Ágætis Byrjun

venerdì, 23 ottobre 2009 in: esperimenti letterari
Nel Paradiso delle Risposte, un giorno qualunque si svegliò una Domanda.

Smarrita ed incerta, rivolta a se stessa chiese dove fosse e perché fosse in quel posto; ma le parole rimasero pensieri, poiché nel medesimo istante due Risposte, il Perché e il Dove, le passarono accanto sfavillanti.

Ora la Domanda aveva ogni risposta a se stessa, eppure le mancava qualcosa.

E non era certo causa delle risposte, perché, nel Paradiso delle Risposte, ogni risposta è quella giusta ed ogni risposta è vera.

Eppure le mancava qualcosa. Era insoddisfatta.

Nel nostro mondo, questo Purgatorio di Risposte insoddisfacenti a Domande Sbagliate, esiste la soddisfazione.

Essa non risiede nelle risposte. E neppure in talune domande particolarmente ben formulate.

La soddisfazione è guardarsi allo specchio e vedere una famiglia, un amore vero, un lavoro ben fatto, un gatto grasso, un sorriso spontaneo, una lettura intelligente, una serata riuscita, la fine delle pulizie di stagione, una giornata di sole o una di pioggia vicino al termosifone.

La soddisfazione non è nelle risposte. neppure nelle migliori.

Per questo è inutile affannarsi nella ricerca di un senso. Meglio sedersi e guardare accadere.

Per me il Paradiso delle Risposte, è solo un mediocre inferno.
vivevamo in un altro mondo
dove non eravamo mai invisibili
pochi giorni dopo
parliamo di nuovo
ma il suono non era buono
eravamo tutti d'accordo
d'accordo su molte cose
lo faremo meglio la prossima volta
questo è un buon inizio
Simone, minimal 15:50 | commenti: commenti (popup)

Settembre cadono le foglie, otto risuonano di già..

La segretaria bis, quella assunta per eliminare con il tempo e fisicamente la segretaria in carica, non è stata riconfermata.

Per cui sono rientrato al lavoro solo per scoprire che ancora dobbiamo subire la dimostrazione vivente che la fuga dei cervelli all'estero non provoca diminuzione della popolazione.

Oltretutto a quest'ora il cervello sarà un qualche bracciante dell'Illinois ed avrà giurato sulla bandiera.

Pace, almeno lui ora ha un presidente di cui non c'è bisogno di vergognarsi per sentirsi anche solo persone normali.

La sera rientro a casa e guardo una nuova serie chiamata Brothers & Sisters, storia di una famiglia di Los Angeles con problemi di alcolismo.

La sceneggiatura parla ampiamente della corsa di un senatore alla casa bianca. E' un repubblicano, quindi la sua fine è nota, ma l'interessante è vedere che anche un'unghia incarnita, un'ombra sul suo passato, tipo quando ha mentito riguardo all'avere un labrador, provoca un disastro sul suo elettorato.

Da noi la serie è classificata Fanta-fiction, ovviamente.

Ieri all'Esselunga una signora insisteva a dire che Berlusconi rimane comunque un bell'uomo. Beh, anche Provenzano non è male. Sono amici, magari potrebbe organizzare un'uscita a quattro con una sua compagna di ramino.
Ah, no.
Uno di loro è in galera.
No, sto parlando di Provenzano. Lo so, è incredibile, chi l'avrebbe detto.. sembrava una brava persona.

Di colpo penso che la parodia dei Soprano fu un enorme spreco di energie: che bisogno c'era di pagare sceneggiatori per inventare storie italiane inventate e paradossali, quando bastava un abbonamento a "Il giornale"?
Dal call center mi dicono che gli americano non si bevono mica tutto. Sono di bocca buona, ma non esageriamo.

Così mi ritrovo a scrivere di questo inizio settembre, in cui finalmente tutti dicono di essere usciti dalla crisi.
Siamo così bravi a raccontare cazzate che ora le esportiamo.

..una marcetta stupida.. 
Simone, minimal 16:40 | commenti: commenti (popup)

La Scomparsa di Berlusconi

lunedì, 22 giugno 2009 in: divertissement, esperimenti letterari, termopolitica
Confesso di essere in ansia.

Il nostro paese (e non solo, pure gli altri.. la Gran Bretagna, la satira americana e buona parte della stampa spagnola) ruota attorno a Berlusconi.

Siamo coinvolti in una sottorazza di reality mischiato con la vera e cara fiction d'autore, quella con Vianello e la Mondaini, per intenderci.

E, come con Raimondo e i suoi tentativi di violare giovani e procaci ventenni, pure noi ridiamo e scherziamo con il nostro caro Premier, che organizza festini all'insaputa della moglie nelle sue ville sparse in italia.

Sul pais pubblicano le foto di Topolanek con il dott. Battiloca in bellavista, poi noi le censuriamo stile dittatura cinese e le ricerchiamo disperatamente su internet.

Infine ecco che tutta la nostra satira ruota attorno a Silvio, a quella ormai ricca cornuta della moglie (che i giornali di destra additano come gran bagascia ormai passata di moda, cosa peraltro che non sposta il fatto di dubbia moralità che il nostro premier frequenti mignotte da ormai tempo immemorabile) ed al dott. Battiloca di Topolanek, primo ministro della repubblica Ceca e prossimamente sugli schermi con "Mirek e Rocco sbarcano in slovacchia".

Insomma sono in ansia.

Perché temo la crisi economica quando il caro Silviolo lascerà la scena internazionale:
Grillo che muore suicida dentro la sua Prius;
Luttazzi che torna a studiare medicina;
I fratelli Guzzanti che fanno pace col padre e si scoprono anche un po' democristiani;
Santoro che se la prende con Franceschini e il suo fastidioso accento ferrarese;
Fede che viene trovato morto sotto la Prius di Grillo;

Comici tutti senza lavoro, Apicella che torna a novantanni a suonare nelle navi (le tonnare però), i comunisti che ormai non si ricordano neanche più cosa vuol dire "comunista": pensano sia solo "antiberlusconi" e quindi si sciolgono perché non hanno più uno scopo nella vita.

I tedeschi, che ce l'avevano quasi fatta a convincere il Trentino a passare la frontiera devono rinunciare a pochi metri..

La sardegna che ormai s'era venduta grazie a Tremonti ora la rivogliamo e dobbiamo pagare il doppio della caparra alla Germania (che così si rifà della perdita del Trentino)

La giustizia italiana incartata con tremila leggi salva premier, salva silvio, salva tutti-quelli-che-vivono-ad-arcore, non riesce più a mandare in carcere nessuno, neanche gli innocenti.

Improvvisamente tutti si ricordano un mattino che c'era anche il presidente della repubblica nella nostra costituzione e corrono a casa sua, salvo trovarlo morto in bagno. da un anno.

Fallisce l'azienda che produce cravatte a pallini.

Noemi festeggia il suo trentesimo compleanno in pizzeria con tre amiche.

Tutto questo perché Silvio se n'è andato.

Ecco perché credo sia necessaria una legge ad personam per Silvio: salviamo Silvio, mettiamolo in sicurezza, (non come a Villa Certosa che chiunque può sparargli..diononvoglia) tipo in una sfera artificiale con una città artificiale con attori e veline che lo assecondano, senza comunisti, senza giornali di sinistra, con i giudici che lo chiamano "sua Santità" e non lo condannano mai.
Lui sta sereno, tranquillo, ogni tanto lo mandiamo ad un finto parlamento europeo dove dice le sue barzellette razziste, poi gli facciamo credere di frodare il fisco e di usare i voli di stato per i suoi loschi traffici (in realtà vola con Alitalia) e così campa cent'anni.
Mills testimonia a suo favore tutto il tempo e su cose inutili (tipo che è stato in bagno, che si è rasato, che ha comprato mille cravatte a pallini).
A condurre questo meraviglioso reality ci mettiamo Grillo, Santoro e Luttazzi, così sfamano i figlioli.

I Guzzanti invece li lasciamo tutti in pace, che dopo anni di litigi è bello vedere una famiglia finalmente riunita.
Simone, minimal 12:47 | commenti: commenti (popup)

Eroi, nani, avvocati e critici d'arte

L'altra notte stranamente avevo meno sonno di Pru, il che mi ha permesso di vedere la puntata finale di Heroes.

Da allora il mio cervello registra un costante, impercettibile disagio nell'accostarmi agli orologi, per paura di sentire che sono in ritardo di pochi minuti, qualche ora o diversi giorni.

Disagio amplificato dalle costanti tempeste elettriche che investono casa provocando, veramente, il dirottamento delle lancette verso minuti e ore cui l'uomo non era mai giunto prima.

Così, rischiavamo di far tardi, ieri, alla serata in piazza santissima annunziata condotta da Philippe Daverio (neanche sto a spiegare a chi non lo conosce la sua identità: non è realmente importante; sappiate solo che non potrete mai essermi veramente amici).

Dall'alto del suo cravattino giallo su camicia rosa e imburrandosi continuamente la lingua di Vodka per darsi un contegno, Passepartout ci ha condotti attraverso le epoche in cui gli uomini ricchi pagavano gli artisti per dipingere il futuro: alcuni compiacevano i ricchi, ed erano artigiani; altri facevano qualcosa di assolutamente geniale ed incomprensibile, ed erano i guru; altri infine ritraevano realmente il futuro, ed erano sciamani.

Oggi a nessun ricco frega nulla di sciamani e guru (sicuramente comunisti e comunque perlopiù extracomunitari clandestini), cercando solo il compiacimento dal sapore unicamente artigiano.

Non si sottrae a questo assioma il nano divoratore di mondi, sopravvissuto grazie alle sue stesse forze ed alla sua ingegneria giuridica alla condanna dei Giudici di Milano sul processo Mills.

I Giudici hanno accertato che l'avvocato inglese avrebbe preso mazzette da Berlusconi (no, non è un omonimo, proprio dal nano) per testimoniare il falso; e l'hanno incarcerato.
Avrebbero incarcerato pure il nano e credo anzi vogliano farlo, non appena la Corte Costituzionale avrà detto che il Lodo Alfano è una scoreggia legislativa inaspirabile.

Silviolo si difende a modo suo: chi è contro è comunista. Lo ammiro molto perché ha il potere di vedere i comunisti laddove io non ne vedo (purtroppo) più da tempo immemorabile.

E così, mentre Daverio si dichiara fiducioso in una rivoluzione artistica e sociale (con l'Italia di oggi è già pure troppo avanguardista una puntata di Teletubbies, figuriamoci i Macchiaioli) e quindi in una nuova sinistra culturale, il Nano mostra a tutti il tagliauovo all'ingresso dei supermercati: la gente si ferma, si stupisce delle fette perfette pronte per l'insalata, e lo compra contenta.

In tutto questo non dimentichiamoci di Heroes: Nathan è Sylar, solo che non sa di esserlo. Ha i suoi poteri ma non i suoi ricordi.
Qualcosa affiora in prossimità degli orologi, come una vaga reminiscenza.

Così, mentre fisso la pendola che batte le 10:20 mentre sono (almeno credo) le 23:27, penso a Daverio, che magari un tempo era Porco Rosso (personaggio bellissimo di Miyazaki) che sorvolava l'adriatico lottando contro i pirati e oggi ha il cravattino e ci dice di aver fiducia nell'arte e nei suoi sciamani.

  Provo a crederci, perché la sinistra è fatta di gente che spera che le cose accadano, mentre la destra è fatta di gente che dirotta le cose perché vadano nel verso che dicono loro. quello sbagliato.
Simone, minimal 23:31 | commenti: commenti (2)(popup)

Spirited Away

venerdì, 17 aprile 2009 in: musicalmente, romance, esperimenti letterari
Vetri smerigliati di pioggia, sopra ruote sdrucciolevoli e una musica di carillon.

il mio ritorno ad una casa vuota non poteva essere più evocativo.

e così, mentre sognavo ad ogni tunnel di uscire sotto la calda luce di stelle sconosciute,sono caduto dentro una sorta di epifania dimensionale dove il rumore non esiste se non per essere risuonato in chiave acustica.

adesso mi stanco sulla sieda pieghevole delle una e un quarto, sicuro che qualunque cosa possa leggere non durerà una punteggiatura.

e allora mi rifugio tra parole sconosciute scrivendole e pensandole scritte da un'altro cuore (apostrofato, stavolta, con cognizione di causa).

pensare di leggerle come se avessero su ancora le sbavature di gelatina blu frutto di qualche pennino moderno e aereodinamico, nemico della carta ruvida, mi riaccende quel piccolo carillon di cartone che mi suonava nella testa quando il tergicristalli davanti al mio naso ballava un lento elettronico.

e sorrido di sonno.

(sotto l'effetto onirico delle note di Hisaishi, Music Box, Flying Express Delivery Service)

buonanotte a chi la notte non riesce a dormirla, come me stasera.
Simone, minimal 01:21 | commenti: commenti (popup)

Eris Quod Sum

martedì, 14 aprile 2009 in: esperimenti letterari, per una sberla di libri
Ero un lettore di libri per finta.
Un assiduo frequentatore di librerie, tesserato Melbook, Feltrinelli, Giunti editore, corriere dei piccoli.

Compravo molto e leggevo niente. Un buon compromesso lontano dalla crisi economica e che riempie la tua libreria per gli ospiti a cena.

Poi sono arrivati  i blog, gli scrittori di blog, quelli che, dopo il blog, ci fanno anche il libro.
Quelli che ne fanno pure due, di libri.

E allora ho capito che leggere e scrivere sono due binari di un treno: vicini ma destinati a non incontrarsi mai.
Perché leggere ti rende consapevole, forse, delle belle sfumature consonanti e della vocalità distratta di citazioni intelligenti.
Leggere ti rende presuntuoso, un piccolo allenatore da fantacalcio rinchiuso nella cellulosa che odora di inchiostro.
Penso che potrei scrivere e scrivo, apro un blog e scrivo e credo sia bello. Penso che scrivo perché ho letto e leggo ancora di più.
Errata corrige: compro di più, libri che poi non leggo ma riempiono la libreria e la gente a cena mi crede più intelligente di lei.

Anche io, a cena, noto per prima cosa i libri sui comodini e sulle pareti: ho imparato, da tossico dell'acquisto vacuo, a notare i piccoli segnali che distinguono se lo hai letto davvero, il libro.
Un segnalibro, le pagine arricciate, una pagina allentata dai cardini della rilegatura durante una nottata molto lunga.

E immagino questi lettori fintamente tali che criticano i volumetti scritti male e poi aprono un blog per ostentare l'intelligenza che la stessa lettura ha provocato.

Scrivo e mentre scrivo credo che questo sia il massimo delle libertà possibili, come stampare una bestemmia cento volte e spedirla al Vaticano, nella speranza che susciti una risposta internazionale da telegiornale americano.

Invece la lettura è una cosa (buona o brutta che sia); scrivere è tutto un altro paio di maniche.
Pensare di scrivere perché si legge è un'utopia da stilografica.

Così, da sempre, non leggo. Leggo poco. Leggo male. Fingo di leggere perché le persone, se scrivi e non hai letto, pensano che tu sia un ignorante a prescindere.

