Ogni singolo giorno

lunedì, 29 gennaio 2007 in: romance, esperimenti letterari
Due sul treno.
Uno di fronte all'altro.

Il treno viaggia.

Due sul treno: lui legge, lei ascolta della musica.
Uno di fornte all'altro.

Si fissano.

A questo punto tutto può succedere.
Un solo sorriso accennato, d'intesa.
Magari lei che nota il libro e lo ha letto.
E lo dice a lui.

Una conversazione.

E poi parlare della musica e scoprire che hanno gli stessi gusti.
E poi scoprire che il treno va nella stessa direzione per entrambi.

Si fissano.

Dio, potrebbero non parlare. Potrebbero restare immobili nelle loro vite e non scambiarsi neppure quell'unico cenno.
Sarebbe un disastro silenzioso.

Potrebbe entrare qualcuno nella carrozza e interrompere il ballo.
Magari un personaggio ingombrante come una valigia, che ti si pianta di lato e si apre, lanciando ovunque cappotti e calzini.

L'idillio sarebbe finito.
L'ingombrante parla con lei e lei risponde.
E lui a quel punto non sa più se è giusto dire qualcosa.
Non la dice.

Il treno continua a rullare sui binari. Di stazione in stazione.
E finisce che loro non vanno nella stessa direzione.
Lui ferma duecento chilometri prima di lei.
Scende le scale del sottopassaggio.
E al terzo scalino la dimentica.

Fine.


Oppure no.
Niente ingombrante valigia di parole.
E lei nota il libro.
E lui coglie una nota della sua musica.
Si accordano.
Parlano.

Scendono insieme. La stessa stazione.
Sugli scalini del sottopassaggio già si tengono la mano.
E appena fuori dalla stazione lui la bacia.

Poi si trovano un anno dopo sullo stesso binario.
Sullo stesso treno.
E ridono del personaggio ingombrante che dispensa camicie e calzini.
Si amano.
E la mano di lui carezza il ventre di lei.

365 giorni se li conti sono dispari.
Forse sarebbe meglio festeggiare mille giorni, o cinquecento.

Non c'è una scelta per ogni giorno.
Si festeggia quella scelta di parlarsi. Di parlare del libro e della musica.
Di cominciare un dialogo e terminarlo con un (si).

Questo è il senso. Di tutto.

Ogni singolo giorno è il tutto.
Silenziosamente, costruire.
Simone, minimal 12:40 | commenti: commenti (popup)

e se per esempio (per esempio)

giovedì, 25 gennaio 2007 in: romance, esperimenti letterari
e lunghe ore a parlare di tegolini e soldini, di Montale e Silvestri, di viaggi e parenti.

e l'attesa alla stazione con ogni binario che si spera sia quello giusto, e sperando di sentirti e di vederti.

e il tempo è tiranno negli scioperi, due sorsi di vino e sgurdi contro il muro giallo.

e tu che guardi di lato con le gote rosse dal freddo e le gote rosse dall'emozione.

ed io che sciorino parole e parole negando di apprezzare cantanti e giocando col tuo cappello.

e poi ancora parole che si scrivono perchè non c'è la voce, perchè sappiamo contare fino ad uno.

e le cose in comune sono una canzone, ballando tra le rime, come un piccolo Romeo e una minuscola Giulietta poggiata alla finestra di una via coi sanpietrini.

e mi racconti del futon e di amici di cui immagino le voci, di cui ascolto le voci, a breve.

e si costruisce a piccoli sorsi interrotti, come i malati di cuore, un muro e poi altri tre
che diventano casa, che profumano di vernice fresca.

si spunta la matita intera, e la neve porta in sé l'odore di Primavera, tanto che credevo fosse il ventuno marzo.

suoniamo il piano a 4 mani e non osiamo pronunciare i nostri nomi.
Non ancora.

Ci limitiamo a fissarli, compiaciuti, sul telefono, accanto ad un numero.

