Spirited Away

venerdì, 17 aprile 2009 in: musicalmente, romance, esperimenti letterari
Vetri smerigliati di pioggia, sopra ruote sdrucciolevoli e una musica di carillon.

il mio ritorno ad una casa vuota non poteva essere più evocativo.

e così, mentre sognavo ad ogni tunnel di uscire sotto la calda luce di stelle sconosciute,sono caduto dentro una sorta di epifania dimensionale dove il rumore non esiste se non per essere risuonato in chiave acustica.

adesso mi stanco sulla sieda pieghevole delle una e un quarto, sicuro che qualunque cosa possa leggere non durerà una punteggiatura.

e allora mi rifugio tra parole sconosciute scrivendole e pensandole scritte da un'altro cuore (apostrofato, stavolta, con cognizione di causa).

pensare di leggerle come se avessero su ancora le sbavature di gelatina blu frutto di qualche pennino moderno e aereodinamico, nemico della carta ruvida, mi riaccende quel piccolo carillon di cartone che mi suonava nella testa quando il tergicristalli davanti al mio naso ballava un lento elettronico.

e sorrido di sonno.

(sotto l'effetto onirico delle note di Hisaishi, Music Box, Flying Express Delivery Service)

buonanotte a chi la notte non riesce a dormirla, come me stasera.
Simone, minimal 01:21 | commenti: commenti (popup)

Eris Quod Sum

martedì, 14 aprile 2009 in: esperimenti letterari, per una sberla di libri
Ero un lettore di libri per finta.
Un assiduo frequentatore di librerie, tesserato Melbook, Feltrinelli, Giunti editore, corriere dei piccoli.

Compravo molto e leggevo niente. Un buon compromesso lontano dalla crisi economica e che riempie la tua libreria per gli ospiti a cena.

Poi sono arrivati  i blog, gli scrittori di blog, quelli che, dopo il blog, ci fanno anche il libro.
Quelli che ne fanno pure due, di libri.

E allora ho capito che leggere e scrivere sono due binari di un treno: vicini ma destinati a non incontrarsi mai.
Perché leggere ti rende consapevole, forse, delle belle sfumature consonanti e della vocalità distratta di citazioni intelligenti.
Leggere ti rende presuntuoso, un piccolo allenatore da fantacalcio rinchiuso nella cellulosa che odora di inchiostro.
Penso che potrei scrivere e scrivo, apro un blog e scrivo e credo sia bello. Penso che scrivo perché ho letto e leggo ancora di più.
Errata corrige: compro di più, libri che poi non leggo ma riempiono la libreria e la gente a cena mi crede più intelligente di lei.

Anche io, a cena, noto per prima cosa i libri sui comodini e sulle pareti: ho imparato, da tossico dell'acquisto vacuo, a notare i piccoli segnali che distinguono se lo hai letto davvero, il libro.
Un segnalibro, le pagine arricciate, una pagina allentata dai cardini della rilegatura durante una nottata molto lunga.

E immagino questi lettori fintamente tali che criticano i volumetti scritti male e poi aprono un blog per ostentare l'intelligenza che la stessa lettura ha provocato.

Scrivo e mentre scrivo credo che questo sia il massimo delle libertà possibili, come stampare una bestemmia cento volte e spedirla al Vaticano, nella speranza che susciti una risposta internazionale da telegiornale americano.

Invece la lettura è una cosa (buona o brutta che sia); scrivere è tutto un altro paio di maniche.
Pensare di scrivere perché si legge è un'utopia da stilografica.

Così, da sempre, non leggo. Leggo poco. Leggo male. Fingo di leggere perché le persone, se scrivi e non hai letto, pensano che tu sia un ignorante a prescindere.

Voglio l'analfabetismo in lettura. Una malattia autoimmune incurabile che mi impedisce di leggere, scrivendo senza poter rileggere ciò che ho scritto.

Restituirei tutte le carte sconto delle librerie, non mi sentirei attratto dai titoli intelligenti e dalle copertine che ostentano semplicità.

E sgombrerei la vista di tutti questi blog, che infognano i miei preferiti come la libreria del salotto.

Così, alle cene, si parlerebbe meno, si mangerebbe di più e tutti a letto presto.
Con cattiveria.
Simone, minimal 14:49 | commenti: commenti (5)(popup)

Dispensa di pensieri

lunedì, 06 aprile 2009 in: romance
ho una finestra piccola e rettangolare, sul tetto mansardato di questo mio studio.

una caligine fitta di pensieri che benda tutta Firenze, fuori dalla piccola e rettangolare finestra.

questo bendaggio stretto non lo sopporto più, un po' come il gesso dopo venti giorni, ché ti gratti con i ferri da calza e vorresti scorticarlo. e finisci solo per scorticarti.

ho bisogno di una vacanza da tutto questo. di fermare le ore, di portare un cestino con due piatti e una bottiglia di vino su un prato.
distendersi e distenderci.
senza cellulari che recitano sincopate monografie, senza scadenze scadute e dimenticate, senza mondanità obbligata.

solo noi e un prato di erba: disegnarci le mani, scoprirle più grandi, trovarle più grandi.

e dire solo cose che sappiamo già, per il gusto dei vecchi sapori di una volta, senza dover inventare niente e senza saper reinventare nulla.

poi rigarci le guance con la piega di un cuscino improvvisato, guardarci negli occhi senza aspettative, solo con certezze di carezze.

e sentirci sdolcinati e imbarazzati, ma non imbarazzarci per niente e ridere delle occhiate che ci lancia la gente di passaggio, su quel prato.
la gente che risponde alla chiamata di una suoneria stupida e intanto deride la meraviglia dell'ovvio, gelosa della semplicità e orgogliosa dei sofisticatismi che è riuscita a raggiungere con fatica.

un bacio. quelli che tolgono il fiato e lo soffiano dentro parole soffici, gonfiandole fino a farle volare su, in alto, in questo cielo grigio come la cenere del caminetto al mattino.

e come ogni palloncino, scoppiare per la pressione di tutti quei pensieri accalcati, liberando il respiro dei nostri baci in alta quota. fino a far sorridere lo spazio.

ho una finestra piccola e rettangolare, sul tetto mansardato di questo mio studio.

una caligine fitta di pensieri che benda tutta Firenze, fuori dalla piccola e rettangolare finestra.

guardo nel grigio e vedo una nuvola sorridere: il tempo si è fermato.
è meglio controllare di persona.
Simone, minimal 11:48 | commenti: commenti (2)(popup)