Voglio l'analfabetismo in lettura. Una malattia autoimmune incurabile che mi impedisce di leggere, scrivendo senza poter rileggere ciò che ho scritto.

Restituirei tutte le carte sconto delle librerie, non mi sentirei attratto dai titoli intelligenti e dalle copertine che ostentano semplicità.

E sgombrerei la vista di tutti questi blog, che infognano i miei preferiti come la libreria del salotto.

Così, alle cene, si parlerebbe meno, si mangerebbe di più e tutti a letto presto.
Con cattiveria.
Simone, minimal 14:49 | commenti: commenti (5)(popup)

giorno perfetto

tiriamo le tende più scure,
vivendo nel tepore artigianale che l'oscurità regala alle coperte di lana.

indossiamo i calzini più caldi, quelli con la gomma per non scivolare anche in assenza di pantofole migliori.

leggiamo romanzi intelligenti,
guardiamo film musicalmente appaganti,
serie televisive coinvolgenti che regalano numerose pause da biscotto.

mangiamo cibo improvvisato, che si regge su un tovagliolo di carta e si prepara da solo.

ridiamo delle giostre feline che ruotano senza fine per la casa,
tra nuvole di pelo e lo sfrigolio dei tessuti attraversati dai loro passi felpati.

sbirciamo da una finestra il sole, e compiaciamoci immaginando di girare per le campagne a coglier girasoli.

facciamo un raccolti di tulipani con la mente,
in attesa che la tisana diventi tiepida.

facciamo scivolare il miele dal cucchiaio e ipnotizziamoci col suo lento movimento gravitazionale.

baciamo le nostre labbra ogni volta che ci va, senza alcuna interruzione.

facciamo l'amore con il massimo piacere, mordendoci le labbra senza farsi troppo male, ma soffrendo abbastanza da ricordare.

e dimentichiamoci l'ora e il mondo esterno, fino a domani, fino a lunedì.

anzi, scordiamo i giorni della settimana.

dilatare il tempo fino a privarlo di significato, se non l'astratta scadenzialità dei bisogni fisici e dei desideri imperativi.

e amiamo ogni giorno come questo, perché sono sempre troppo pochi.
e sempre più rari.
Simone, minimal 12:44 | commenti: commenti (popup)

un malato di cuore

venerdì, 13 febbraio 2009 in: romance, esperimenti letterari
oltre i silenzi di un mattino comune, si annida un malato di cuore.

E' un uomo come tanti, potresti essere tu, o un amico, un conoscente.
Quel simpatico vecchietto che ti sorride sul marciapiede.
Un venditore di rose tascabili.
L'uomo d'affari vestito coi suoi guadagni.

Lo immagini giovane e povero, sul traballante motociclo dei primi anni 90.
Coi capelli confusi come le sue idee.

Ma poi gli anni passano e lui cambia i vestiti e il barbiere: resta sempre un malato di cuore.

lui ti sorride e dentro ha una foresta di emozioni che ricorda talvolta, o che ha in testa troppo spesso per dar loro il giusto peso.

Il malato di cuore ha bisogno di un rituale.

A tutti i malati di cuore hanno regalato un giorno dell'anno.

Lo hanno reso chiassoso come la carta da regalo: musicalmente arrogante e forse pure pretestuoso.

Ma il malato di cuore è il vecchietto che ti sorride dal marciapiede, sordo allo stropiccio del pacchetto e malato del suo contenuto.

Persino l'uomo d'affari non bada al pacchetto, ricordando quando il tessuto del suo portamonete era ben più costoso del suo contenuto.

E il venditore di rose, beh.. lui vende la sua stessa malattia, ogni giorno.

Il malato di cuore vive tutti i giorni come quello stropicciante giorno di febbraio: li ama tutti e poi ripensa al suo motociclo scassato di desideri e sorride come un vecchietto sul marciapiede.
ti vende una rosa, ti vende la sua malattia, il suo stesso vestito: come un amico.

il malato di cuore non lo riconosci mai.

perché sei malato come lui.
Simone, minimal 18:45 | commenti: commenti (popup)

Inverno

L'inverno di ieri si è poggiato alle pareti di casa.

è scivolato lungo tutto il perimetro, sopra il tetto, scuotendo l'antenna di pasta di sale e stecchi che ci permette di vedere solo rainettuno.

è penetrato in cameretta, complice la mancanza di intonaco di una delle due finestre (di nuovo grazie all'impresa edile che aveva finito la malta e l'ha prontamente sostituita con il torrone agli asparagi, di sicura tenuta): la nostra belva norvegese ha trovato l'inverno sopra la sua coda ed è subito esplosa in una miriade di ciuffi bianchi.

poi la Guendalina dagli occhi blu ha protestato, perché lei è un gatto (quasi) normale e aveva freddo. e pure fame. e anche sonno.

in realtà protesta sempre. l'inverno è stata una scusa.

L'inverno ha trasformato i doni in regali. le scatole in nastri dorati.

persino andare a far la spesa sembra un regalo: ieri mi sono fatto incartare i mandarini al Carrefour.

ho ceduto anche al mio lato oscuro acquistando Animal Crossing per la Wii. L'inverno presto tornerà a farmi visita. sotto forma di ufficiale giudiziario.

un abbraccio a questo inverno. un po' semplice. un po' complice. un po' come sempre.
inatteso.
Simone, minimal 17:11 | commenti: commenti (popup)

Volare Informati

Ieri all'esselunga ho preso il catalogo dei punti per farmi un'idea di quale sia il nostro posto nella scala sociale.

sapete bene, infatti (ve lo dico più per me che per voi) che, con la crisi delle banche, il crollo del denaro, i rincari della benzina, ormai solo due cose contano per essere uno che conta:

- la tessera

- i punti

di cosa sia la tessera non è importante: basta che si possano caricarci i punti. e, ovvio, più punti hai, meglio stai messo e puoi anche vantarti con gli amici.

allora prendevo il catalogo esselunga per dare un volto ai miei punti e scoprivo che c'è ancora la promozione delle Millemiglia Alitalia. Anzi, è a proprio a portata di punti..

L'alitalia è una questioncina spinosa che non so proprio come prendere.. a mio modesto parere direi che se un'azienda va male è perché qualcosa l'ha fatta andare male.

Non è una malattia che dici "oh, poteva capitare a chiunque.."

no, se fai un buco di svariati milioni di euro è perché, magari, da qualche parte hai toppato.

e poi, da viaggiatore medio, mi viene anche da pensare che anni di compagnie low-cost prima o poi ti fottono, c'è poco da dire.

allora la compagnia fallisce e si riparte da zero. cavolo, durissima per chi ci lavora: d'accordo.
ma sempre meglio che restare assunti con lo stipendio ridotto (poi voglio vedere tipo tra un anno o due, quanti ci restano e quanti vanno a volare per altre compagnie).

invece no.

Alitalia è la compagnia di bandiera e va salvata. PoPorompopopo.

Poi ieri, in sordina, scopri che la legge che ha salvato alitalia contiene una inezia, un comma, una frasetta che chissà come ci è finita, che in buona sostanza permetterebbe a Callisto Tanzi di evitare la galera per aver messo in ginocchio la Parmalat.

E con lui un sacco di altri amici.

in buona sostanza l'articolino dice che, per essere perseguito penalmente per reati fallimentari, bisogna che l'azienda fallisca.

se l'azienda non fallisce, anche se sei scappato coi milioni all'estero ed hai falsificato i bilanci per anni, pacche sulle spalle e camparino al bar del tribunale.

ovviamente per fare le cose per bene bisogna che la legge abbia effetto retroattivo, sennò povero Callisto e soci resterebbero comunque fregati.

Nessuno se n'è accorto, a sinistra quando votavano questo decreto alitalia erano impegnati in un difficilissimo Sudoku che prepara appositamente Fassino per intrattenere i democratici.

Alitalia salva, Callisto scappa coi nostri soldi (Poporompopopo) e da domani ho il terrore di qualunque amministratore delegato.

Pure quelli di Centovetrine. (a questo punto faranno ricorso quelli di Vivere per tornare in onda).

Ho circa 7000 punti sulla Fidaty. Se la manometto e riesco a caricarla di 700.000 punti mi mettono dentro per truffa.

Perché, a cazzotto, avrei causato un danno a Esselunga di qualche migliaio di Euro.

Se l'amministratore delegato di Esselunga chiude il bilancio con 10 milioni di passivo e comincia il 2009 con 10 milioni di attivo (un banale errore contabile, poverino) invece non succede niente.

Allacciate le cinture di sicurezza.
Simone, minimal 08:49 | commenti: commenti (1)(popup)

Compiti a casa

La mia reclusione per motivi di studio, o il prolungamento delle mie ferie estive, a seconda dei punti di vista, ha qualcosa di grottesco.

Da quando resto a casa mi alzo prima, verso le 8:30.

Una roba inconcepibile per uno studio legale. Neanche la puntavo una sveglia, io.
Si, beh: non considero certo le udienze, cui preferivo presentarmi vestito di tutto punto e con le pantofole ancora fresche di bucato.

Dicevo quindi che mi alzo presto e poi vado in cameretta e accendo il computer.

Accanto al computer ho il libro o i libri con un lapis abbastanza appuntito nella metà di una pagina.

(nota: puoi capire quanto ho studiato il giorno prima dalla punta del lapis. praticamente finita, ho studiato parecchio; appena smussata, ho fatto giusto il minimo sindacale; nuova, ieri era domenica.)

Con la scusa pessima di dover comunque restare in contatto con il mio studio legale, accendo tutti i nuovi sistemi di comunicazione esistenti: telefono cellulare, msn, skype, accesso alla mia posta elettronica, google calendar, il solitario di windows, il poker online.

Attendo circa due minuti per accertarmi che nessuno, alle 8:35 si è ancora seduto alla scrivania.

Perfetto: coffe time.

Scendo in cucina e mi preparo il caffé; giusto per non perdere il ritmo con le mie abitudini lavorative, ordino ad una delle mie gatte di prepararmelo mentre sfoglio il giornale (vecchio di due settimane);

"ah, anche un cornettino grazie" recito

"gnagnagna"

"beh, se sono finiti basta dirlo.."

"e un bicchiere di naturale"

"°:°:;;;:::()"

"Cano sei di gran conforto a quest'ora del mattino"

sorseggio il mio caffé, poso la tazzina sul tavolo e me ne vado senza pagare.

torno al piano di sopra sicuro che qualcuno mi abbia contattato.

e infatti..

no, niente.

non riuscendo a trovare altre scuse, intorno alle nove mi metto a studiare.
studio bello duro fino alle dieci, quando lo studio comincia ad affollarsi.

il primo è ovviamente il dominus, che mi contatta subito per urgenti affari

"Simone, emergenza"

eh, lo sapevo. come faranno senza di me, dico io.
Ho il controllo di tutti i fascicoli, la gestione di cause scottanti e rapporti delicati con clienti scomodi: sono l'unico che può trattare queste cose..

"Devo aggiornare l'autovelox del tomtom e non trovo i file"
Simone, minimal 10:10 | commenti: commenti (1)(popup)

Sguardi

martedì, 02 settembre 2008 in: scatti, esperimenti letterari, orsa norvegese, astruse astrazioni
Ciascuno ha dentro sé due sguardi.

uno (f)utile, attirato dal movimento.

perfetto col digitale terrestre e il mercoledì di coppa.

salvifico durante gli attraversamenti pedonali.

lo sguardo che non coglie i dettagli ma valuta l'insieme.

lo sguardo che si annoia dentro gli uffizi.

quello che sbadiglia.

quello che ci fa sentire in colpa e ci ingiunge di deglutire.

Siamo ben più orgogliosi dello sguardo adorante.

quello che ti fissi su una cosa, non sai perché e la tua mente vaga e vaga fino a giungere lontanissimo.

e però la cosa fissata è immobile.

magari è la zampa del comodino.

non si muove.

se lo facesse, il nostro volo sarebbe imbrigliato nel movimento.

e addio pensieri grandiosi.

pessimo durante l'anticipo del sabato.

ti fissi sulla luce azzurra del televisore e ti perdi il gol del portiere di testa.

da calcio d'angolo.

per non parlare delle vittime sulla strada.

è lo sguardo che non sbadiglia all'ingresso della sala trentadue, piano secondo.

al piano di sotto nota lo sbadiglio e prova disgusto per il futile.

adorante e futile. Due sguardi.

non è una prerogativa degli esseri umani. anzi, per noi è solo un dono.

Simone, minimal 23:38 | commenti: commenti (popup)

Appunti per un blog 2.0

All'uscita della feltrinelli ci sta un simpatico ometto di colore che cerca di vendermi piccoli libretti.

Io dico sempre di no, che ho fretta, che non mi interessano.

Neanche lo so io cosa ci sta scritto dentro questi libretti. Sai mai possano essere vivaci e interessanti.

Ma il conformismo e la fretta che tutto macinano mi spingono sempre via, come mia mamma da piccino quando mi appropinquavo a banchi di giocattoli potenzialmente interessanti.

All'uscita dalla feltrinelli ci sta anche il caldo, oggi in formato afa/sole/sudore prendi 3 ti disidrati 5.
Tanto che lo sbalzo aria condizionata/aria normale ha provocato seri stordimenti in Pru, già provata dall'acquisto selvaggio di libri variopinti.

Già perché abbiamo comprato il libro della Profe (quello nuovo), tre libri da architetti e "la mano sinistra di Dio".

Insomma, fino a che non ci montano il condizionatore, sappiamo come sventolarci (le riviste da architetto in questo sono perfette poiché grandi e quadrate) e come distrarci.

Come sempre, all'uscita dalla feltrinelli, ripenso a cosa potrei fare per migliorare questo piccolo spazio virtuale.

Tanti hanno un sacco di idee carine e ironiche. Io nulla.

Tipo che potrei cominciare a dare dei nomignoli a tutte le persone che conosco: magari mio padre diventa El vecio, mia mamma la rinomino SudAmerica e il cano lo chiamo Il Cano.

E poi potrei parlare in terza persona. Ganzo.
Potrei smetterla di dire io io io e passare a:

All'uscita dalla feltrinelli Simone pensa sia ora di cominciare a parlare in terza persona.
Pensa sia una cosa molto avveneristica e decide di parlarne con Il Cano.
In quel mentre, giunge una chiamata di El Vecio per una grigliata in giardino.

Non pare male.
Potrei riuscirci.

Oppure potrei cominciare a disegnare fumetti, una mia versione cartoonesca e furbetta, un tipo con le bretelle e l'aria professorale ma che poi ne combina di cotte e crude.

Questa idea la scarto subito, ripensando all'ultimo mio disegno: una casa col sole e l'albero.
A cinque anni.

Potrei darmi al fotoblog e postare solo scatti con commenti surreali e ricolmi di concetti densi a tal punto da risultare incomprensibili.
Cavolo questo si potrebbe fare! Ora mi prendo il dizionario, scelgo cinque parole a caso e scrivo due righe usando solo le cinque parole.