Siamo ombre sul marciapiede della vita, siamo ombre della stessa figura, siamo foto in movimento, siamo cartoline di noi stessi, siamo sdraiati a mangiare pizza e poi a prendere il sole nel parco urbano;
siamo sonno e siamo fame, siamo gatti e siamo testi di vecchie canzoni, siamo Maggio e siamo Neve;
siamo un pensiero stupendo, siamo l'acqua calda e spiaggia e niente scogli;
siamo lunghe ore a parlare di Mafalda e Charlie Brown e la scuola, siamo la nostra libreria e i nostri nomi sulle prime pagine;
siamo viaggi e scarpe;
siamo nomi di bambini;
siamo silenzi;
siamo rumore;

E se per esempio (per esempio) volessi mettermi in contatto con te?
Simone, minimal 12:48 | commenti: commenti (popup)

Paesi in Sosta

lunedì, 22 gennaio 2007 in: esperimenti letterari, valigie in tasca
Freccia verde e direzione sicura.
Tanto che fisso la freccia verde e la direzione ogni due minuti.

Strada dritta, distinta dalle altre per il colore.
Riflesso azzurro, come per il platino.

Ma si preferisce l'oro. E giallo.

Paesi in Sosta è una località che non esiste perchè la mappa non è aggiornata.

E' fatta di case tutte uguali, di macchine ferme ai lati della strada.
Un leggero strato di nebbia, senza vento.

Il Paese in Sosta non si muove, non si distrae.
Fissa la freccia verde e la strada azzura su cui cammina.

Ma in realtà nessuno si volta. Le macchine restano ferme, ai lati della strada.

L'inedia mi insospettisce e fisso la freccia verde e la direzione.
Tutto bene, ma meglio esserne sicuri.

Siamo in mezzo al niente, e la freccia verde corre tra i prati.
Una sorta di prato giallo e la strada, fatta di persone che non ti fissano e di macchine che non si muovono d'improvviso ci manca.

Siamo fermi o ci muoviamo.
Nono, ci muoviamo, la freccia verde parla chiaro.

Il Paese in sosta è già passato e con lui quel lenzuolo di nebbia.
Il Paese in Sosta non esiste.

E' un errore delle mappe. Mancanza di un aggiornamento adeguato.

Fisso la freccia verde e il campo giallo.
Siamo vicino alla vecchia rotta.
La strada ritorna e con lei il color platino.

Una voce ci segnala che siamo di nuovo sulla giusta rotta.
Lo sapevamo, sapevamo la strada. Non avremmo mai sbagliato.

Ma la voce ci rassicura.
Sappiamo il nostro cammino e anche se ci sembra di attraversare campi di grano secco, è solo una finzione.
Un deeja-vù.
Ricordi di anni passati, stesso giorno stessa ora.
Ora è oro, E la freccia verde, per quanta sicurezza ti dia, ricorda male.

Dove prima c'erano campi, ora c'è una strada. Una strada dritta.
Sappiamo dove andiamo e da cosa ci stiamo allontanando.

E sorrido, perchè i Paesi in Sosta sono un ricordo nel lenzuolo della mente.
Ricordi di cui non tengo neanche la guida o la cartina tra i cassetti della libreria.

(devo smetterla di giocare col GPS però)
Simone, minimal 11:00 | commenti: commenti (popup)

Tecnologie Alternative

mercoledì, 17 gennaio 2007 in: divertissement, tecnologie
Chiamano al Call Center della Microsoft.
L'utente spiega che il suo "porta-tazza", in dotazione al pc è rotto.
Ne chiede la sostituzione.

La voce sconcertata dell'operatore cerca di far luce sul misterioso accessorio.

Dopo una lunga incomprensione si scopre che il "porta-tazza" in realtà era il lettore Cd-Rom.

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Questa qui è una delle molteplici leggende ironiche che circolano fin dagli albori di Internet.

Non so se sia vera, ma ammetto di averci strappato una risata la prima volta.

