Amsterdam

lunedì, 21 maggio 2007 in: romance, valigie in tasca

Non ci siamo abituati.

Il viaggio lo si concepisce con lo zaino in spalla e quel minimo sindacale dei 15kg di vestiti e accessori che gravano sulle spalle.

Un viaggio fatto di ostelli e common room.

Un viaggio fatto di ingredienti che poi ci cuciniamo da soli.

Giorno 1. Amsterdam

Scrivo da un computer portatile compreso nella nostra suite. Un hotel che i Sims adorerebbero.

Cosi' finto da essere vero.

Da mordere.

Come il sandwich nel locale figo, dopo il terzo canale, dopo il terzo ponte di questa piccola citta'.

Chiudo e torno da Lei.

La parola che dona accento ad ogni nota della mia vita.

Mia Moglie Pru.

Simone, minimal 15:42 | commenti: commenti (2)(popup)

E vissero per sempre felici e contenti

lunedì, 21 maggio 2007 in: romance, il grande giorno
Scrivo distratto.
Distratto da un anello nuovo, al dito anulare della mano sinistra.
Gli eventi sono così grandi che le parole non bastano.

Dicevo un tempo che ci vorrebbe un vocabolario fatto di termini magici, da usare solo in occasioni rarissime.

Termini che riescono, soli, a fondere insieme i cinque sensi, riportandoti indietro.
Riportandomi a ieri.

Ieri mattina mi sono svegliato sul divano del salotto.

Dormire con mio padre era impossibile, visto che russa come un cesna.
Come un giorno qualunque mi sono vestito e sono andato in centro, pedalando in bici.

Sono arrivato dal parrucchiere, mi sono velocemente sistemato i capelli (per gli uomini sono dieci euri. certo, non ti vengono a casa, non ti riempiono la teta di forcine che ti ritrovi fino al cenone di capodanno.)

Tappa veloce in agenzia, dove ritiro la lista nozze.

Torno a casa. Piccolo brusio e sorrisini dalla camera della futura sposa.
Lei e la testimone, emozionate e divertite, erano visibilmente in ritardo (e a digiuno).

Tento di fare il seduttore piacione porgendo un piatto di frutta fresca appena tagliata.

Ma è commossa. Sorride ed è commossa.

Poi tutto diventa un turbine. Gente ovunque e di colpo mi trovo a fare venti o più caffè.
Ancora in jeans e maglietta, tanto che il cugino della sposa mi dice (a fine serata e con la cravatta slacciata): "io non l'avevo mica capito che eri te lo sposo.. non ti vestivi mai!".

All'arrivo del fotografo invece mi vesto eccome. Con la gente e la porta semiaperta, e con la testimone che entra in camera senza bussare (forse questo era meglio non scriverlo).
Ero già sufficientemente coperto, tranquilli..
Mica è una commediola con julia roberts questa. Siamo ammodo, noi.

Cominciano le discese dalle scale: dal piano di sopra scende la futura suocera: applausi e foto da ogni apparecchio elettronico.

Scende la madre dello sposo. Applausi e scatti si sprecano.

Arrivano gli altri testimoni, con Ale che non pò abbottonarsi la camicia perché ha il collo gro(a)sso.

Via.

In macchina mia madre mi regala l'ultimo dono da scapolo.

Al piazzale Michelangiolo scopriamo che questa bella giornata di sole sono in tanti a volerla vivere in festa: soprattutto quelli della 1000miglia.
Centinaia di auto d'epoca ci affiancano, ci superano.

Mi ricordo di quando sulla via bolognese, con mio padre, stavo ore a fissarle, cercando di farmi salutare dai piloti con i berretti più sgargianti.

E ora eccomi, sono quasi sposato, sul piazzale.
In coda.

Arrivo alla chiesa e già c'è il giro dei saluti. Siamo tanti.
E capisco che sposarsi, forse, è veramente un qualcosa che muove una intera comunità.

Ci sono gli Scacchi, nel complesso "estremamente garbati", perfino gli imbucati pentiti.
Ci sono i miei vecchi compagni di scuola, anche il mio solitario e musone compagno di banco.
Sorride.
(incredibile)

1000miglia di parenti della sposa e tutti che sorridono e sono felici.
Fotofotofoto.
Soprattutto ricorderò sempre la foto di Federico, con il cartellino dello sconto (50% mica bruscoli) ancora appeso alla giacca.