INAVVERTITAMENTE il NUCLEO si è messo a BALLARE: tutt i contorni di un LUCIDO divenire mi paiono DISCRETI e fascinosi. BALLARE è DISCRETO, LUCIDO, INAVVERTITAMENTE NUCLEO.

non funziona. mi manca qualcosa.
e non conosco i giri dei pusher di Firenze.

All'uscita dalla Feltrinelli ora ricordo di aver comprato anche il libro+dvd di Ascanio Celestini "Parole Sante".

Ecco, uno come Ascanio è veramente da invidiare: ho visto alcune sue opere teatrali, in cui lui si siede, ti guarda e comincia a parlare.
Parla per due ore e non te ne accorgi.

Racconta cose allucinanti, tipo la strage delle fosse ardeatine, con lucidità ed una impercettibile ironia, senza apparire mai inopportuno.

Diamine potrei scrivere come Ascanio. Come parla, intendo. Cioè scrivere come parla lui.
Però con l'accento toscano, perché io l'accento romano proprio non sono capace a farlo.
Al massimo dico "aò". Si ma non mi viene bene come a lui.

All'uscita dalla Feltrinelli mi fermo, mentre l'ometto di colore tenta di vendermi un libretto e ripenso a cosa cambiare di questo spazio virtuale.
Mi fermo anche per riprendere fiato e acclimatarmi nell'afa fiorentina.

Poi ripongo tutti gli appunti per un blog 2.0 in un cassetto.

Va già bene così.
Simone, minimal 15:11 | commenti: commenti (3)(popup)

umidità e ritardi

si sente respirare, questa umidità.

se ascolti puoi udire quel rimbalzare lieve di piccole onde, di piccole, tantissime onde.

le onde rimbalzano tra le particelle di ossigeno e un sacco di altra roba che forse non dovrebbe esserci, nell'aria.

e le onde divengono gocce sulla fronte. sono gocce piatte, scivolose.

le sfiori e si infrangono. le sfiori e si moltiplicano.

scendono, seguono il contorno degli occhi, diventano valanghe.

poi si radunano, si ritrovano sull'alto labbro, alle pendici del naso.

le togli, si riformano.

le togli anche dal mento. rinascono.

ed ascolti.

si sente respirare questa umidità.

la chiamano estate.

arriva in anticipo.

il condizionatore no: l'abbiamo ordinato il 2 di Maggio.

arriva in ritardo.

stronzi.
Simone, minimal 22:34 | commenti: commenti (6)(popup)

Un giorno nuovo

Stamani mi sono svegliato e faceva caldo.

Un caldo bellissimo, quel tepore di maggio però in anticipo.

Non afoso, per nulla. Anzi, una bella brezza marina, un dolce sapore salmastro.

Dalla finestra del soggiorno, mi sarò scimunito io, ma si poteva vedere il mare.

Delle gran vele all'orizzonte.

Sicché mi vesto e scendo per strada: oh, non potete immaginare!

Tutti carini, gentili, ti salutano. I marciapiedi sono pieni di fiori.

Al semaforo un ragazzo mi porge il giornale: leggo che mi spetta il contributo prima casa, che l'aiuto alle famiglie c'è ed è per tutti.

Che la legge Bossi-Fini non esiste. A me pareva.. nono, ti sbagli, non c'è mai stata.

Il ragazzo conferma che non esiste nessun Bossi.

Mah..

Fini invece c'è. Vende Tortelli all'angolo.
Ha pure un sorriso carino.

Arrivo alla macchina e sul tergicristallo ci sta un foglio coloratissimo, che mi ricorda di prendere il tram.
Ecologico e rapido.

Massì, diamogli retta.

Il tram, puntuale, anche se un po' anziano, è pieno di facce sorridenti, tutti chiaccherano e sorridono.

Cazzo, stamani mi sono drogato di lsd. Lo sapevo che quei funghi avevano un'aria strana.

Arrivo in centro ma non trovo il tribunale.
A pensarci bene questa città mi pare cambiata da ieri.

C'è pure uno strano incremento di pescivendoli.
mah.

Vado al bar, dove mi viene servito un cappuccino decisamente sottotono.
La briochè, però è impeccabile.

Un baretto poco caro, peraltro.

Dalla vetrina scorgo una libreria, una di quelle autoctone con le coste dei cartonati un po' ingiallite dal sole.
Gli lancio uno sguardo e noto la più grande stranezza di oggi.

Tutti i libri sono in spagnolo.
D'improvviso esce un signore e mi strattona, mi dice (però piano): ehi, ehi, ehi.

Ma è più un: gna,gna,gna

Lo guardo e ha la testa da gatto. I piedi neri. E mi lecca il naso con la lingua ruvidina.

Apro gli occhi, per davvero. Sopra di me, sopra la velux, piove.
Cominciamo bene.
Simone, minimal 12:21 | commenti: commenti (2)(popup)

Ci sono prigioni peggiori delle parole

Scrivere è un dono.

Ne sono certo.

E' possibile, con le buone letture ed una formazione umanistica di un certo rigore, riuscire ad impostare una lettera.
Affrancarla e via discorrendo.

Persino avere una buona calligrafia.

Ma scrivere, quella roba che non viene smanacciata per un paio di mesi nelle spianate d'ingresso di qualche libreria-fiume, è un codice del dna.

L'importante è che si trasmetta. Che arrivi, ogni tanto, qualcuno con quel dono singolare; che venga notato da un buon editore; che non abbia velleità politiche o moralistiche (o comunque non troppe); che riesca a trattenere il fiato di fronte al risucchio dei media, in cas di successo.

Autori così non ne conosco.

Però di recente ho letto un libro che parla di libri. Durante la mia impegnativa avventura nelle matrioske di Calvino, mi sono concesso una pausa romanzesca a Barcellona, dentro una biblioteca di libri dimenticati.

Una sosta di qualche giorno all'ombra del vento.

A questo punto ci si aspetterebbe una bella recensione ed un veloconsigliotanto.

Credo che questo libro non abbia bisogno di un consiglio. Lo abbiamo tenuto sullo scaffale per mesi.
Forse anni.

Poi una mattina ha deciso di farsi leggere. Ed è stato una gabbia di parole.

Ma, come il titolo suggerisce, c'è di peggio.

Nei due giorni trascorsi tra Barcellona ed una Rovereto calda ed accogliente come al solito, ho trovato analogie singolari.

Un cappellaio, un vecchio negozio con scuri gargoyle all'ingresso.
Passi nella precedente vita di colei che amo.

E' sempre una piccola emozione calpestare e percorrere quelle vie pensando a quando le percorreva lei.
Ai pensieri di oggi e quelli di ieri.

Volevo scriverne per catturarne il ricordo.

(almeno oggi, pausa dalla maratona politica italiana. tanto vinti e vincitori sono entrambi pessimi candidati)
Simone, minimal 17:34 | commenti: commenti (popup)

Ho voglia

Ho voglia delle spiagge bianche.

Di quella sabbia fine che si fessura tra i calzini, ché dopo tocca metterci MastroLindo per lavarla via;

Ho voglia del silenzio di quei rami secchi, di qualche bottiglietta vuota che rotola sul bagnoasciuga;

Ho voglia di stenderci il cappotto, sulle spiagge bianche, di sedermi sul cappuccio in qualche modo;
Non riesco a stare con le gambe incrociate, che volete farci;

Ho voglia di respirare i tuoi capelli, quelle mani bianche che toccano tutto come fosse un clarinetto;

Di prendere la tua vecchia reflex, quella che lo scatto non lo finge;
E di stamparti su carta opaca, dentro la cornice bianca vista in Borgo La Croce l'altro ieri;

Ho voglia di prendere le ciambelle alla Coop di Rosignano, di riempirmi le mani e la bocca di granella zuccherosa;

Ho voglia di vederti leccare le dita come un'ancia del clarinetto;

Di togliermi le scarpe e poggiarle ai piedi di quei rami secchi, per poi ripensarci e correre a riprenderle prima che un gabbiano le indossi e me le porti in mezzo al mare;

Ho voglia di quel tramonto, di berlo tutto fino all'ultima gozzata, di fissarlo riflesso nei tuoi occhi, verdi come la schiuma delle onde;

Ho voglia di ridere per l'arrivo di qualche strano turista pasquale, convinto che oggi si sarebbe fatto il bagno;
Di quelli che ormai l'avevano dato per certo e ora non si vogliono tirare indietro;

E perlomeno ammollano i piedi, sorridendo spacconi agli amici più pavidi;

Ho voglia di ridere pensando al lavoro del loro otorinolaringoiatra l'indomani;

Ho voglia di ascoltare vecchie canzoni in macchina e di sentirti cantare "Le traiettorie delle mongolfiere"o "Le cose in comune";

Ho voglia di ascoltare il tuo respiro emozionato, mentre parte "Romeo and Juliet" e ripensi a quella chiesetta a San Gersolè, al mese di maggio, al profumo delle rose bianche e di quelle rosse;

Ho voglia di tornare indietro, sulla superstrada, verso casa: di sentirti parlare a sfinimento delle nostre gattine, di quanto ti piace ogni singola piega del loro volto, ogni singolo atteggiamento;

Ho voglia del tuo stupore continuo;
dei tuoi occhi spalancati e di come li socchiudi lenta, mentre mi guardi;
del tuo fissarmi, del mio imbarazzo;

Ho voglia di leggerti quel rossore che mi pervade le gote e mi fa dimenticare le pareti delle cose;

Ho voglia di rientrare a casa, dopo una giornata come questa, di sentirti cadere sul divano, di vederti incrociare le gambe in quella posizione che io non riesco a tenere;

Ho voglia di sentirti sussurrare che hai fame, che hai sonno ,che hai freddo, che farai una doccia, magari più tardi, magari domani mattina alzandoti presto, magari subito ché non ne puoi più della sabbia delle spiagge bianche, magari con me, magari senza di me che in due l'acqua è sempre troppo calda, magari.

Ho voglia di te che ti infili sotto le coperte senza metterti il pigiama, o al massimo solo i pantaloni, che giuri di toglierti tra poco il maglione e la sciarpa e i guanti, che poi ti svegli alle tre con la sciarpa i guanti e il maglione e mi racconti che sognavi di essere un pupazzo di neve dentro una sauna svizzera;

Ho voglia di sentire le gatte placarsi dopo ore di rincorsini sopra sotto e attorno al letto, di chiudere la porta di camera nostra, di sentirti sul mio petto, di carezzarti piano;

Ho voglia di chiudere gli occhi dopo averti visto girare dal lato fresco del cuscino, dopo il bacio della buonanotte, dopo la promessa di svegliarsi presto l'indomani, per fare colazione assieme con il plumcake al cioccolato del mulino bianco;

Sicuro che al mattino ti lascerò riposare sotto la trapunta bianca, quella con le rose rosse;
Con il loro profumo.
Simone, minimal 15:03 | commenti: commenti (4)(popup)

Once Upon a time

Pescando a caso, tra le carte, si srotolano storie diverse.

A tratti divertenti, a tratti affascinanti.

Spesso senza un senso e con passaggi logici imprevedibili e inverosimili.

Capita, ad esempio, un cane, che vive in una grotta, con una strega che poi è una fata.
Durante una tempesta, si ritrova di fronte ad una porta, con un medaglione per collare.

All'interno, un mago brutto lo trasforma in un pupazzo di pezza, con il nasone.

O c'è la gatta pelosona, che dorme tutto il dì tra cuscini bianchi, svegliandosi la sera al tintinnio di campanelli e croccantini, che rincorre un cane di pezza, che a volte riporta e a volte no.

Un gatta che prima scappava, fuggiva nel giardino dei commercialisti dove un canone gridava e lei mangiava l'erbetta e si arruffava.

Poi piangeva e due ragazzi la venivano a recuperare con una scala.

L'imprevedibilità e l'inverosimiglianza sono due caratteristiche di favole improvvisate e di vite reali.

I personaggi scomodi, le liti inaspettate, un tesoro nascosto, un'amicizia improvvisa.
Un telefono.

Una bottiglia di vino e parole a fiumi.

O grandi silenzi.

Pescare una carta.

Sembra un gioco. E invece è la vita.
Che pare non si sappia dove porta.
E invece c'è sempre una carta.
un personaggio.
un luogo.
un evento.

La storia va avanti.

Come nel gioco, il bello non è esaurire la propria mano prima dell'avversario.

Il bello è disegnare, con carte difficili, una favola meravigliosa.
Simone, minimal 21:01 | commenti: commenti (popup)

Il commediante

sabato, 06 ottobre 2007 in: scatti, esperimenti letterari
E' una semplice ventiquattrore.

Un vecchio modello, una di quelle rettangolari, cartonate, che forse ho trovato vicino ad un cestone di rifiuti.

Non si butta nulla, mi dicevano. Tutto. E'. Arte.

La valigetta è sporca di vernice blu. Non ricordo se lo fosse anche allora, quando la presi.
Mi piace pensare di averla sporcata in giro, cantando su di un palco improvvisato,
sopra una sedia da cucina, con la paglia a sorreggere tutto il peso delle mie scenette.

Dentro è un cumulo di oggetti, polvere da trucco, guanti di pelle, dall'aspetto elegante e appariscente.
Poi c'è un foulard verde, con un bel fiore disegnato.

L'ho disegnato io, ho preso i pastelli e ho pigiato sul foulard fino a riempire le trame di colori.

Quel foulard lo indosso per primo.

Faccio un nodo vistoso, un po' come fosse un cravattino dell'ottocento.
Dentro un taschino c'è un frammento di vetro, uno specchietto pieno di ditate: sono bellissimo.

Svito una coppetta da gelato, una coppa del nonno piena di crema.
mi rigo le guance e lo specchio si rattrista.
Lo fisso con il volto corrugato, poi lo consolo con un largo sorriso.
E' un sorriso amaro, ma è pur sempre un sorriso.

Proseguo con le dita a coprire il mio volto di crema.
Lentamente scompaio.

Dove prima ero io. Dove prima ero qualcuno con un nome e un cognome.
Dove avevo un lavoro.

Ora c'è un volto bianco.
E due occhi notturni e nuvolosi.

Lo specchio mi riconosce. Mi saluta.
Un cenno, solo un cenno con la mano bianca.

<<buonasera viandante, sei ancora qui?>>

<<sono sempre qui>>

<<non è vero. sei qui. non sempre>>

<<stasera sarò un pittore francese>>
<<dipingerò con un pennello largo i volti della gente, dicendo loro che i ritratti veri non sono le tele.>>
<<i telai sono per chi non ha più nulla da disegnare>>
<<farò loro la bocca rossa e gli occhi turchesi>>

<<se ne andranno presto>> mi dice lo specchio
<<e anche stasera frugherai nel cestino in cerca di una cena>>

<<canterò canzoni senza voce. sarò un cantante muto. dirò loro di venirmi dietro, se conoscono le parole. e accompagnerò i versi con una chitarra senza corde, o un flauto senza fori>>

<<credi che riderebbero per questo?>>

<<rideranno, ne sono sicuro>>

<<è triste, è tristissimo>>

<<le cose buffe sono sempre tristi. e un po' malvagie. prenderò una manciata di sassi e li lancerò in aria come coriandoli. e dirò loro che è carnevale. e dirò loro che, se anche i coriandoli fanno male, allora non resta che vivere senza feste>>

<<ti trucchi tutte le sere, per dire la verità?>>

<<mi strucco ogni notte, per dimenticarla>>

la gente si fa intorno. richiudo la ventiquattrore di cartone.