E comunque il lettore cd del computer non era poi molto utilizzato.
Tutti erano schiavi del floppino.

Oggi le penne USB hanno completamente avvolto nella polvere il lettore di floppy disk, ormai in completo stato di abbandono.

Per cui suggerisco una campagna per il riutilizzo di tale lettore, un po' come il "porta-tazza" del call center.

E in attesa che pure il cd-rom finisca nel dimenticatoio, suggerisco un ottima alternativa:

Simone, minimal 12:16 | commenti: commenti (popup)

Una vita da Bacini

martedì, 16 gennaio 2007 in: teledipendenze, esperimenti letterari
Atto primo scena prima:

una donna entra in ospedale. Sembra sia malatissima.

Non si capisce cosa abbia.

La cosa strana è che peggiora, anzichè migliorare.

In realtà la donna si finge malata. Per essere al centro dell'attenzione.

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Atto primo scena seconda:

A sorpresa la donna è davvero malata.

E quando lo scopre si accorge che non è così bello come sembra.

Fine.

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Non ricordo bene dove, quando e come. Sostenevo la nocività delle metafore.
Continuo a sostenerla, a spada tratta.

Questa sopra, difatti, non appartiene al gruppo infame, contro cui combattiamo ogni giorno.

Questa sopra, difatti, è una puntata di House.

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Il passato è una brutta bestia.
Specie se dentro ci sono pure i fagioli.

La verità è un'altra storia.

Possiamo scegliere canzoni tristi, vestirsi con le sciarpe e fare gli scapigliati, quelli contro.
E dire che il mondo ci ha fottuto.
Si amico, ecco la verità: siamo nati dal buco del culo, ci hanno fregato.
Ci hanno fregato al'inizio e ora è troppo tardi.

Pure la mia gatta si dispera.

Possiamo essere disadattati e sforzarsi di esserlo quanto più possibile.
Fare gli sfigati per destino, quando invece lo si è per scelta.

La fregatura a quel punto è vincere la lotteria, e non poterlo dire a nessuno.
Perchè, che ti piaccia o no, il tempodela sfiga te lo hanno tolto, rubato.
Il tuo tesoro.

E allora di un gran passato, di frasi dense cosa ti resta?
Un diario e delle foto?

I testi di canzoni che solo tu conosci?

Forse.

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Avevo quindici anni e provavo ad essere parte di tutto questo mondo.
Non volevo essere niente di alternativo.

Ascoltavo musica da disco e mi vestivo coi jeans e la felpa di pile.

E i fricchettoni mi deridevano.
E quelli normali pure, perchè se la sfiga ce l'hai dentro non devi per forza tenerti la barba lunga.
(magari l'avessi avuta.. neanche un pelo fino ai vent'anni)

Facevo parte di quelli che avevano tutto. E per questo ero il più triste.
Potenzialmente.

Perchè cercavo di tirarmi su. Mi fingevo felice.
E quindi se hai tutto e sei triste, sei uno sfigato.
ma non c'è niente di peggio che essere ritenuto uno che ha tutto, esserne triste e fingersi felice.

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Dunque si vince alla lotteria e tutto cambia.
La gente ti guarda come se non avessi mai fatto parte di quel giro.
E tu senti una gran rabbia perchè loro che cazzo ne sanno.

Ma essere felici raddrizza le torri, dicono a Pisa. (contenti loro)

Prima mi fissavo su cosa pensavano gli altri di me.
E fingevo di essere ciò che non ero.

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I più acuti troveranno dubbia la scena iniziale della donna malata.

Ma quelli veramente geniali, quelli che c'hanno la luce dentro, forse ci avranno visto un po' di sé.

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Ora la domanda è: meglio una vita da bacini o bacini per la vita?

