Ogni singolo giorno
Uno di fronte all'altro.
Il treno viaggia.
Due sul treno: lui legge, lei ascolta della musica.
Uno di fornte all'altro.
Si fissano.
A questo punto tutto può succedere.
Un solo sorriso accennato, d'intesa.
Magari lei che nota il libro e lo ha letto.
E lo dice a lui.
Una conversazione.
E poi parlare della musica e scoprire che hanno gli stessi gusti.
E poi scoprire che il treno va nella stessa direzione per entrambi.
Si fissano.
Dio, potrebbero non parlare. Potrebbero restare immobili nelle loro vite e non scambiarsi neppure quell'unico cenno.
Sarebbe un disastro silenzioso.
Potrebbe entrare qualcuno nella carrozza e interrompere il ballo.
Magari un personaggio ingombrante come una valigia, che ti si pianta di lato e si apre, lanciando ovunque cappotti e calzini.
L'idillio sarebbe finito.
L'ingombrante parla con lei e lei risponde.
E lui a quel punto non sa più se è giusto dire qualcosa.
Non la dice.
Il treno continua a rullare sui binari. Di stazione in stazione.
E finisce che loro non vanno nella stessa direzione.
Lui ferma duecento chilometri prima di lei.
Scende le scale del sottopassaggio.
E al terzo scalino la dimentica.
Fine.
Oppure no.
Niente ingombrante valigia di parole.
E lei nota il libro.
E lui coglie una nota della sua musica.
Si accordano.
Parlano.
Scendono insieme. La stessa stazione.
Sugli scalini del sottopassaggio già si tengono la mano.
E appena fuori dalla stazione lui la bacia.
Poi si trovano un anno dopo sullo stesso binario.
Sullo stesso treno.
E ridono del personaggio ingombrante che dispensa camicie e calzini.
Si amano.
E la mano di lui carezza il ventre di lei.
365 giorni se li conti sono dispari.
Forse sarebbe meglio festeggiare mille giorni, o cinquecento.
Non c'è una scelta per ogni giorno.
Si festeggia quella scelta di parlarsi. Di parlare del libro e della musica.
Di cominciare un dialogo e terminarlo con un (si).
Questo è il senso. Di tutto.
Ogni singolo giorno è il tutto.
Silenziosamente, costruire.