Mi giro e faccio un inchino. Un largo sorriso.
Poi metto le scarpe buone,
li fisso,

Simone, minimal 20:47 | commenti: commenti (popup)

I miei Maestri

giovedì, 04 ottobre 2007 in: esperimenti letterari
Maestro: persona che apparentemente sembra non darti nulla, ma che, voltandoti, scopri a te somigliante.

Al momento della propria nascita si ha grandi aspettative sui propri maestri.

La mente spugnosa è pronta e ricettiva a qualunque messaggio.

Perciò si ritiene che i maestri siano numerosi da bambini; e che, per contrasto, vadano a ridursi con l'età adulta.

Io preferisco classificare e distinguere le varie forme d'apprendimento, distinguendo le persone in amici, istruttori e infine maestri.

Per diventare amici basta poco, per smettere di esserlo, a volte, ancora meno.

Gli amici sono quelle persone da cui apprendi, più o meno inconsapevolmente, ed alle quali contemporaneamente doni un po' della tua sapienza.

Banale è il concetto di sapienza: preferirei parlare di essenza.

Amici sono stati, per me, i miei genitori.
Persone dalle quali ho avuto un sostegno (e ce l'ho tutt'oggi) ed alle quali ho donato parte della mia essenza, tanto che, presuntuosamente, ritengo siano loro a somigliarmi; non il contrario.

Gli istruttori sono persone che insegnano a te come farebbero con chiunque altro.
E dalle quali ricevi un insegnamento identico a quello ricevuto da chiunque altro.

Istruttori sono stati, per me, tutti gli insegnanti scolastici.
Non li ricordo per il loro carattere; li rammento per la materia di loro competenza.

Può sembrare triste, ma non sono qui per elargire doni.

Maestri.

Sicuramente "Maestro" è stato Orlando:

Orlando mi ha trasmesso la passione per uno sport tanto assurdo come l'equitazione; insegnandomelo anche; ma soprattutto facendomi capire cosa vuol dire "passione" per qualcosa.
Oggi non avrei mai avuto il coraggio di suonare una chitarra, senza la sua passione.
E' stato un maestro, perché prima di lui non avevo passione per nulla e dopo di lui si.
Anche se non si trattava dell'equitazione.

Gaetano è stato il mio maestro oscuro.
Lui mi ha trasmesso la sfiducia nel prossimo; non nella forma più acuta, bensì una sorta di "attenzione" a chi ti sta attorno, poiché chiunque potrebbe essere il tuo assassino.
E' stato anche un maestro mio malgrado; ha deciso lui che lo sarebbe stato, ha dettato ogni regola del gioco, compresa la fine.
Oggi, dopo vent'anni di lezioni, ho capito che non è più il mio maestro: non provo per lui alcuna forma di emulazione; Forse, finalmente, sto cominciando a vederlo per quello che è all'anagrafe: mio zio.

Federico è il mio maestro socratico. Non voglio far nascere simpatiche voci su cosa intendesse socrate per rapporto maestro-allievo.
Da lui ho imparato, veramente, un mestiere.
Ed è stato un maestro poiché ha pensato bene di non insegnarmi assolutamente nulla; si è limitato a sottolineare i miei errori (anche quelli non miei, ma che ha ritenuto opportuno far ricadere su di me).
In realtà per molti aspetti potrei considerarlo un amico; invece è un maestro perché lui da me non ha preso nulla.
Ed è l'unica persona a me estranea su questa terra che mi abbia chiesto scusa per primo, dopo una litigata.

In ventotto anni di vita, ho avuto solo tre maestri.

Non mi lamento, anche perché avere un maestro è faticoso, frustrante, a tratti semplicemente terribile.
Anzi.
Penso che potrei averne ancora altrettanti, pronti ad incrociare il mio cammino.
E tremo. E rido.
Simone, minimal 21:04 | commenti: commenti (popup)

Miele di Luna

martedì, 05 giugno 2007 in: romance, esperimenti letterari, valigie in tasca
Le favole hanno una struttura tematica standard.

Cominciano con un personaggio buffo, o romantico.
Il personaggio buffo o romantico ha un sogno.
Il sogno è ostacolato da un cattivo.

Scontro con il cattivo. Vittoria del personaggio buffo o romantico.

"E vissero felici e contenti"

Fine.

Non so voi, ma io a questo punto mi incazzavo. Cioè insomma, volevo sapere cosa succedeva dopo.

Dopo tanti tormenti, ansie e paranoie sarebbe bello vedere un po' di relax, godersi l'happy ending.

Invece i fratelli Grimm, eliminato il lupo cattivo, perdevano il filo del discorso e con un "E vissero felici e contenti" liquidavano il bambino e spegnevano la luce del comò.

Qui è dove si narra del seguito. Qui si parla del "E vissero felici e contenti".

Dopo il matrimonio, dopo gli invitati, la cena, il ballo memorabile con le note di Barry White e l'incredibile trenino del Disco Samba; distribuite bomboniere, baciato un'infinità di guance e sorriso per circa sei ore consecutive (per la felicità e per i posteri le foto sono disponibili sul sito www.nozzeinfoto.it);

Dopo gli ultimi saluti.

Bagagli e valigie (stavolta i nostri zaini sono rimasti in soffitta) imbarcate su un volo Meridiana, direzione Amsterdam.

Di Amsterdam potrei parlare per pagine e pagine. Con un profondo inchino per la meravigliosa Jacuzzi con schermo al plasma in bagno e con il coraggio di vedere Titanic il giorno prima di imbarcarsi su una nave da crociera.

Già, la crociera.

siamo da bosco e da riviera, si diceva un tempo.
No, siamo da bosco e da crociera.

Alla nostra Costa Atlantica possiamo rimproverare qualcosa, forse, ma dobbiamo esserle grati di almeno due cose: dei tramonti sul balcone della nostra cabina e del nostro primo visto sul passaporto; chiaramente Russo.

Dimessi i panni snob dei backpackers, abbiamo indossato giacca cravatta, tacchi e abito da sera per scendere nel salone della cena e rinnovare le nostre promesse al comandante della nave.

E vediamo di non negare: ci siamo emozionati come bambini.

Copenaghen, Stoccolma, Helsinki, San Pietroburgo, Tallin, Bornholm.

Vorrei potervele raccontare passo dopo passo. Vorrei descrivervi ogni respiro.

Ricordi pieni di luoghi. Ci torneremo, ma non sarà lo stesso.

Perché ci sono viaggi e Viaggi.

Questo è il viaggio dei viaggi.

Il viaggio di Miele e Luna.

Benvenuti nel secondo capitolo della Fiaba Infinita.
Simone, minimal 18:39 | commenti: commenti (8)(popup)

Favola di Ferrara

venerdì, 09 marzo 2007 in: goliardie, esperimenti letterari
Corto maltese non l'ho mai apprezzato come merita.

Mentre il marinaio passeggia per le vie affumicate di Venezia ,s'imbatte in una ciurmaglia mista di varia umanità.

Penetra un segreto.

Si una di quelle cose di cui non si parla, se non a bassa voce, e mai troppo male o troppo bene.
Diciamo che se ne parla perchè si è curiosi.

Si ma non parlo di Corto, anche perché Venezia non è nel titolo.

Eppure.

Innegabilmente ho sempre avuto un misto di interesse e curiosità verso certe forme di organizzazione.

Probabilmente il mio spirito solitario in realtà non voleva poi essere così solitario.

E una forma aggregativa poteva impormi persone e nuove amicizie che da solo, viceversa non mi sarei (e non mi sono) mai imposto.

Quando mi sono trovato a stretto contatto, in una sorta di primo incontro col monolito, non nego una certa fascinazione.
E' durata perfino oltre la settimana classica, per cui la ritengo comunque una di quelle mie "fisse" di cui parlo spesso e volentieri (unitamente alla "fissa" per i giochi di ruolo online ed alla "fissa" per gli U2).

Poi ho cominciato a criticare alcuni giochi di ruolo e certe canzoni degli U2; insomma.. non mi piacevano poi molto.

Sono diventato esigente. Lo divento sempre.

E una certa forma di egocentrismo (o di snobbismo, chissà), mi ha condotto, anche col monolito, ad un conflitto.

Niente di eccessivo, oh.

Diciamo che trovo delle dicotomie. (almeno spero si chiamino così.. mai stato un luminare delle figure retoriche).

La prima dicotomia è il rapporto persona-gioco.
Trovo naturale far guidare a Valentino Rossi la sua motocicletta anzichè farlo sudare con lo sci di fondo.

Perchè con la motocicletta ci rende tutti un po' orgogliosi. Magari con lo sci di fondo avrebbe solo mandato a cagare i genitori che lo costringevano da piccino sulle nevi.

Dunque, se uno non sa prendersi sul ridere, perfino a trentanni, perfino da un quattordicenne che ti sbarra la strada e ti dice "oh, ciccio! hai bucato" (e non era vero un cazzo, ma il bimbomerdo si è meritato un sorriso perchè mi sono pure fermato a controllare..), vuol dire che hai sbagliato mestiere.

cavolo.. ho detto mestiere?

essì.. la seconda dicotomia è che molti intendono tutto questo come "il loro lavoro".
nono, certo. Prima l'università.
Sulla carta almeno c'è scritto così.

Però timbrano il cartellino come i piccoli balilla in collegio.
E se non timbri il cartellino sei un traditore (che già hai tradito mezze regioni d'Italia.. vediamo di non inimicarci tutti.. poi ci tocca andare a vivere a San Marino).

Strano, all'ingresso avevo letto che in pratica uno entra per bere, per fumare e per trombare.
In piccolo, sulla finestra più sudicia, c'è aggiunto: "se hai già vino fumo e donna/uomo non ci rompere i coglioni".

Urka. (no, bonolis, non tichiamavo in causa..)

Quindi l'essenza non è propriamente "divertirsi". Come se chanel facesse un profumo che si dà solo a chi non si lava da mesi. Se ti sei fatto la doccia, chanel diventa concime fresco.

Boiadeh, dice un mio amico.

La fascinazione mi è un po' calata, a dirla tutta.
Resta, poichè la fissa è la fissa, però magari mica ti compro più tutti gli album. Al massimo te li scarico.

E mi scarico pure "M'è morto i' gatto", parodia di "with or without you".

Questo è paradossale: ricorrere alla parodia di una parodia..
Perchè? perchè la parodia1 si prende troppo sul serio.

Un suggerimento.

Dai voglio essere presuntuoso fino in fondo.

Sembrate diessini incerti.

O vi incappucciate definitivamente, con tanto di quota mensile da cento carte (risolvendo anche certa crisi della sala convegni che pare una macelleria in disuso); oppure comprate del vino migliore.
Questo è aceto. E non è colpa del vino.
E' colpa di voi che non lo sapete imbottigliare bene.
Simone, minimal 18:35 | commenti: commenti (popup)

Cieli di Cobalto

venerdì, 09 marzo 2007 in: romance, esperimenti letterari, astruse astrazioni
Sera di pioggia, sera senza luce.

Avvolto dalle tenebre della camera, comunque, ti sento.

C'è un senso di te, c'è un senso di neve e primavera.

"c'è la neve nei miei ricordi, c'è sempre la neve;
e mi diventa bianco il cervello se non la smetto di ricordare.
Ma tanto, qui sotto,
nulla è peccato..
"
Simone, minimal 01:11 | commenti: commenti (1)(popup)

Malbo Gentile

venerdì, 23 febbraio 2007 in: esperimenti letterari, roba da bloggers, astruse astrazioni
Perchè talvolta mi siedo (anzi, sono già seduto), apro l'editor di questo Splinder-MareMagnum e dico: qui bisogna scrivere qualcosa.

Ed ogni volta scrivo una sorta di flusso mentale che un minuto prima non c'era e il minuto successivo è già un vecchio manoscritto di pergamena, da ritrovare in un baule della soffitta.

Anche questa volta non è diversa.

Mi siedo, accendo la sigaretta (per poi spegnerla subito dopo, ricordandomi che non fumo), mi giustifico con Leonardo che chiede perchè gli inculo le sigarette di nascosto, non fumandole oltretutto, e fisso lo schermo.

Di colpo mi scorrono davanti le immagini della mia vita, l'infanzia difficile, la misera paga delle navi da crociera per cantare, le turiste tedesche, il mio primo miliardo con il sudore e il sangue di un sacco di gente che manco conoscevo.

Poi mi passa, anche perchè lo schermo proietta la biografia di Berlusconi.

E allora è il vuoto.

Il vuoto dello scrittore è come il fondo dell'oceano. Magari è pieno di calamari giganti che vivono nelle grotte di pastella fritta, ma il buio ti impedisce di vedere.

Per cui il vuoto dello scrittore è fondamentalmente pieno, ma non si sa di cosa.

E se il vuoto dello scrittore è così, figuratevi il mio, di vuoto.

Credo sia il motivo per cui la maggior parte dei bloggers finisce per scrivere roba triste.

Come quando ci si siede a tavola, ad una certa età e la pagina del giornale è aperta sui necrologi.
Il giorno prima discutevi della formazione dell'Inter. Il giorno dopo fai l'appello dei tuoi compagni di scuola assieme ai figli e nipoti addolorati.

Dissacrante? Mah, a leggere in giro questa è la gran moda del momento.

E mentre parlo degli altri, deridendoli della loro decadenza, vi distraggo dal vero motivo che vi ha condotti qui.

"Malbo+Gentile" digitato erroneamente su Google.

Fate finta di aver sbagliato. Di non essere giunti qui con la consapevolezza di non trovare niente di interessante sul "Malbo Gentile".

Tornate indietro e cercate ancora.

Fatto?

Ecco, ora che si sono tolti dalle palle gli estimatori del Malbo Gentile, posso tornare a parlare dei cazzi miei.

Una splendida serata, quella di ieri.

Tra vecchie bottigle consunte e tavoli di legno. Semplicità e ricercatezza.
Oltre il gusto tutto italico di parlare ostinatamente di cibo. Sempre.

Ma soprattutto i tuoi occhi, che scrivono più di un romanzo e con la delicatezza di una piuma.

Una serata dai piccoli sorsi, una serata che avrei preferito dormire meno.

A volte organizziamo e abbiamo aspettative. E poi ci piovono tra le ginocchia questi cuscini dal ricamo perfetto, caldi e soffici.

E, naturalmente, il "Malbo Gentile".

No, cazzo, ancora quelli del "malbo Gentile"! (ma perchè non usate internet per guardare le troie, come fanno tutti?)
Simone, minimal 12:49 | commenti: commenti (popup)

Non mio

martedì, 13 febbraio 2007 in: esperimenti letterari, per una sberla di libri

Dall'alto delle cose vedo i colori fondersi e unirsi in forma dando aspetto ai miei sogni, dall'alto delle cose vedo la matita rincorrere i servi del tempo che fuggono cercando di fermare i minuti, dall'alto delle cose nascondo il bianco della tavola con segni e parole per fondere la memoria con l'oggi.

