Ponyo sulla scogliera

lunedì, 30 marzo 2009 in: cinemini
Sabato, durante una torrenziale pioggia marzolina, siamo entrati al Fulgor, per vedere un'altra pioggia.

quella pioggia spaventosa e immaginifica di colori e disegni chiamata Miyazaky.

stavolta Hayao ha dato un nome al suo animo bambino: lo ha chiamato Soske. un ragazzino di cinque anni, con una barchetta grande quasi quanto lui che si muove grazie ad una candelina di cera.

Soske, un ragazzino che abita in una casetta a picco su una scogliera di qualche strano agglomerato di isolotti giapponese.

Soske, che trova svenuto un pesciolino rosso, lo mette dentro un secchio verde pieno d'acqua e lo chiama Ponyo.

Nella sala silenziosa c'erano bambini che giocavano ad esser grandi, nelle prime file distanti dai genitori.

Mentre Miyazaky giocava ad esser sempre bambino, con la piccola Ponyo e la sua scogliera sventagliata da piogge e tsunami.

Tsunami che non fanno paura se disegnati da Hayao.

Oggi tossisco e mi sento la febbre, per ogni singola goccia di pioggia presa sabato. Ma ne è valsa la pena.

Basta ripensare un secondo al mondo disegnato e dolce di questo grande maestro dell'animazione giapponese.


Simone, minimal 12:51 | commenti: commenti (popup)

Nostalgie Digitali

mercoledì, 04 marzo 2009 in:
Da piccolo avevo un computer molto piccolo, un olivetti per la precisione.

Ci giocavo a "Battaglia d'Inghilterra", una sorta di battaglia navale senza le navi; difatti non era molto divertente.

Poi mi sono evoluto e mi hanno comprato l'Atari (sia mai che toccassi un'amiga, la sorella del peccato, o un Commodore, il fratello cattivo del peccato).

L'Atari aveva lo schermo in bianco e nero ma per masochismo i giochi funzionavano solo a colori.

Sicché per giocare dovevo prendere l'atari e attaccarlo alla televisione, solitamente quella di cucina.

I miei non volevano mai che attaccassi l'Atari alla televisione di cucina, generando scuse casuali perché io non spostassi mai l'Atari dal suo luogo d'origine.

Però, in occasioni speciali (Natale, Capodanno, la morte del Papa) capitava pure che mi concedessero di giocare con l'Atari.

Avevo come giochi: un flight simulator di quelli professionali, che io non riuscivo neanche a decollare e il cesna faceva prrrrr e mi disegnava il vetro rotto; un gioco chiamato "StarGlider" con una musichina tecno che te la raccomando, ambientato in uno spazio bidimensionale dominato da poligoni e rette; un gioco quasi normale con un omino che doveva superare dei livelli, ma io non ci ho mai giocato o quasi perché mi pestarono per sbaglio il floppy e dopo mi faceva solo le righe e prrr come il cesna del simulatore.

Io però mi divertivo lo stesso, sognando il giorno fortunato in cui avrei finalmente avuto un Personal Computer.

Arrivò finalmente un incredibile 386 con lo schermo a colori: strategicamente però, mio padre lo mise in casa dei nonni.

Mai visto così tanto i nonni come in quegli anni: ad un certo punto mia nonna la chiamavo per nome, tanto eravamo in confidenza.

Sul 386 giocavo a SimCity, il primo: finivo i soldi alla terza casa, non mi veniva nessuno in città e andavo a puttane dopo pochissimo ero in fallimento.
Perlomeno non spernacchiava.

Dopo poco arrivò pure il Flight Simulator, quello nuovo: non credo di averlo mai installato.

Gli anni passarono e arrivò Internet, le riviste di VideoGames e i Forum.

La scoperta di un'intera società che aveva subito quello che avevo subito io era gratificante e coinvolgente.
Mi ci appassionai subito.

Poi la comunità virtuale faceva diventare qualcuno anche chi non era nessuno: bastava si parlasse sempre di lui.
Una roba che Silvio deve averla fatta analizzare estraendo la radice del suo successo.

E infine il Blog, dove la comunità praticamente non esiste e dove fingi di scrivere per te stesso ma in realtà speri che qualcun'altro ti legga.
Ti leggono e però ti fanno prrr come il cesna, maledetto lui e le sue eliche merdose.

A coronamento di tutto oggi c'è pure Facebook, metodo di catalogazione e classificazione che ci consente di essere amici di tutti senza doversi sforzare troppo per tener saldo il legame: ci pensa lui a ricordarti di fare gli auguri al tuo vicino di casa, non occorre più suonargli il campanello.
Pure il panettone e lo spumante li invii virtualmente, insieme al biglietto di auguri per l'anno nuovo.

Dopo trentanni finalmente non devo più supplicare per spostare il computer in cucina e giocare a StarGlider (e neanche organizzare finti attentati ad alti prelati): non capisco allora per quale motivo quando ripenso a quei momenti, provi una sorta di nostalgia.

Nostalgia di che?
(prrrr)
Simone, minimal 19:48 | commenti: commenti (1)(popup)