Sicuramente entrambi meglio di una vita da Baccini (che cantava di Andreotti, ricordate?).
Per i medici credo che una vita da bacino sia una ripetizione.
Simone, minimal 21:56 | commenti: commenti (popup)

I fratelli Grimm e le belle fiabe di una volta

venerdì, 12 gennaio 2007 in: divertissement, esperimenti letterari
C'era una volta l'inverno.
Quello freddo, quello colla neve e il diaccio. Quello che ti potevi mettere ogni cosa sopra, pure il pelliccio di renna: ma lui nulla, un buco dove entrare lo trovava, e ti fregava con il temibile rino-virus e pure l'influenza.

L'influenza.
Ve la ricordate? Quella che ti viene la febbre e il comodino si riempie di fazzoletti appallottolati; Quella che ci evitava le interrogazioni e magari la nonna ci faceva un regalino, perchè gli si faceva pena, poverini.

L'inverno era ricordato solo per questo: la gente non voleva stare fuori, preferivano tutti le case, il riscaldamento, il letto con lo scaldasonno.

Allora l'inverno andò a parlare con Babbo Natale (è una favola pagana, la versione con il bue e l'asinello è comunque molto simile), per sentire se si poteva fare qualcosa.

Babbo Natale lo portava con sé, sulla slitta, spargendolo sulle città e facendole tutte imbiancare.
Gli faceva anche fare capolino nelle note località sciistiche, unici posti in cui era effettivamente apprezzato.

L'inverno chiese a Babbo Natale se poteva evitarsi 'sto giro.

<<resto a casa, non me la sento. Ho pure i brividini.. guarda, mi metto a letto e magari mi prendo un ghiacciolo che mi fa tanto bene alle ossa>>

(a chi non sta bene la storia dell'inverno con le ossa e la febbre, a chi deve protestare per l'efficacia del rimedio col ghiacciolo, suggeriamo di andare a pigliarselo nel prendisedani. Dice piace, dopo un po')

Babbo Natale ci pensò un po'. Poi disse che tutto sommato gli stava bene.
Con la slitta più leggera viaggiava spedito e magari per le tre le quattro era di nuovo a casina, al Polo.

Oggi è il dodici di Gennaio, ci sono 15 gradi e giro in giacca e camicia.
A Oslo, invece di nevicare, pioveva. C'erano 5 gradi.
Sono abituati a -20.

C'era una volta il lupo cattivo.
Quello di cappuccetto rosso, che dice di essere anche quello dei Tre Porcellini.

Il lupo di nome Ezechiele. Come il profeta ma con la passione per i boschi.

Ezechiele girava quest'anno nei boschi delle fiabe. Come ogni lupo furbo (ennò come i lupi pisani), al mutare della stagione adeguava il manto ai colori dell'inverno.

Il lupo era quindi bello chiaro, in modo da confondersi nella neve fresca.
Aveva pure comprato delle pattine per evitare di lasciare tracce.

Così, mentre tutti i genitori o nonni raccontavano la fiaba dei Porcelli alle prese con l'edilizia nei boschi, il Lupo faceva la sua parte.

Si nascondeva furtivo nei dintorni della casa di paglia, pronto a sorprendere il primo porcello, che con il purè di patate sulla brace dice viene bonobono.

Come sempre, bussava forteforte alla porta, fingendosi il fattorino con un pacco per il sig. Puppa (il porcello si chiama puppa, come studi recenti hanno confermato).
Puppa si era fatto recapitare da Oslo un completino di natale che a guardarlo da sotto si vedono pure le tonsille gonfie.

O almeno così sosteneva il fattorino, in realtà lupo.
Puppa sbirciava dallo spioncino.
Il colore del lupo, completamente fuori tema con il verde del bosco (a causa dell'inverno colla febbre), svela l'inganno.
Puppa scappa a gambe levate, in direzione della casa di Timmi.

Il lupo non si perde d'animo. Si accorge che il suo piano è fallace, a causa di questo Inverno infame, ma decide di ritentare con il secondo porcello.