Seduto sullo sgabello, la matita o il pennello in mano incontro di fronte a me lo sguardo sorridente del grande Pablo che mi invita alla corrida, ma devo, seppur a malincuore, declinare l'invito per raccontarmi la notte e trovarvi una spiegazione.

Pablo continua a sorridere, a volte mi racconta della sua vita, dei suoi amici artisti e poeti, dei sui amori e delle sue avventure, è un gran narratore, resto incantato, ad ascoltarlo per ore e prendo spunti per il mio dipingere.

Marc ci raggiunge con il treno rapido Parigi-Vezzano delle 23.34, a volte con lui viene anche Paul, ognuno racconta qualche episodio della propria vita, anche la luna, ormai tagliata, ferma la sua corsa per ascoltare questi fantastici racconti.

L'omino volante dichiara il suo amore alla gentilissima Farfallina sotto lo sguardo curioso del Maestro Francesco Giuseppe Schenone, la Sirena canta la sua melodia per trasportarli nel suo Oceano e trattenerli prigionieri.

Dall'alto delle cose vedo tutto e vorrei raccontare tanto, ma la luna si spegne e nuovi sogni nascono disperdendo quelli precedenti ed io inizio nuovi viaggi fantastici verso mondi, personaggi, e amori nuovi tenendo per mano la mia amica Fantasia.

(Francesco Musante)


Simone, minimal 17:41 | commenti: commenti (1)(popup)

Febbraio

lunedì, 12 febbraio 2007 in: scatti, esperimenti letterari
Scrivere di febbraio concede il gusto speziato di poterlo camminare con le scarpe da estate, senza bruciare le dita dei piedi per il freddo.

Scrivere di febbraio concede il lusso delle penne biro che regalano subito tutto il colore, senza il vecchio uso di scaldargli la punta a fiato.

Scrivere di febbraio non fa scivolare gli anelli verso la tastiera più volte, sfinendoci fino a riporli ai lati del tavolo, per poi dimenticarli uscendo e passare una serata nel dubbio di averli persi, scivolati da qualche guanto distratto.

Scendo per strada e piove.

La colonna di mercurio riflette questa finzione del maglione, ricordando a tutti che il cotone è solo a pochi metri di distanza, nel baule in soffitta.

Basterebbe una scala per toglierci la maschera conformista che deve essere freddo. Deve essere freddo, deve nevicare ad ogni costo.

Sono entrato nella mia stanza, oggi. E per prima cosa ho acceso il termosifone.
La seconda è stata buttare il maglione sulla sedia.

La terza è stata ridere per questa piccola ipocrisia giornaliera.

Questo febbraio profuma come una rosa bianca alla stazione, come arance mature, a cassette sul tavolo.

E mentre nell'aria si spreme tutto il loro succo, non posso che pensare ad oggi, a domani, a dopodomani.

Significati semplici. I migliori. Li apprezzo, mi copro le orecchie e fingo il freddo che non c'è.
Simone, minimal 11:09 | commenti: commenti (popup)

Ogni singolo giorno

lunedì, 29 gennaio 2007 in: romance, esperimenti letterari
Due sul treno.
Uno di fronte all'altro.

Il treno viaggia.

Due sul treno: lui legge, lei ascolta della musica.
Uno di fornte all'altro.

Si fissano.

A questo punto tutto può succedere.
Un solo sorriso accennato, d'intesa.
Magari lei che nota il libro e lo ha letto.
E lo dice a lui.

Una conversazione.

E poi parlare della musica e scoprire che hanno gli stessi gusti.
E poi scoprire che il treno va nella stessa direzione per entrambi.

Si fissano.

Dio, potrebbero non parlare. Potrebbero restare immobili nelle loro vite e non scambiarsi neppure quell'unico cenno.
Sarebbe un disastro silenzioso.

Potrebbe entrare qualcuno nella carrozza e interrompere il ballo.
Magari un personaggio ingombrante come una valigia, che ti si pianta di lato e si apre, lanciando ovunque cappotti e calzini.

L'idillio sarebbe finito.
L'ingombrante parla con lei e lei risponde.
E lui a quel punto non sa più se è giusto dire qualcosa.
Non la dice.

Il treno continua a rullare sui binari. Di stazione in stazione.
E finisce che loro non vanno nella stessa direzione.
Lui ferma duecento chilometri prima di lei.
Scende le scale del sottopassaggio.
E al terzo scalino la dimentica.

Fine.


Oppure no.
Niente ingombrante valigia di parole.
E lei nota il libro.
E lui coglie una nota della sua musica.
Si accordano.
Parlano.

Scendono insieme. La stessa stazione.
Sugli scalini del sottopassaggio già si tengono la mano.
E appena fuori dalla stazione lui la bacia.

Poi si trovano un anno dopo sullo stesso binario.
Sullo stesso treno.
E ridono del personaggio ingombrante che dispensa camicie e calzini.
Si amano.
E la mano di lui carezza il ventre di lei.

365 giorni se li conti sono dispari.
Forse sarebbe meglio festeggiare mille giorni, o cinquecento.

Non c'è una scelta per ogni giorno.
Si festeggia quella scelta di parlarsi. Di parlare del libro e della musica.
Di cominciare un dialogo e terminarlo con un (si).

Questo è il senso. Di tutto.

Ogni singolo giorno è il tutto.
Silenziosamente, costruire.
Simone, minimal 12:40 | commenti: commenti (popup)

e se per esempio (per esempio)

giovedì, 25 gennaio 2007 in: romance, esperimenti letterari
e lunghe ore a parlare di tegolini e soldini, di Montale e Silvestri, di viaggi e parenti.

e l'attesa alla stazione con ogni binario che si spera sia quello giusto, e sperando di sentirti e di vederti.

e il tempo è tiranno negli scioperi, due sorsi di vino e sgurdi contro il muro giallo.

e tu che guardi di lato con le gote rosse dal freddo e le gote rosse dall'emozione.

ed io che sciorino parole e parole negando di apprezzare cantanti e giocando col tuo cappello.

e poi ancora parole che si scrivono perchè non c'è la voce, perchè sappiamo contare fino ad uno.

e le cose in comune sono una canzone, ballando tra le rime, come un piccolo Romeo e una minuscola Giulietta poggiata alla finestra di una via coi sanpietrini.

e mi racconti del futon e di amici di cui immagino le voci, di cui ascolto le voci, a breve.

e si costruisce a piccoli sorsi interrotti, come i malati di cuore, un muro e poi altri tre
che diventano casa, che profumano di vernice fresca.

si spunta la matita intera, e la neve porta in sé l'odore di Primavera, tanto che credevo fosse il ventuno marzo.

suoniamo il piano a 4 mani e non osiamo pronunciare i nostri nomi.
Non ancora.

Ci limitiamo a fissarli, compiaciuti, sul telefono, accanto ad un numero.

Siamo ombre sul marciapiede della vita, siamo ombre della stessa figura, siamo foto in movimento, siamo cartoline di noi stessi, siamo sdraiati a mangiare pizza e poi a prendere il sole nel parco urbano;
siamo sonno e siamo fame, siamo gatti e siamo testi di vecchie canzoni, siamo Maggio e siamo Neve;
siamo un pensiero stupendo, siamo l'acqua calda e spiaggia e niente scogli;
siamo lunghe ore a parlare di Mafalda e Charlie Brown e la scuola, siamo la nostra libreria e i nostri nomi sulle prime pagine;
siamo viaggi e scarpe;
siamo nomi di bambini;
siamo silenzi;
siamo rumore;

E se per esempio (per esempio) volessi mettermi in contatto con te?
Simone, minimal 12:48 | commenti: commenti (popup)

Paesi in Sosta

lunedì, 22 gennaio 2007 in: esperimenti letterari, valigie in tasca
Freccia verde e direzione sicura.
Tanto che fisso la freccia verde e la direzione ogni due minuti.

Strada dritta, distinta dalle altre per il colore.
Riflesso azzurro, come per il platino.

Ma si preferisce l'oro. E giallo.

Paesi in Sosta è una località che non esiste perchè la mappa non è aggiornata.

E' fatta di case tutte uguali, di macchine ferme ai lati della strada.
Un leggero strato di nebbia, senza vento.

Il Paese in Sosta non si muove, non si distrae.
Fissa la freccia verde e la strada azzura su cui cammina.

Ma in realtà nessuno si volta. Le macchine restano ferme, ai lati della strada.

L'inedia mi insospettisce e fisso la freccia verde e la direzione.
Tutto bene, ma meglio esserne sicuri.

Siamo in mezzo al niente, e la freccia verde corre tra i prati.
Una sorta di prato giallo e la strada, fatta di persone che non ti fissano e di macchine che non si muovono d'improvviso ci manca.

Siamo fermi o ci muoviamo.
Nono, ci muoviamo, la freccia verde parla chiaro.

Il Paese in sosta è già passato e con lui quel lenzuolo di nebbia.
Il Paese in Sosta non esiste.

E' un errore delle mappe. Mancanza di un aggiornamento adeguato.

Fisso la freccia verde e il campo giallo.
Siamo vicino alla vecchia rotta.
La strada ritorna e con lei il color platino.

Una voce ci segnala che siamo di nuovo sulla giusta rotta.
Lo sapevamo, sapevamo la strada. Non avremmo mai sbagliato.

Ma la voce ci rassicura.
Sappiamo il nostro cammino e anche se ci sembra di attraversare campi di grano secco, è solo una finzione.
Un deeja-vù.
Ricordi di anni passati, stesso giorno stessa ora.
Ora è oro, E la freccia verde, per quanta sicurezza ti dia, ricorda male.

Dove prima c'erano campi, ora c'è una strada. Una strada dritta.
Sappiamo dove andiamo e da cosa ci stiamo allontanando.

E sorrido, perchè i Paesi in Sosta sono un ricordo nel lenzuolo della mente.
Ricordi di cui non tengo neanche la guida o la cartina tra i cassetti della libreria.

(devo smetterla di giocare col GPS però)
Simone, minimal 11:00 | commenti: commenti (popup)

Una vita da Bacini

martedì, 16 gennaio 2007 in: teledipendenze, esperimenti letterari
Atto primo scena prima:

una donna entra in ospedale. Sembra sia malatissima.

Non si capisce cosa abbia.

La cosa strana è che peggiora, anzichè migliorare.

In realtà la donna si finge malata. Per essere al centro dell'attenzione.

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Atto primo scena seconda:

A sorpresa la donna è davvero malata.

E quando lo scopre si accorge che non è così bello come sembra.

Fine.

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Non ricordo bene dove, quando e come. Sostenevo la nocività delle metafore.
Continuo a sostenerla, a spada tratta.

Questa sopra, difatti, non appartiene al gruppo infame, contro cui combattiamo ogni giorno.

Questa sopra, difatti, è una puntata di House.

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Il passato è una brutta bestia.
Specie se dentro ci sono pure i fagioli.

La verità è un'altra storia.

Possiamo scegliere canzoni tristi, vestirsi con le sciarpe e fare gli scapigliati, quelli contro.
E dire che il mondo ci ha fottuto.
Si amico, ecco la verità: siamo nati dal buco del culo, ci hanno fregato.
Ci hanno fregato al'inizio e ora è troppo tardi.

Pure la mia gatta si dispera.

Possiamo essere disadattati e sforzarsi di esserlo quanto più possibile.
Fare gli sfigati per destino, quando invece lo si è per scelta.

La fregatura a quel punto è vincere la lotteria, e non poterlo dire a nessuno.
Perchè, che ti piaccia o no, il tempodela sfiga te lo hanno tolto, rubato.
Il tuo tesoro.

E allora di un gran passato, di frasi dense cosa ti resta?
Un diario e delle foto?

I testi di canzoni che solo tu conosci?

Forse.

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Avevo quindici anni e provavo ad essere parte di tutto questo mondo.
Non volevo essere niente di alternativo.

Ascoltavo musica da disco e mi vestivo coi jeans e la felpa di pile.

E i fricchettoni mi deridevano.
E quelli normali pure, perchè se la sfiga ce l'hai dentro non devi per forza tenerti la barba lunga.
(magari l'avessi avuta.. neanche un pelo fino ai vent'anni)

Facevo parte di quelli che avevano tutto. E per questo ero il più triste.
Potenzialmente.

Perchè cercavo di tirarmi su. Mi fingevo felice.
E quindi se hai tutto e sei triste, sei uno sfigato.
ma non c'è niente di peggio che essere ritenuto uno che ha tutto, esserne triste e fingersi felice.

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Dunque si vince alla lotteria e tutto cambia.
La gente ti guarda come se non avessi mai fatto parte di quel giro.
E tu senti una gran rabbia perchè loro che cazzo ne sanno.

Ma essere felici raddrizza le torri, dicono a Pisa. (contenti loro)

Prima mi fissavo su cosa pensavano gli altri di me.
E fingevo di essere ciò che non ero.

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I più acuti troveranno dubbia la scena iniziale della donna malata.

Ma quelli veramente geniali, quelli che c'hanno la luce dentro, forse ci avranno visto un po' di sé.

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Ora la domanda è: meglio una vita da bacini o bacini per la vita?

Sicuramente entrambi meglio di una vita da Baccini (che cantava di Andreotti, ricordate?).
Per i medici credo che una vita da bacino sia una ripetizione.
Simone, minimal 21:56 | commenti: commenti (popup)

I fratelli Grimm e le belle fiabe di una volta

venerdì, 12 gennaio 2007 in: divertissement, esperimenti letterari
C'era una volta l'inverno.
Quello freddo, quello colla neve e il diaccio. Quello che ti potevi mettere ogni cosa sopra, pure il pelliccio di renna: ma lui nulla, un buco dove entrare lo trovava, e ti fregava con il temibile rino-virus e pure l'influenza.

L'influenza.
Ve la ricordate? Quella che ti viene la febbre e il comodino si riempie di fazzoletti appallottolati; Quella che ci evitava le interrogazioni e magari la nonna ci faceva un regalino, perchè gli si faceva pena, poverini.

L'inverno era ricordato solo per questo: la gente non voleva stare fuori, preferivano tutti le case, il riscaldamento, il letto con lo scaldasonno.

Allora l'inverno andò a parlare con Babbo Natale (è una favola pagana, la versione con il bue e l'asinello è comunque molto simile), per sentire se si poteva fare qualcosa.

Babbo Natale lo portava con sé, sulla slitta, spargendolo sulle città e facendole tutte imbiancare.
Gli faceva anche fare capolino nelle note località sciistiche, unici posti in cui era effettivamente apprezzato.

L'inverno chiese a Babbo Natale se poteva evitarsi 'sto giro.

<<resto a casa, non me la sento. Ho pure i brividini.. guarda, mi metto a letto e magari mi prendo un ghiacciolo che mi fa tanto bene alle ossa>>

(a chi non sta bene la storia dell'inverno con le ossa e la febbre, a chi deve protestare per l'efficacia del rimedio col ghiacciolo, suggeriamo di andare a pigliarselo nel prendisedani. Dice piace, dopo un po')

Babbo Natale ci pensò un po'. Poi disse che tutto sommato gli stava bene.
Con la slitta più leggera viaggiava spedito e magari per le tre le quattro era di nuovo a casina, al Polo.