Credo che anche lui non lo dimenticherà mai.
(ci penseremo io e Leonardo, se anche si facesse rimuovere la memoria).

Nel caos siamo tutti dentro. Musica e arpa, canoni in D e poi mi giro verso l'unica fonte di luce della chiesa.

Dietro di me, pronta ad entrare, ci sei tu.

La mia parola magica, forse, non la conosco.

Quello che posso dire con le vecchie parole, è che l'amore ha due vite parallele.
La prima è fatta di binari, su cui, paralleli, corrono due anime. Talvolta incontrandosi.

La seconda è un nastro dorato. COn questo matrimonio ho imparato che con il nastro dorato puoi fare di tutto.

Si può impacchettare bomboniere, si può legarci stretti i libretti della messa.
Si può conservarne una manciata di centimetri e tenerli in un cassetto, tutta la vita.

Il nastro dorato è tutto ciò che penso del matrimonio. Bello a vedersi, elegante al tatto e versatile.
All'occorrenza può diventare una corda, legare e proteggere. E ciò che protegge, il pacchetto, lo rende bellissimo.

Ho imparato anche che nella vita non potrei mai dire di aver baciato, se non fosse per lo slancio dietro la nostra enorme e bianca torta di nozze, verso le tue labbra, verso mia moglie.

Forse ho trovato la parola.

Mia Moglie.

Meglio.

Mia Moglie Pru.
Simone, minimal 00:45 | commenti: commenti (1)(popup)

Come sto?

giovedì, 17 maggio 2007 in: romance, il grande giorno
E' giovedì.
Sono ancora in camicia e cravatta, sono ancora a studio.

E mentre scrivo, fuggo. E mentre scrivo, viaggio.

Mi trovo sull'altare ad aspettarti. In piedi con il fiato corto e le mani gelide e tremanti.
Tutti gli occhi addosso e un gran parlare. Rido e sono nervoso. Rido e fisso il punto luce: la porta.

Torno in studio al suono della porta.
Ci sono mail da leggere, persone con cui parlare.

Dettagli. Certo.

Mille dettagli e neanche un minuto per pensare al domani di un giorno come sabato.

Penso che svegliarsi sarà difficile come addormentarsi sarà impossibile.
Perché parlare con gli altri non è come parlare con te.

Respiro e penso a tonnellate di frutta che vengono caricate sulla nave. (come faranno a riempire giornalmente i cesti in ogni camera?)

Me lo domando.

Sono qui

Come sto?

Sono pronto.
Simone, minimal 17:54 | commenti: commenti (1)(popup)

Celibato, Addio

sabato, 12 maggio 2007 in: divertissement, fiorentinismi, il grande giorno
E' cominciato il weekend del mio addio al celibato.

E' cominciato presto.

E' cominciato ieri.

Ero già in pigiama, immerso in una caverna buia di Oblivion, quando mi chiama Ale.
Mi aveva detto che forse c'era. E in tutti questi anni il "forse ci sono" di Ale è sempre stato un "no, non ci sono".

Quindi ero in pigiama e clava, a picchiare Goblin.

Chiedo scusa al Goblin Sciamano con un cenno dello scudo. Mi guarda perplesso e si ferma.
Meno male, anche questi besti hanno un po' di educazione.

Rispondo al cellulare e Ale mi comunica che si esce.

Mi scuso collo sciamano. Guarda casomai ti chiamo domani.

Mollo pigiama e clava, tornando nei jeans e nella camicia.

Dopo venti minuti siamo a zonzo per il centro, e dopo altri venti stiamo cantando.

Questo oggi mi fa riflettere: sono vecchio e non reggo più l'alcool.

Dopo la terza bevuta e dopo un numero analogo di voli radenti in bagno, si decide di andare dal lurido.

Devo essermi fatto troppo fighetto in questi ultimi tempi, perché il lurido l'avevo sempre snobbato. Ti fa una roba che chiama hot-dog, con le melanzane piccanti e la salsa rosa.

Farebbe vomitare uno squalo; lo troviamo delizioso e passiamo il resto della serata a decantare le doti culinarie del lurido.

Mi addormento verso le 4.