Timmi vive nella casa di legno, gli costa solo 9 cent. al min. oltre scatto alla risposta.
Puppa entra in casa e chiede la portabilità.
Purtroppo ci vuole un sacco di tempo per ottenerla. Puppa resta fuori e il lupo arriva e se lo mangia.

La storia finisce qui.
Di Timmi non ci importa granché.
Gimmi ci sta sul cazzo perchè compie un abuso edilizio bello e buono senza permessi e anzi ha pure la mansarda.

La morale insegna che l'inverno deve arrivare: prima o poi.
E che il lupo però ci ha guadagnato a sto giro.

Ah. E che la portabilità è una fregatura.
Simone, minimal 17:39 | commenti: commenti (1)(popup)

Takk

mercoledì, 10 gennaio 2007 in: romance, valigie in tasca

Ultimo giorno.

La Norvegia: la si credeva bianca, fredda, un po` impersonale.

la si credeva coi cappotti da sci. Con lo stoccafisso venduto nei chioschi.

Oslo e´ diversa. Non fa freddo, la si gira in jeans e Dr. Martins.

Vendono i guanti e le sciarpe, ma loro girano dentro abiti usciti dritti dritti dai favolosi ottanta.

Si mangia la pizza, da Peppe. Si beve un ottimo caffe` espresso.

In Norvegia si dorme accoccolati nell´ ostello nella via malfamata, coi negozietti dalle vetrine colorate ancora cogli alberi di natale (no, a dirla tutta non sono alberi di natale.. si muovono tutti.. e babbo natale indossa una biancheria masticabile..)

In Norvegia si guardano film romantici, pure gli speciali di Casanova.

In Norvegia si fanno le cazzate. Come scoprire per caso che si deve ripartire domani, mentre si credeva di ripartire Venerdí.

Ci imbarazziamo per le foto, sorridiamo con tutta la faccia e talvolta si é malinconici, perché gli anni passano e il compleanno é finalmente giunto.

In Norvegia ci si ama, si sbuca dagli alberi, si beve il vino rosé.

E, si. Si mangia lo stoccafisso ed il salmone.

Un compleanno da baciare. Era un inverno? Non fa poi cosí freddo.

Grazie.

Simone, minimal 16:38 | commenti: commenti (popup)

Sonata a 4 mani

giovedì, 04 gennaio 2007 in: musicalmente, romance, esperimenti letterari
Cosa ci si aspetta all'inizio di un concerto?

Un incipit roboante di strumenti accordati assieme, una fanfara introduttiva di un qualche epico tema famoso, riconoscibile.
La sigla perfetta, la firma dell'artista.

Oppure un paio di note. Che magari solo i più attenti riconoscono.
E tacciono.
Silenzio in crescendo perchè, man mano, tutti si accorgono che l'artista è sul palco e l'esibizione è cominciata.

Certo, la maggior parte ha perduto le prime battute della canzone, e già meditano speranzosi nel cd live all'uscita.

Cosa ci attende nel concerto?

Una rullata di canzoni famose, con il tocco di genio e la citazione colta di qualche vecchia gloria.
Un passaggio lungo, una sessione acustica sul brano che nel cd è invece gestito da bassi e batteria.
Il momento intimista dove siamo troppo colti per estrarre gli accendini e farli volteggiare.
Ma tutti se li sono portati nel taschino. Tutti.

Forse è meglio una due ore sfogata, un lungo ballo a piedi uniti e sentire i cori della gente, con la bandana stretta sul polso e il cuore che ti batte all'impazzata.
E tutti ci conosciamo, e tutti siamo amici. E in quel momento la musica è coesione.

Un concerto è un sacco di cose. Forse nessuna di quelle descritte.
Magari chi suona non ricorda le note. Magari non le conosce.
Addirittura non c'è palco e il pubblico silenzioso è appisolato agli angoli della sala, svaccato sui tavolini unti di birra e mozziconi.
Eppure esci e dici: bel concerto. Mi piacciono quelli.

Chissà.