Oggi è il dodici di Gennaio, ci sono 15 gradi e giro in giacca e camicia.
A Oslo, invece di nevicare, pioveva. C'erano 5 gradi.
Sono abituati a -20.

C'era una volta il lupo cattivo.
Quello di cappuccetto rosso, che dice di essere anche quello dei Tre Porcellini.

Il lupo di nome Ezechiele. Come il profeta ma con la passione per i boschi.

Ezechiele girava quest'anno nei boschi delle fiabe. Come ogni lupo furbo (ennò come i lupi pisani), al mutare della stagione adeguava il manto ai colori dell'inverno.

Il lupo era quindi bello chiaro, in modo da confondersi nella neve fresca.
Aveva pure comprato delle pattine per evitare di lasciare tracce.

Così, mentre tutti i genitori o nonni raccontavano la fiaba dei Porcelli alle prese con l'edilizia nei boschi, il Lupo faceva la sua parte.

Si nascondeva furtivo nei dintorni della casa di paglia, pronto a sorprendere il primo porcello, che con il purè di patate sulla brace dice viene bonobono.

Come sempre, bussava forteforte alla porta, fingendosi il fattorino con un pacco per il sig. Puppa (il porcello si chiama puppa, come studi recenti hanno confermato).
Puppa si era fatto recapitare da Oslo un completino di natale che a guardarlo da sotto si vedono pure le tonsille gonfie.

O almeno così sosteneva il fattorino, in realtà lupo.
Puppa sbirciava dallo spioncino.
Il colore del lupo, completamente fuori tema con il verde del bosco (a causa dell'inverno colla febbre), svela l'inganno.
Puppa scappa a gambe levate, in direzione della casa di Timmi.

Il lupo non si perde d'animo. Si accorge che il suo piano è fallace, a causa di questo Inverno infame, ma decide di ritentare con il secondo porcello.

Timmi vive nella casa di legno, gli costa solo 9 cent. al min. oltre scatto alla risposta.
Puppa entra in casa e chiede la portabilità.
Purtroppo ci vuole un sacco di tempo per ottenerla. Puppa resta fuori e il lupo arriva e se lo mangia.

La storia finisce qui.
Di Timmi non ci importa granché.
Gimmi ci sta sul cazzo perchè compie un abuso edilizio bello e buono senza permessi e anzi ha pure la mansarda.

La morale insegna che l'inverno deve arrivare: prima o poi.
E che il lupo però ci ha guadagnato a sto giro.

Ah. E che la portabilità è una fregatura.
Simone, minimal 17:39 | commenti: commenti (1)(popup)

Sonata a 4 mani

giovedì, 04 gennaio 2007 in: musicalmente, romance, esperimenti letterari
Cosa ci si aspetta all'inizio di un concerto?

Un incipit roboante di strumenti accordati assieme, una fanfara introduttiva di un qualche epico tema famoso, riconoscibile.
La sigla perfetta, la firma dell'artista.

Oppure un paio di note. Che magari solo i più attenti riconoscono.
E tacciono.
Silenzio in crescendo perchè, man mano, tutti si accorgono che l'artista è sul palco e l'esibizione è cominciata.

Certo, la maggior parte ha perduto le prime battute della canzone, e già meditano speranzosi nel cd live all'uscita.

Cosa ci attende nel concerto?

Una rullata di canzoni famose, con il tocco di genio e la citazione colta di qualche vecchia gloria.
Un passaggio lungo, una sessione acustica sul brano che nel cd è invece gestito da bassi e batteria.
Il momento intimista dove siamo troppo colti per estrarre gli accendini e farli volteggiare.
Ma tutti se li sono portati nel taschino. Tutti.

Forse è meglio una due ore sfogata, un lungo ballo a piedi uniti e sentire i cori della gente, con la bandana stretta sul polso e il cuore che ti batte all'impazzata.
E tutti ci conosciamo, e tutti siamo amici. E in quel momento la musica è coesione.

Un concerto è un sacco di cose. Forse nessuna di quelle descritte.
Magari chi suona non ricorda le note. Magari non le conosce.
Addirittura non c'è palco e il pubblico silenzioso è appisolato agli angoli della sala, svaccato sui tavolini unti di birra e mozziconi.
Eppure esci e dici: bel concerto. Mi piacciono quelli.

Chissà.

Nella mia vita ho visto poche cose. Niente di cui valga la pena ricordarsi.
Ad un concerto non ci sono neanche andato, poi.
Era l'anno scorso e doveva esserci Santana a Milano.

Nessun rimpianto.
Ho ancora il biglietto argentato nella scatola con i ciondoli da mare.

Ho saltato il concerto degli Archive, sempre a Milano, per problemi logistici. Quello magari lo recupereremo dentro qualche sala fumosa sotto i tetti di Parigi.
Una buona scusa per andarci. A Parigi.

Abbiamo perso il concerto dei Folkabbestia (sembra un calando, ma è un crescendo, credetemi) per mancanza di fondi.
Sono sceso al bancomat e il moralista si è rifiutato di farci entrare all'Auditorium Flog.
Erano solo 8 euro, cazzo.
Da allora il Bancomat non è più mio amico.

Ho assistito al concerto dei Sigur Ros nella piazza del castello di Ferrara. Eravamo ai bordi del fossato, ammutoliti a fissare le grandi ombre sulle facciate delle case.

Ho ascoltato il casino imbastito dagli Eels, che promettono roba acustica salvo poi buttarsi sul rock puro e crudo, rovesciando sulle loro canzoni un gran casino.
Bello ma sotto le aspettative.

Abbiamo ballato e sudato il concerto dei Bluebeaters, e riso tuttanotte.

Cosa ci si aspetta da un concerto?

Il più bel concerto non era in programma.
Ero nell'ingresso di casa, in pantofole.
Dopo cena come tanti, bellissimi, dopocena.

E nell'ingresso c'è il piano, e nell'ingresso c'eri tu. E, si, c'ero pure io, in pantofole.

Abbiamo suonato la musica di Big, imparata per l'occasione (oddio.. imparata è una parola grossa) e poi il Cielo in una stanza.

Concerto breve. Intimista.
Niente accendini.

Mi sono commosso.
Aspetto nuove date del Tour.
Simone, minimal 12:55 | commenti: commenti (popup)

Gennaio

martedì, 02 gennaio 2007 in: romance, sotto lalbero, esperimenti letterari
Dunque niente neve.
Un Natale lieve, senza vento a scuotere i rami e ricordare che dopotutto siamo alle soglie dell'inverno.

Fine anno sotto il castello, a fissarlo commossi mentre bruciava il vecchio anno tra scoppi e tappi di spumante che volavano tra la folla.

Inizio anno al Castello. Quello del GrandeGiorno, per mostrarlo ai parenti.
Dopo una cena prova preparatoria della parentela. E se mia madre ha mentito peggio per lei.

Cene e Pranzi.

Adesso pausa.

Tornato a lavoro, in mezzo a scatoloni e rulli di vernice (avrei preferito casine coi rulli e salopettes; siamo alle prove generali comunque), medito di scendere al supermercato per fare scorta di verdure.
Dobbiamo rimetterci in sesto dopo aver prosciugato le cantine di due regioni.

Credevo di avere un alien dentro di me che mi parlava.
Era rosso e si muoveva a scatti nervosi nello stomaco, noncurante dei succhi gastrici, con cui si grattava allegramente la testa, per rinfrescarsi.

Mi diceva che l'ambiente è piccolo, ma volendo, coi soffitti alti, si può soppalcare.
Gli ho fatto intendere che il fegato è inaccessibile, ma può aprire una veranda sul pancreas.

Insomma, chi sei? Ho chiesto.

Mi ha risposto in ferrarese stretto.

La mia Salama da sugo personale, che si lamenta perchè ho commesso l'eresia di non prendere i cappellacci di zucca al ragù, preferendoli al sugo d'arancia.

Si lamenta. Anche io a dirla tutta, nella notte scura.

Ora le regalo dei fiori. Spero di addolcirla con le zucchine.
Speriamo.

Gennaio, tempo di stoccafisso. Oslo arriviamo.
Simone, minimal 18:21 | commenti: commenti (popup)

9 crimes. 11 months

giovedì, 28 dicembre 2006 in: scatti, romance, esperimenti letterari, fiorentinismi
Passi attraverso una città che non conosco.

Incontri di tutto: le mura ruvide che ti parlano, ti sgridano perchè non le hai degnate fino a quel momento di attenzione.
Palazzi interi senza una facciata, senza una vera identità, senza un'anima.

Palazzi che ce l'hanno ma la via è troppo stretta e non si alza mai la testa, nelle strade strette.

Forse la cosa che meglio conosco è il porfido, quegli infidi ciottoli che fanno traballare la mia bici ad ogni pedalata.
Ecco, una cosa così e la disprezzo.

Firenze non mi merita.

Forse è il motivo per cui avevo deciso di lasciarla; Magari una fredda mattina di Gennaio, quando ancora le persiane stavano chiuse e nessuno avrebbe badato a me.
E i miei passi sarebbero stati ascoltati? Nessuno avrebbe sollevato la testa per vedere l'ennesima facciata scolorita di un palazzo in una strada stretta.

Soprattutto questa facciata.

Avrei potuto abbandonarla sul ciglio dell'Arno dentro un pomeriggio estivo.
Le avrei raccontato una storiella sui pescatori di pesci fatti col fango, ci avrebbe sorriso su e si sarebbe sentita screpolare un po' le vecchie mura di palazzo vecchio.

Avrei percorso i giardini ingialliti dal sole di Piazzale Michelangiolo, in cerca dell'ombra.

Nessuno avrebbe badato a me, alle mura ruvide di poco conto, troppo giovani per sentirne la mancanza.

Sarei sopravvissuto al rimpianto, sarei stato meglio.

11 mesi fa ci credevo davvero.
E ci ho creduto per molti anni, prima di quegli undici mesi.

Adesso il porfido ha un sapore diverso. Fa ancora un po' male alle giunture e i sobbalzi li digerisco poco, ma ad ogni minimo sussulto sorrido (almeno dentro): siete qui. Sono ancora qui.

Sono ancora qui per scivolare le mani sui vostri muri, per fissare la facciata di palazzi che non nota nessuno e sentire il brivido di una scoperta nascosta, della "X", del tesoro dei pirati.

Sono ancora qui.

Avrei commesso molti delitti e molti ne commetto oggi.
Peccati di gola, soprattutto.

Ma ti sono grato, anche per questo.
Simone, minimal 18:35 | commenti: commenti (popup)

canzone senza melodia

giovedì, 21 dicembre 2006 in: romance, esperimenti letterari, suono io
La prima volta che ascoltai una canzone senza melodia avevo tre anni.
Almeno credo. A tre anni non sapevo contare, quindi forse ne avevo 4 o 2.

Non cambia il succo della storia, però.

La canzone senza melodia proveniva da un lettino accanto al mio, durante la pennica pomeridiana imposta a tutti noi dall'asilo nido.
L'asilo nido "il girotondo" cui mia mamma fece carte false per farmi entrare.
Credo fosse un centro sperimentale pidduista o qualcosa del genere.

Non erano talebani, questo lo so per certo: erano tutte donne coi baffi, è vero. Ma appunto, i baffi si vedevano.
Quindi no, decisamente erano europei.

Peccato, oggi vorrei poter vantare un'infanzia antiamericana.

Insomma durante la pennica sentivo questa vocina, una sorta di gorgoglio inarticolato. L'autore credo dormisse o sognasse qualcosa.
Il mio registro cerebrale, simile ad una cassetta usata del commodore64 registrò il suono come "canzone".

Da allora, durante il sonno o nell'immediata vicinanza, ho il vezzo di cantare una canzoncina inarticolata.
Faceva simpatia a 5 anni.
E i miei si risparmiavano un sacco di ninnenanne. Me le dicevo da solo.

A diciotto anni mi rimproveravano le presunte sbronze che mi facevano canticchiare la notte.

A ventisette invece credo sia un danno cerebrale.
Un virus a lento sviluppo, trasmesso all'asilo dal gigi d'alessio del lettino accanto.
Il pidduista malavitoso oggi magari fa una vita serena, dormendo e magari russando da gomitate.
Ma niente di strano.

Io canticchio.

La cosa più strana è che nel dormiveglia in cui mi trovo le canzoni, avulse da una vera e propria melodia, riescono perfino ad avere un senso.

Se trovate un senso ad un papero di gomma che faceva "prr". Io lo trovo.

Vi dirò che quest'ultima vicenda, quella del papero di gomma, sommata ad un impressionante storia di una gatta che dice solo "gna" e terrorizza chiunque incontri, è diventata un piacevole quadretto famililare cui ricorro perfino da sveglio, ormai.

Insomma è una vicenda da fanciullino che è in me, faccio tenerezza, la trovo una cosa carina.
Il fatto che in realtà sia il sintomo che tre quarti del mio cervello siano panati e fritti in qualche self service attorno a viale dei mille invece significa solo che "il girotondo" come asilo non era un granchè.

Ma come take away ve lo consiglio.
Simone, minimal 16:30 | commenti: commenti (popup)

Dicembre

lunedì, 11 dicembre 2006 in: scatti, romance, sotto lalbero, esperimenti letterari, fantashopping

La bislacca temperatura che ci infila i cappotti per poi farci sudare nelle mani guantate non mi fa dimenticare che siamo a Dicembre.

E tutto sembra neve, perfino i petali che riscopro ogni mattina al bordo della macchina.
Assenza ingiustificata della brina, quella che dovevo grattare via se volevo vederci qualcosa, dal vetro.
Ma Dicembre è unico, stavolta.

E' un mese candito (anche nell'era in cui i canditi - è fatto nazionale - non piacciono più a nessuno); E' un mese croccante di zucchero e macchiato di vaniglia sui vestiti.
E' un mese di scoperte, un mese fatto di piccole cose.

Piccole come i biscotti dell'esselunga, ma dalla forma Plasmon; con il bambino sul cartone azzurro della confezione)

Piccole come le luci di natale, bianche (e fashion), che danzano sul nostro letto, poggiate al pannello rosso.

Piccole come una gatta (chenonèunagatta) (invece si) che stranamente si finge accomodante e soffice ogni giorno che passa, complice il timore che Gatto Natale (il babbo natale dei gatti, si sa) si rifiuti di portargli il tonno pinne gialle da 18 chili che ha chiesto nella letterina.

Piccole come il nostro primo albero. Quello verde, quello vero, quello che buca e dai chiapponi pesanti pure lui.
Quello che ci vorrebbe la moquette come da bimbi per riempirlo di palline colorate e fasciarlo nel suo abito di luci.

Insomma una roba che a dirlo ci vuole una parola sola: Natale.

Tempo di neve e di Romeo And Juliet, all'IKEA.
Tempo di scaldasonno e avventure mysteriose che poi ci sognamo un'isola deserta con casa figa e maggiordomi mysteriosi.

