 11:48 | commenti: commenti (2)(popup)

Ponyo sulla scogliera

lunedì, 30 marzo 2009 in: cinemini
Sabato, durante una torrenziale pioggia marzolina, siamo entrati al Fulgor, per vedere un'altra pioggia.

quella pioggia spaventosa e immaginifica di colori e disegni chiamata Miyazaky.

stavolta Hayao ha dato un nome al suo animo bambino: lo ha chiamato Soske. un ragazzino di cinque anni, con una barchetta grande quasi quanto lui che si muove grazie ad una candelina di cera.

Soske, un ragazzino che abita in una casetta a picco su una scogliera di qualche strano agglomerato di isolotti giapponese.

Soske, che trova svenuto un pesciolino rosso, lo mette dentro un secchio verde pieno d'acqua e lo chiama Ponyo.

Nella sala silenziosa c'erano bambini che giocavano ad esser grandi, nelle prime file distanti dai genitori.

Mentre Miyazaky giocava ad esser sempre bambino, con la piccola Ponyo e la sua scogliera sventagliata da piogge e tsunami.

Tsunami che non fanno paura se disegnati da Hayao.

Oggi tossisco e mi sento la febbre, per ogni singola goccia di pioggia presa sabato. Ma ne è valsa la pena.

Basta ripensare un secondo al mondo disegnato e dolce di questo grande maestro dell'animazione giapponese.


Simone, minimal 12:51 | commenti: commenti (popup)

Nostalgie Digitali

mercoledì, 04 marzo 2009 in:
Da piccolo avevo un computer molto piccolo, un olivetti per la precisione.

Ci giocavo a "Battaglia d'Inghilterra", una sorta di battaglia navale senza le navi; difatti non era molto divertente.

Poi mi sono evoluto e mi hanno comprato l'Atari (sia mai che toccassi un'amiga, la sorella del peccato, o un Commodore, il fratello cattivo del peccato).

L'Atari aveva lo schermo in bianco e nero ma per masochismo i giochi funzionavano solo a colori.

Sicché per giocare dovevo prendere l'atari e attaccarlo alla televisione, solitamente quella di cucina.

I miei non volevano mai che attaccassi l'Atari alla televisione di cucina, generando scuse casuali perché io non spostassi mai l'Atari dal suo luogo d'origine.

Però, in occasioni speciali (Natale, Capodanno, la morte del Papa) capitava pure che mi concedessero di giocare con l'Atari.

Avevo come giochi: un flight simulator di quelli professionali, che io non riuscivo neanche a decollare e il cesna faceva prrrrr e mi disegnava il vetro rotto; un gioco chiamato "StarGlider" con una musichina tecno che te la raccomando, ambientato in uno spazio bidimensionale dominato da poligoni e rette; un gioco quasi normale con un omino che doveva superare dei livelli, ma io non ci ho mai giocato o quasi perché mi pestarono per sbaglio il floppy e dopo mi faceva solo le righe e prrr come il cesna del simulatore.

Io però mi divertivo lo stesso, sognando il giorno fortunato in cui avrei finalmente avuto un Personal Computer.

Arrivò finalmente un incredibile 386 con lo schermo a colori: strategicamente però, mio padre lo mise in casa dei nonni.

Mai visto così tanto i nonni come in quegli anni: ad un certo punto mia nonna la chiamavo per nome, tanto eravamo in confidenza.

Sul 386 giocavo a SimCity, il primo: finivo i soldi alla terza casa, non mi veniva nessuno in città e andavo a puttane dopo pochissimo ero in fallimento.
Perlomeno non spernacchiava.

Dopo poco arrivò pure il Flight Simulator, quello nuovo: non credo di averlo mai installato.

Gli anni passarono e arrivò Internet, le riviste di VideoGames e i Forum.

La scoperta di un'intera società che aveva subito quello che avevo subito io era gratificante e coinvolgente.
Mi ci appassionai subito.

Poi la comunità virtuale faceva diventare qualcuno anche chi non era nessuno: bastava si parlasse sempre di lui.
Una roba che Silvio deve averla fatta analizzare estraendo la radice del suo successo.

E infine il Blog, dove la comunità praticamente non esiste e dove fingi di scrivere per te stesso ma in realtà speri che qualcun'altro ti legga.
Ti leggono e però ti fanno prrr come il cesna, maledetto lui e le sue eliche merdose.

A coronamento di tutto oggi c'è pure Facebook, metodo di catalogazione e classificazione che ci consente di essere amici di tutti senza doversi sforzare troppo per tener saldo il legame: ci pensa lui a ricordarti di fare gli auguri al tuo vicino di casa, non occorre più suonargli il campanello.
Pure il panettone e lo spumante li invii virtualmente, insieme al biglietto di auguri per l'anno nuovo.

Dopo trentanni finalmente non devo più supplicare per spostare il computer in cucina e giocare a StarGlider (e neanche organizzare finti attentati ad alti prelati): non capisco allora per quale motivo quando ripenso a quei momenti, provi una sorta di nostalgia.

Nostalgia di che?
(prrrr)
Simone, minimal 19:48 | commenti: commenti (1)(popup)