Se una semplice bevuta mi fa questo effetto, domani potrei non tornare vivo. Vi lascio questo mio ricordo.

"ero un giovane ragazzo che voleva sposarsi"
Simone, minimal 19:42 | commenti: commenti (popup)

QuasiNotte

giovedì, 10 maggio 2007 in: musicalmente, orsa norvegese
I want to hold the hand inside you
I want to take a breath thats true
I look to you and I see nothing
I look to you to see the truth
You live your life
You go in shadows
Youll come apart and youll go black
Some kind of night into your darkness
Colors your eyes with whats not there.


L'orologio batte le una e qualcosa.
Quella famosa e ormai leggendaria sveglia cubica, sempre gialla anche se non lo è.
Gli occhi mi cominciano a bruciare, mi fanno pentire di aver trascorso troppe ore di fronte alla luce metallica del monitor, corcondato dalla luce metallica del monitor.

Respiro piano. Ci siamo.

Ho ritoccato il libretto per la chiesa secondo le istruzioni di Don Mario. Ho cercato in ogni dove le musiche per la chiesa, senza trovarle.
Ho recuperato la Lory con l'ennesima violazione di domicilio, stavolta notturna e in solitario.
Meno male che gli operai della casa accanto avevano approntato un bel cumulo di sabbia.
Più alto di quello dell'ultima volta.

Abbiamo giocato a nascondino, stavolta; si era infrattata dentro la casa in ristrutturazione.
Sono penetrato da una finestra che parevo Diabolik (ma in pigiama).
E nel buio più totale ho cominciato ad errare per le stanze vuote, piene di detriti.
La chiamo.
Figuriamoci se mi risponde.

Occhi fessuratissimi, nella speranza di scorgere quell'infame.
 Poi di colpo, come nei peggiori filmetti d'orrore, mi sento afferrare una gamba. Eccola.

QUel troiaio di gatta che mi ritrovo tenta un agguato. Con scarsi risultati.
ne faccio una pallina e la riporto nel mio giardino.
Con una mano la gatta, con l'altra la scala.

Per la spossatezza decido di farmi un panino in notturna, sperando nell'indulgenza plenaria che quest'aria festosa diffonde.

E ora eccomi qui. In sottofondo suona Mazzy Star.
Conosciuta e scoperta ripescando la soundtrack di Doc. House.

Per la precisione trattasi di "Fade Into You".

Trascrivo il testo, lo metto in corsivo.
Rileggo.

Buon Riposo

Fade into you
Strange you never knew
Fade into you
I think its strange you never knew
Simone, minimal 01:23 | commenti: commenti (popup)

12 e 24

lunedì, 07 maggio 2007 in: romance, la cucina di suor bruno, il grande giorno
E' piuttosto vero che risulta sempre molto facile scrivere dolori e sofferenze;

Al contrario buttare giu' anche solo poche righe di una felicità solo felice non solo è impegnativo, ma si dimostra sempre un filo al di sotto delle aspettative.

Allora bisogna far conto sulle poche cose imparate i primi anni della nostra vita, quelli passati sui banchi alitando sulla bic nella speranza che da sola sputasse fuori idee mirabilanti e frasi degne perlomeno della sufficienza.

Tutto questo pesante preambolo per dire che non è semplice costruire a parole un'emozione tanto grande quale quella di un compleanno e di una brevissima attesa.

Ci vogliono parole piane. Come quelle sincere che ti risvegliavano da piccola, sotto le coperte.
Parole dal volto sorridente. Auguri che sistemavano ogni grigiore eventuale, anche piccolo, di una giornata.

Da bambini si vive il proprio giorno come una festa. Si pretende torta e regali.

E magari ci scappa pure un sorso di quell'acqua un po' frizzante e dolce che sono soliti versarsi gli adulti.
Quella del cincin e delle grandi occasioni.

Poi tutto sfuma e l'adolescenza violenta questo giorno. Lo si lascia scorrere infastiditi da quanti ti ricordano che sei un anno più seria di quello prima.
Allora esistono solo i traguardi ufficializzati e amministrativi. Il motorino ai quattordici, l'auto ai diciotto.

Dopo?

Dipende.

A volte si riscopre il piacere di questa piccola giornata in cui sei al centro di un microuniverso, fatto di sms, di regali (in)attesi e magari pure di torte.
Si condisce il tutto con una certa leggera superiorità, anche se sotto sotto il sorriso da fanciullo resta.