Tempo di sospirare che un passo e poi siamo a Gennaio. E Gennaio e Maggio sono non dico fratelli, ma cugini si.

E insomma un dicembre che non conosco. Io, quel freddo pessimista di sempre, che rideva alla conversione di scrooge (quel vecchio sentimentale finirà in rovina per colpa di un ridicolo bambino zoppo, che delusione!), che insomma a Natale bisogna divertirsi a tutti i costi e quindi non ci si diverte mai.

Un dicembre coi piedini. Balzato all'improvviso da sotto un cappellino bianco.

salto sulla prima altalena e sorrido.

Simone, minimal 18:36 | commenti: commenti (popup)

Il ciclo della vita

martedì, 05 dicembre 2006 in: scatti, romance, esperimenti letterari

Seduto sulla sbarra, mentre il treno passa.

E fisso in ogni finestrino, cercando lo sguardo, cercando anche solo un contorno, una linea.

E fisso i binari che si allontanano.

E mentre tutto scorre, mentre l'inverno resta caldo e le luci di natale si accendono lungo le vie del centro, resto in attesa.

Attesa che il treno torni.

Attesa di fissare ogni finestrino, ritrovando anche solo una linea, un contorno, cercando lo sguardo.

Attesa dei binari che ritornano.

Ritornano sempre. Come i libri.

Simone, minimal 11:11 | commenti: commenti (popup)

..

venerdì, 01 dicembre 2006 in: esperimenti letterari

Si narra che un giorno fu scritta una poesia.

venne su da sola,
verso dopo verso, strofa dopo strofa.

Si narra che quel giorno, nessuno la lesse.

Si legò ad un muro.
A centinaia sfilarono accanto a lei, per andare a lavoro.
Ma nessuno la lesse

Si legò ad un albero.
Tanti si fermarono a incidere i loro cuori di legno.
Ma nessuno la lesse.

Si sdraiò, infine su una panchina.
Due amanti seduti si baciarono a lungo.
Ma nessuno la lesse.

Cominciò a piovere e le rime colarono dal foglio.
Ed erano le rime più belle del mondo.

Ai raggi della prima luna, la poesia morì.
Si staccò leggera dalla carta e soffiata dal vento cominciò a danzare.

Nessuno la lesse, nessuno la vide.
Ma ora è ovunque e in nessun luogo. 

Simone, minimal 11:48 | commenti: commenti (popup)

Aria

giovedì, 23 novembre 2006 in: esperimenti letterari, astruse astrazioni
respiriamo principalmente azoto.

una volta ho visto in lontanaza una cosa, tipo l'aurora boreale.
L'ho indicata e mi è stato detto: "è la chimica. se fai una corsa la raggiungi"

Mi è venuto il fiatone solo all'idea.

Sono seduto da oltre due ore su questa sedia. Verde petrolio, senza un bracciolo.
Se sono sbilenco lo devo a lei. Un sentito grazie. al cazzo.

Un sentito grazie anche all'acqua, stamani assente da casa per via di certi lavori che dicono andavano fatti.
Dicono.

Un sentito e caloroso grazie alla cucina sottosopra. Ed al conseguente digiuno.
Grazie mille.

In pratica è rimasta l'aria. Quel 72 per cento di azoto che mi fa tossire due volte su tre.

Le percentuali minori sono sempre le migliori (questa, giuro, me la segno.)
Quel piccolo 20 percento di ossigeno, che mi capita quindi una volta su tre e non mi fa tossire. Mi rianima.

fissi un punto e sei imbronciata. L'autunno ha questa faccia?

L'autunno è due terzi di azoto.

attendo le sei. poi anche a me spetterà il magico terzo di ossigeno.
All in all there's something to give,
All in all there's something to do,
All in all there's something to live,
With you ...
Simone, minimal 17:36 | commenti: commenti (popup)

agua

martedì, 21 novembre 2006 in: musicalmente, romance, esperimenti letterari
Mi sveglio al di là della finestra.
lungo la strada, nel bordo tra il marciapiede e l'asfalto.

E piove sui vestiti sbagliati, quelli nati apposta per le giornate di sole d'inverno.
A loro non piace.

E piove sui miei capelli, ma soprattutto sul viso, scorrono gocce ai lati delle guance.
Ancora non mi sono svegliato del tutto. E questa doccia fredda mi sveglia male.

E poi il vetro della macchina. ma non è la stessa cosa.

Al di qua della finestra è tutto bello: l'inverno e la neve; l'autunno e la pioggia; Sono caldi, sono belli, sono silenziosi.
Fissi scendere la neve (anche finta, anche di sapone) e intanto aloni di vapore si disegnano sul vetro, a tempo con il respiro.
(acceso/ spento o soffuso, come il battito del cuore o come il respiro. Grande insegnamento. Semplice, come tutte le intuizioni di genio)
Al di qua del vetro è tutto splendido.

Al di qua del vetro della macchina, mentre si raggelano (fingendo di asciugarsi) le gocce pesanti su capelli e cappotto, l'unica cosa che si nota è il tempo sospeso, dilatato dalla fretta, dai clacson, e dall'inesorabile tuttofermo delle code di pioggia.

E ai lati della strada gradirei anche il tappeto di foglie secche incollate all'asfalto. Invece sono occupate da altre auto, ferme, in movimento (ma ferme).

Al di qua della finestra si fanno discorsi. Si parla si discute. E tutto gratifica, anche le piccole cose (soprattutto le piccole cose, le cose piccine).

Tutto questo non era in palinsesto, stamani.
Solo dozzinali parlottii con gente che usa le parole per lavoro. E non scrive.

Resisto molto, quindi. Fino alle 10:30.
Poi non ce la faccio più e Ti chiamo.

Al di là della finestra - Al di qua della finestra.
Attesa.

Ti svegli molti squilli più tardi.
E ancora piove.

Ma nel preciso istante in cui sollevi la cornetti, nel medesimo istante in cui il suono della Tua voce si propaga, fisso la pioggia e sorrido: sono di nuovo al di qua del vetro.
E tutta quest'acqua è una maledetta figata.

Còmo quieres ser mi amiga
si por ti darìa la vida,
si
confundo tu sonrisa
por camelo si me miras.
Razòn y
piel, difìcil mezcla,
agua y sed, serio problema.

Còmo quieres ser mi amiga
si por ti mi perderia,
si
confundo tus caricias
por camelo si me mimas.
Pasiòn y
ley, difìcil mezcla,
agua y sed, serio problema…

Cuando uno tiene sed
Pero el agua no està cerca,
cuando uno quiere beber
pero el agua no està cerca.

Què hacer, tù lo sabes,
conservar la distancia,
renunciar a lo natural,
y dejar que el agua corra.

Còmo quieres ser mi amiga
cuando esta carta
recibas,
un mensaje hay entre lìneas,
còmo quieres ser
mi amiga
Simone, minimal 18:32 | commenti: commenti (popup)

Terra

sabato, 18 novembre 2006 in: scatti, esperimenti letterari, valigie in tasca
Giorni di navigazione.

Quando vedi mare ovunque attorno a te.
La nave prosegue silenziosa tra onde appassite e cielo senza vento.

Tace ogni passo sul ponte, ogni porta che scorre non la senti con l'udito, ma con il battito irregolare del cuore.

Ferma in posa a lato della vela fissi un punto uguale ad ogni altro punto. Fissi un punto e rifletti.

Giorni di navigazione in cui la terra ferma sarebbe quasi uno scarabocchio sul ritratto.
Una riga tirata lungo un orizzonte che non vuole interruzioni.

Fissi il punto e rifletti. Ogni cosa si ferma ad attendere un cenno del tuo cuore.

Le coperte accartocciate in fondo al letto in cabina sono ancora calde di noi. E quel tuo vestito leggero neanche si solleva.

Trasportata lungo l'oceano, giorni di navigazione e la terra forse l'hai dimenticata. Forse è meglio.

Nessun pensiero di fango. Nessuna ombra di polvere, nessuna traccia di macchie e il vestito leggero si appoggia e attende.

Tutto questo è malinconia, forse.

Batte il cuore come in un sabato pomeriggio, quando la musica è delicata e ti circonda restando a distanza.
Ti carezza mentre ti culli e le coperte accartocciate riscaldano qualcosa di più profondo della tua pelle.

Neanche ti accorgi che piove. Batte lungo le mura, abbraccia le onde e le riempie.
Non lo senti.

Solo il tuo battito e il mio.
Giorni di navigazione.

E mi riprendo le parole, le mie.
Mi riprendo la cura del tempo, l'emozione di sentirti accanto e non toccarti fino a quando il desiderio si fa così intenso da non risultare mai banale.
In ogni singolo gesto c'è amore.
In ogni singolo sguardo, anche verso il punto fisso nel mare calmo. 
Intriso di amore resto a pensarti e pensare che i giorni di navigazione sono dolci e a volte si vorrebbe restare sospesi nel tempo.

Occorre curarlo, invece. Fino a fissare un giorno diverso l'orizzonte e vedere la terra accartocciata in fondo al mare.

E gridare.

E' maggio. E ti amo.

Semplicemente. Senza spiegazioni. Senza  il bisogno di apparire. Solo essere innamorato di te.
 
Simone, minimal 17:12 | commenti: commenti (popup)

Altra Fedeltà

Le porte scorrevoli di Melbook Storee di Ferrara mi mettono ansia.

Fanno un sinistro rumore, un soffio. Pare sia entrato L'uomo nero di guerre stellari (ho provato a scrivere il suo nome tre volte. Darth Vader. Lord Fhener. Lord Fehner. E potrebbero essere tutti e tre giusti. Ma non mi andava di passare per uno culturalmente a posto. L'uomo nero lascia spazio a dubbi sulla mia serietà cineculturale. Ammesso che tale parola esista).
Invece no.

Ero entrato io.

Vestito da Irlandese. Con il maglione bianco e il cappello. Non c'è niente che non vada quando sono vestito da Irlandese.
Anzi.

Avevo appena mangiato un menù medio da MacDonald e mentre il mio cervello rilasciava silezioso endorfine per farmi venire sonno, fissavo un libro.
Ero nella Mel che fissavo questo libro.

Se volete scrivo il titolo, ma visto che poi non l'ho comprato, che forse non lo leggerò mai, non ha molto senso dirvi che libro fosse.

Va bene, si trattava dell'ultimo libro di Nick Hornby. E questo include simpatya, ironia e tutte quelle cose che ho imparato guardando i film tratti dai libri.
(anche questo non dovrei dirlo. Dovrei fingere la sua collezione completa, leggermente grattata lungo la costola, sullo scaffale a portata di mano della libreria, quello delle letture frequenti. Ma oggi mi sento straordinariamente sincero.)

Ora, avevo una lunga serata di fronte. Per farmela passare avevo pensato a:

1) Visione di tutta la prima serie di House. Lo zoppo che ha finito le lamette del gillette nel 72'

2) Tentativo di sbronzarmi in solitario e poi vomitare su uno dei leoni del duomo ferrarese, magari fingendomi giovane cantante folk (ero pure vestito irlandese, in tema insomma)

3) Comprare un libro e impormi la sua lettura completa nella serata, accompagnata da musica adeguata

Mentre le prime due opzioni comportavano tutto sommato uno sforzo minimo, solo la terza comprendeva la mia presenza in libreria e dava un senso al mio vagare tra le pile di carta.
Ammettiamolo: Nick poteva essere un rifugio discretamente notevole. (e dagli.. vabbè entro fine anno gli avverbi li taglio. Giuro)

Le mie finanze mi hanno concesso una ristampa di un classico. Quello del tizio col negozio di dischi.

Ora, per completare l'opera, salivo le scale che portano alla sezione musica.

Mi trastullo per la restante ora con in mano due dischi:
Radiodervish - Amara Terra mia;
Niccolò Fabi - Dischi Volanti.

E anche questo potevo non dirlo, dal momento che, come per il primo libro (quello dell'ingresso), non se n'è fatto di nulla.

Avevo con me l'hard disk portatile, quello da 250 giga. E dentro c'erano i Badly Drawn Boy, che è come dire: Nick Hornby sceglie per me.
Insomma, una spesa in meno.

La serata costa 8 euro. Se non considero il Chicken Premiére (e anche qui non saprei dove vada di preciso l'accento). Altrimenti 14 euro.

Quindi entro in camera, accendo le casse e alzo il volume.

Pagina uno: classifica delle 5 peggiori fregature subite dal protagonista.

Stop. Il volume era troppo alto e finivo per ricordare Hugh Grant che fa il nullafacente in About a Boy.

Abbasso e riparto.

Verso le 2 e 40 faccio una pausa. Occhistanchi forse.

Metto su Superman Returns (forse non dovrei dichiarare così ai quattro venti il contenuto del mio Hd portatile). Penso: è Brian Singer, lo stesso di House. Diamogli una chance.

La Chance dura 17 minuti. Quando appare Marlon Brando tra i ghiacci del palazzo della solitudine decido che se volevo guardare la gente morta perlomeno Chaplin fa ridere.

Morte di Superman. Esco.

Sono le tre e fa freddo. La mia tenuta irlandese è estiva. Per l'estate irlandese. Un po' scarsa sull'inverno ferrarese.

Ma passeggio ostinato fino alla statua dello stregone. Fisso le vetrine e comincio a provare frustrazione perchè la mia idea primaria, la fine del libro è solo a metà strada.

Stavo dyvagando. Così torno spedito a casa e riprendo da quando Laura minaccia di chiamare la polizia e lui se ne frega.

No via, non si riesce ad andare avanti. Sono le 4 e venti.
Uhm. E' un po' tardi.

Comincio a chiamare. Segreteria.

Esco e metto quel disco di trip hop che in pratica gira in macchina ormai da diverse settimane.
Mio padre dice che ci dorme e preferisce Battiato. A me sveglia.
Mi pare verso Carnivores Unite scopro che non so dove sono.

E' così bello vagare per le strade senza macchine. Sento perfino la mancanza di qualcosa di tamarro, tipo i neon sotto le ruote.

Però la verità è un'altra: mi sto annioiando. Vivere tutto questo niente senza poterlo parlare con qualcuno alla lunga è noioso.

E mi ritrovo esattamente come da piccolo, quando mi invitavano ad una festa.
Una settimana di dstanza: ero felice ed elettrizzato.
Il giorno prima: mi prendeva il panico. tutta quella gente.. che vuole da me? sto bene da solo ,io.. nono, non se ne fa di nulla
E durante la festa mi rosicavo per aver voluto rimanere a casa.

Avevo 4 anni. E a 27 vivo questa cosa nello stesso modo.

Sono praticamente le sei quando rientro a casa e ripartiamo.

All'altezza di Bologna, mentre percorro lo svincolo che dalla A13 porta alla A1, albeggia.
Tre kilometri prima era buio. Tre kilometri dopo i fari non servivano più.

E ho visto le luci per le strade spegnersi. Senza uno sbadiglio. Mentre accanto a me riposava la mia piccola caballera.
Che dall'odio verso i ratti aveva già perso la coda di coniglio.