Nella mia vita ho visto poche cose. Niente di cui valga la pena ricordarsi.
Ad un concerto non ci sono neanche andato, poi.
Era l'anno scorso e doveva esserci Santana a Milano.

Nessun rimpianto.
Ho ancora il biglietto argentato nella scatola con i ciondoli da mare.

Ho saltato il concerto degli Archive, sempre a Milano, per problemi logistici. Quello magari lo recupereremo dentro qualche sala fumosa sotto i tetti di Parigi.
Una buona scusa per andarci. A Parigi.

Abbiamo perso il concerto dei Folkabbestia (sembra un calando, ma è un crescendo, credetemi) per mancanza di fondi.
Sono sceso al bancomat e il moralista si è rifiutato di farci entrare all'Auditorium Flog.
Erano solo 8 euro, cazzo.
Da allora il Bancomat non è più mio amico.

Ho assistito al concerto dei Sigur Ros nella piazza del castello di Ferrara. Eravamo ai bordi del fossato, ammutoliti a fissare le grandi ombre sulle facciate delle case.

Ho ascoltato il casino imbastito dagli Eels, che promettono roba acustica salvo poi buttarsi sul rock puro e crudo, rovesciando sulle loro canzoni un gran casino.
Bello ma sotto le aspettative.

Abbiamo ballato e sudato il concerto dei Bluebeaters, e riso tuttanotte.

Cosa ci si aspetta da un concerto?

Il più bel concerto non era in programma.
Ero nell'ingresso di casa, in pantofole.
Dopo cena come tanti, bellissimi, dopocena.

E nell'ingresso c'è il piano, e nell'ingresso c'eri tu. E, si, c'ero pure io, in pantofole.

Abbiamo suonato la musica di Big, imparata per l'occasione (oddio.. imparata è una parola grossa) e poi il Cielo in una stanza.

Concerto breve. Intimista.
Niente accendini.

Mi sono commosso.
Aspetto nuove date del Tour.
Simone, minimal 12:55 | commenti: commenti (popup)

Gennaio

martedì, 02 gennaio 2007 in: romance, sotto lalbero, esperimenti letterari
Dunque niente neve.
Un Natale lieve, senza vento a scuotere i rami e ricordare che dopotutto siamo alle soglie dell'inverno.

Fine anno sotto il castello, a fissarlo commossi mentre bruciava il vecchio anno tra scoppi e tappi di spumante che volavano tra la folla.

Inizio anno al Castello. Quello del GrandeGiorno, per mostrarlo ai parenti.
Dopo una cena prova preparatoria della parentela. E se mia madre ha mentito peggio per lei.

Cene e Pranzi.

Adesso pausa.

Tornato a lavoro, in mezzo a scatoloni e rulli di vernice (avrei preferito casine coi rulli e salopettes; siamo alle prove generali comunque), medito di scendere al supermercato per fare scorta di verdure.
Dobbiamo rimetterci in sesto dopo aver prosciugato le cantine di due regioni.

Credevo di avere un alien dentro di me che mi parlava.
Era rosso e si muoveva a scatti nervosi nello stomaco, noncurante dei succhi gastrici, con cui si grattava allegramente la testa, per rinfrescarsi.

Mi diceva che l'ambiente è piccolo, ma volendo, coi soffitti alti, si può soppalcare.
Gli ho fatto intendere che il fegato è inaccessibile, ma può aprire una veranda sul pancreas.

Insomma, chi sei? Ho chiesto.

Mi ha risposto in ferrarese stretto.

La mia Salama da sugo personale, che si lamenta perchè ho commesso l'eresia di non prendere i cappellacci di zucca al ragù, preferendoli al sugo d'arancia.

Si lamenta. Anche io a dirla tutta, nella notte scura.

Ora le regalo dei fiori. Spero di addolcirla con le zucchine.
Speriamo.

Gennaio, tempo di stoccafisso. Oslo arriviamo.
Simone, minimal 18:21 | commenti: commenti (popup)