Così eccomi silenzioso e contento a fare una di quelle simpatiche microcerimonie che imbarazzano (ma anche no).

Così eccomi a ricordare che c'è un giorno in cui ci si ricorda di te e anche solo entrare in un negozio qualunque può procurarti sorprese inattese.

Lo faccio perché tutto questo non voglio sbiadisca di fronte al giorno successivo, quello che ti vedrà vestita di bianco.

Quella in cui ti dirò di si.

auguri, amore mio.
Simone, minimal 15:58 | commenti: commenti (1)(popup)

Macchie del passato (o era ragù?)

martedì, 01 maggio 2007 in: divertissement, scatti, cinemini
Sicchè, visto che il primo maggio siamo troppo furbi da ingabbiarci sull'autosole e troppo stanchi per pigiarci nella folla del concerto di Roma (a proposito, dice uno si chiama Ventura ha detto male del Papa e si sono scusati pure i sindacalisti..mah) ci siamo detti: andiamo a vedere L'omo ragno 3.

Così, col navigatore (perchè io fino al warner village non ci so arrivare senza il gps) acceso e i biglietti prenotati da internet, siamo giunti verso le 4 e mezzo al cinema.

Il quale cinema era parecchio pieno pure alle 4 e mezzo, per lo più di bimbi molesti, che io non capisco: portali a vedere Banbi 2 o Giu per il Tubo (nel senso di spingerli per lo sciacquone).

Sembrava la fiera del mais scoppiato. Babbi con le caraffe di cocacola e i sacchi da giardino di popcorn.
Mamme con i biNbi in collo, sperando di calmarli mentre loro gli tiravano i capelli per vedere cosa c'era sotto.

La carta di credito ci aveva riservato dei magnifici posti a lato, verso la fine, accanto ai genitori di Stan Lee che sono tanto orgogliosi del loro figliolo (e dire che quando diceva "babbo, mamma, faccio i fumetti!" gli tirarono certi schiaffi che nel mezzo poi non gli sono più ricresciuti i capelli, poveromo..).

Con queste meravigliose speranze, alle 4 e 45, è partito il film.

Per chi non lo sapesse, ma ne dubito, L'omo ragno è uno che vien punto da un ragno rossoeblu in un laboratorio e diventa un supereroe.
Proprio per questo motivo però ne passa di tutti i colori, la ragazza rossa non gliela vuole dare (e quando gliela propone suonano le sirene dei vigili) e il suo migliore amico lo vorrebbe morto appeso a un palo.

Finalmente nel terzo film il ragazzo ha il giusto riscatto. Tutti gli vogliono bene e la tizia che gliela promette poi gliela concede in esclusiva.
Perfino il suo migliore amico torna bono bono.

Lui in compenso diventa una vera merda, pare un nerd col ciuffo, colla camicia abbottonata fino all'ultimo e con un costumino nero che pare uno dei Kiss.

Ma però (che non si dice, guai!) è comunque pieno di cattivi, tra cui l'uomo sabbia che pare venga da rosignano solvay e la sua stessa nemesi: Venom.

Venom è uno simpatico e biondo, fa il reporter come lui e c'ha pure la ragazza. In lotta perenne per il posto fisso come tutti i giovani d'oggi, finisce col tentare la scalata sociale ai danni del nostro ragno di quartiere.

Purtroppo di ganzi nel film a cui è concesso di essere anche un po' stronzi c'è spazio solo per Peter Parker e il biondino si ritrova senza lavoro, senza ragazza e col costume nero.

E il costume nero a lui mica stà bello aderente sotto la camicia: no a lui gli fa un ghigno pauroso e i denti come uno squalo tigre.

Finale roboante e tanta sabbia nelle scarpe che pare essere a Vada.

Si sono divertiti tutti, compreso il sottoscritto. Poi siamo tornati a casa e c'era ancora il concerto del Primo maggio, colle Vibrazioni.

Che palle le vibrazioni. Infatti abbiamo mangiato in fretta e ora eccoci qui. Io a scrivere cazzate e la mia futura moglie a rimettere a posto la stanza.

Mi pare d'aver detto tutto. Arrivederci.

Simone, minimal 21:35 | commenti: commenti (popup)