Tutto questo mi insegna due cose:
1) la prossima volta vinco le mie ataviche rimostranze e vado alla festa. Risultato: niente post e nulla da leggere per voi. Mica male.

2) Nick Hornby ne sa a pacchi. Ma neanche lui lo leggo in una serata, come facevo un tempo. E quindi, vino o no, anche io sto invecchiando.
Simone, minimal 15:26 | commenti: commenti (popup)

4 novembre

Quarant'anni fa un'ondata improvvisa cambiava la vita di una città.

Un fatto cui nessuno voleva credere, fin quando non è piombato giù dai monti una fredda mattina d'autunno.

Silenzioso, senza preavviso.
Tutti, in un attimo, hanno visto la loro realtà presa e strappata, accartocciata, inzuppata di fango e gettata dentro una cascata.
Tutti oggi ricordano l'altezza dell'Arno nelle varie vie, le auto trascinate dalle ondate, i primi soccorsi, le catene umane.

Perfino chi, come me, non era ancora neanche in cantiere.
Vissuto di racconti.

Di come il negozio dei miei nonni fosse finito sommerso, in via del corso, con tutti i maglioni invasi di fango.

Mia madre era a Pisa in quei giorni, nella casa al mare, bloccata a Pistoia sulla via del ritorno.

4 Novembre.
Una fermata obbligata.
Rallenti il passo e rifletti perchè Firenze te lo impone.

E chissenefrega se è freddo.
Non importa se non c'eri. Sei Firenze quanto me, ormai. Sei Firenze quanto Firenze stessa.

Ti fermi e rifletti.

Un'ondata al mattino può cambiarti la vita, oggi come quarant'anni fa.

Può travolgere i destini.

Oggi è un bel sabato mattina.
Non si dorme perchè ci montano la porta della dispensa, dopo mesi di attesa, fin dalle 8:00.
Abbiamo un appuntamento alle 11:30, in centro.

Vestiti pesanti, ed io per eccesso di zelo, perfino con i guanti.
In bici. Un mondo nuovo. In bici, in due, in centro.
Solo conferme, solo per sapere che quello che abbiamo scelto è meglio di qualunque alternativa.

E foto. Foto.

Il mondo in bianco e nero, il mondo ritratto in un giorno, la vita di due persone in un Giorno che qualunque proprio non è.
Scatti, click, fotolibri, album.
Album. E immaginarsi le vecchie lastre di vetro e il fotografo che mette tutti in posa, settanta e passa anni fa;
magnesio e puf. (teneva il braccio col "flash" alto per non bruciarsi)

Il fascinoso mondo della pellicola, del vecchietto che stampa ancora a mano.
Scatti in grigio.

Un'ondata, ecco tutto.
Fissi a fissare le vetrine, ed ogni negozio espone scatti di quel 4 novembre.
Tutto collegato.

Un po' come fermarsi e non rendersi conto, non voler credere, di stare per cadere.
Ma se mi fermo col piede sbagliato si cade, c'è poco da fare.
Salvo ridersela su, perchè a parte una chiappetta dolorante l'orgoglio non è ben troppo ferito.
Il mondo in grigio, la vita che ti cambia e neanche te lo aspetti.

Sembrano frasi gettate così, non credete? Il vecchio Simone che sparla e mischia sacro e profano, con una punta di sacrilego, aggiungerei.
Può darsi, può darsi che tutto non si possa sempre riassumere in 4 righe, tanti punti e a capo.
Bah.

Sarà l'aria di natale, sarà il pensiero buttato agli addobbi. Sarà stato Arezzo. Tutto satinato dall'odore di caldarroste e da noi che andiamo sempre controcorrente.

Una giornata per ricordare che tutto può cambiare, ma che si può sempre e comunque costruire.

Costruire.

Forse, alla fine di questo 4 novembre ho capito una piccola cosa (non crediate chissacchè..):
L'inizio è sempre bellissimo.
L'odore di libro nuovo, una matita intera e la Primavera sono bellssimi non crediate.
Ma tra la partenza e il traguardo, in mezzo c'è tutto il resto.
E tutto il resto è giorno dopo giorno. La vera vita è Costruire, silenziosamente,

Costruire

Simone, minimal 20:58 | commenti: commenti (popup)

Ottobre

lunedì, 09 ottobre 2006 in: scatti, esperimenti letterari, valigie in tasca

Una penna, presa in Irlanda, scrive a punta larga.

Una stilografica usata dai giovani isolani per imparare la scrittura celtica.

La uso per il mio nero moleskine. La uso per tatuarlo di frasi, per spazzarlo di tutto quel bianco e di tutte quelle righe musicali.

Ottobre spazza via gli ultimi grumi d'estate. Li ripone nei cassetti con le magliette corte e i sandali ancora polverosi di sabbia.

Un tempo questo lavoro era compito ingrato del settembre, della prima foglia gialla caduta a terra.
Oggi il settembre porta con sè solo la pioggia e l'odore di natale, ma mischia ancora questa atmosfera con la solarità delle ultime ore lunghe estive. Tiene ancora aperte le finestre e attira le ultime, irriducibili zanzare.

Ottobre, con calma, riporta i binari del tempo sulle giuste traiettorie.
Le stesse, impercettibili che seguo da quando vive e vegeta (soprattutto la seconda) questo blog.

E' impressionante come piccoli passi indistinguibili traccino infine rotte così grandi.
Poche ore fa un altro, importante tassello, è stato aggiunto al viaggio. Quel viaggio di una vita assieme.

Nato così, in un giorno di sonno, mentre ancora contorcevo il cuscino facendolo sprizzare di piume (quelle che non volano, inutile tentare). Mi siedi vicino, mi carezzi per svegliarmi, mi sussurri.
Semplice come un bacio.
"ho trovato il vestito"

Nel dormiveglia sospeso realizzo a fatica. lento.
E mentre Ottobre comincia il suo passaggio all'inverno, intimando di coprirmi, già tracci i contorni, sul foglio, del tuo "Abito".
Ed ogni volta che la parola attraversa la stanza è un brivido, un passo subito prima della commozione. Un movimento delle mani e ti ritrovi a carezzarne la gonna. E' solo un sogno ma è reale.

Ottobre è così. Passa veloce, neanche te ne accorgi che c'è. Passa, correndo in bici e lo intravedi dalla cima delle scale.
Nell'attimo in cui scompare dietro l'angolo tutto è diverso.
L'autunno è reale come l'anno passato. Ti regala la gioia di vestire i maglioni e di costruire. L'emozione da prima volta, quando tutto ti sorprende ancora.

Chiudo gli occhi e me lo immagino, Ottobre. Mentre colora di vernice fresca i contorni di queste serate. le taglia, le accorcia. Le copre con la lana e le piume che non volano, che riscaldano.

E mentre tutto questo passa, mentre ancora ci sei dentro come le foglie che cadono e spazzano via il rumore del mare, sei un gradino più in alto.
Sei silenziosa eppure gridi.

Come quel grido, silenzioso. Solo mimato.
Ma forte da farti piangere.

(------)

Simone, minimal 12:30 | commenti: commenti (1)(popup)

La Buona Novella

martedì, 03 ottobre 2006 in: esperimenti letterari

C'era una fiaba narrata tanti anni fa.
Diceva di paesi lontani, di strade sterrate e case di petre al posto dei mattoni.

C'era una bella fanciulla, col vestito blu.
Passava lungo la strada e tutti si voltavano a guardarla, con aria ammirata, stupita.

Leggeva ogni libro che le si parasse dinnanzi, con la voracità di un affamato, la sete di un uomo che ha passato settimane nel deserto.

E si immaginava di aver vita nelle fiabe che leggeva, nelle storie in cui correvano su cavalli bianchi e tutti erano principi, anche chi ignorava le proprie origini, salvo scoprirle giusto in tempo per il bacio da lieto fine.

Leggeva, mentre svolazzi di blu del vestito circondavano le strade sterrate, sollevando la polvere e gli sguardi perplessi di gente affacciata per caso o per diletto.

E in ogni sua storia finita non cessava la voglia di quell'essere sempre, costantemente il centro di questo piccolo universo di fiaba.

Oggi si chiamano fiabe perchè la realtà di cemento e mattoni non si armonizza con cavalli bianchi e principesse dalle lunghe trecce.

Oggi si chiamano fiabe per ricordare la loro vera natura di finzione e disincanto.

ma c'è una storia, di una ragazza che leggeva romanzi d'amore, che alla fine si risolve un po' in vita vissuta.

Come nel finale di Big Fish, quando poi il gigante esiste davvero e il figlio resta un po' perplesso, tra il "lo sapevo, in fondo lo sapevo" e il "ma no, incredibile!".

E questa è un po' la lieta, buona novella: quella fiaba un po' vera che ogni giorno si sveglia e sorride.
Ogni giorno ripete che è felice. Di una felicità solo felice.

Felice di tutto e un po' di niente, come far due carezze ad un gatto per la strada e sentirlo rispondere con le fusa.

Questo non rende forse la giornata un po' meno grigia?

A me fa questo effetto. Un piccolo sorriso che squarcia questo caldo rumoroso di città e ci riporta un po' tutti nel vecchio villaggio, affacciati alla finestra, ammirati di quel viso perso tra le righe di una nuova avventura. 

Simone, minimal 16:47 | commenti: commenti (popup)

Del bucato e del Palio. Forse proprio in quest'ordine..

lunedì, 25 settembre 2006 in: scatti, romance, esperimenti letterari, valigie in tasca
Cosa vedete?

Vediamo Una città. Antica. Alte mura e una torre che dice ci fanno il palio attorno.

No, non attorno. Di fronte. Sul tufo.

Tufo? Che roba è?

Un terriccio per non far scivolare i cavalli.

Cavalli? Ci corrono i cavalli?

Si. Questo vedete, dunque.

Perchè, tu che ci vedi?

Io la guardo e vedo passi silenziosi, per le strade in salita e il cuore emozionato.
La guardo e vedo il bucato steso. Sono anni che non si vede.
La guardo e vedo il silenzio della vera quiete. Quella che magari cerchi tutta una vita e ti passa sotto il naso mentre sei stressato e incavolato perchè magari non la trovi.
La guardo e vedo tutto in prospettiva. Come la prospettiva di viverci, tanto da pensare che il motorino non lo saprei mandare, tra quelle strade strette.
La guardo e vedo le travi nelle case che sbirciamo sempre.

Ah.

Oh, io la vedo così.

E il palio? La torre? il Tu..terriccio?

Si ci sono anche quelli. Ma sono minuti in una vita di anni. Non trovate?
Simone, minimal 20:36 | commenti: commenti (2)(popup)

Settembre

martedì, 19 settembre 2006 in: scatti, esperimenti letterari
tempo di quelle lunghe gocciole di acqua pesante.

quando scivola sui bordi del marciapiede e si accumula ai lati delle strade.

acqua che ti bagni ben più delle suole, da dover ridisegnare le traiettorie.

così, ridisegnando le traiettorie nel grigio torpore di questo inizio autunno, mi ritrovo con il pensiero a quell'ombrello che riposa nell'ingresso della tua nuova cameretta.

quell'ombrello con cui mi hai riportato alla macchina. Sotto il rumore incessante del temporale.

Ha lavato via l'estate, riponendola nei tombini, riportandoci dentro ai calzini;

Reclama le coperte questo Settembre. Coperte calde per coprirsi quando non si può stare così vicini da scaldarsi con il solo suono delle labbra incollate.

Reclama il bisogno dei ricordi nelle foto, nel nostro viaggio d'Irlanda, nel nostro passaggio breve sul mare.

Si sente nell'aria questo prfumo di foglie secche, quel colore ocra che si aggira, che accerchia i campi per invaderli con i toni pastello del Novembre, della stagione un po' grigia.

Quella stagione che ci vorrebbe accoccolati sulla medesima poltrona a sorridere di piccole cose: di Nedo che scivola dal mobile e tenta la salvezza aggrappata alla poltrona, dei Griffin in seconda serata con puntate che finalmente possiamo (ri) vedere in Italiano, magari dietro a qualche diagnosi folle di Greg lo zoppo.

sorridere di piccole cose.

E mentre batte sulle finestre goccia dopo goccia e l'aria profuma di tabacco acceso, mi ritrovo a pensarti, mi ritrovo a cantarti come vento sulla faccia, che sconvolge le sabbie delle spiagge bianche o che risale la china delle colline, che schianta a ondate l'acqua lungo le scogliere di Inìs Oìrr.

Settembre e un bacio. Settembre e la pioggia. Settembre e il vento.

Simone, minimal 00:06 | commenti: commenti (popup)

Storie di giornate semplici

mercoledì, 13 settembre 2006 in: romance, esperimenti letterari

C'era una volta una giornata semplice.

si svegliava la mattina alle nove. Niente colazione se non nel bar sotto l'ufficio.
alle una o quasi usciva dal lavoro per andare in palestra.

pranzo per modo di dire e poi di nuovo lavoro, fino alle sette di sera.
usciva e tornava a casa/tornava in palestra.

c'era una volta una giornata semplice. sdraiata nel sanarium (ibrido di una sauna, sdegnato da tutti perchè, appunto, sauna non era) si dettava pensieri.
A volte li incideva. supporti virtuali di questa giornata semplice.

C'è questa volta una Giornata Semplice.
Da ricordarla quando Semplice sembrerà Banale.
Da ricordarla quando Semplice sembrerà Normale.

Me la ricordo Semplice come Felice.

Questa Giornata Semplice si alza se suona la sveglia.
Si alza a metà, solo il busto si issa sul bordo del cuscino.
Il lato del letto giusto per alzarsi è a sinistra. La Giornata Semplice si piega a destra e guarda la Semplice Metà.
Sorride. la giornata semplice non sorrideva. La Giornata Semplice sorride.
Come una piccola magia la Metà apre gli occhi. socchiude un attimo. e sorride.

La Giornata Semplice bacia con trasporto ogni suo inizio di giornata.
Si veste in silenzio per non far troppo rumore, salvo poi sbattere la porta a vetri - puntualmente ci ricade dimenticandosi - e va in cucina.

A volte non mangia, si limita ad un veloce caffè.
Se mangia la Giornata Semplice si siede con la sua Metà, rubata al sonno per pochi passi: brioche (salvo scoprire che è rimasta solo la scatola vuota), marmellata, yoghurt, caffè, latte.

Bacio prima di ogni pasto. La Giornata Semplice vive di semplici riti.

Esce e va a lavoro. Si siede e pensa a Lei e scrive. Ne esce la strana storia di una vecchia polverosa giornata semplice, che si sentiva a posto anche quando era solo una giornata semplicemente triste.

Per cui, scrivendone, sente l'abisso tra l'allora e l'adesso. La Giornata Semplice si sofferma, le dita sui tasti caldi, e sorride. Ripensa all'ultimo bacio della mattinata.
E sorride.

L'orologio muto gli comunica che è già ora di tornare a casa. La Giornata Semplice riparte e riarriva. Entra in casa con aspettativa.
E difatti Lei è sdraiata sul letto, la luce accesa dal suo lato, ché le piace prendere il suo posto quando non c'è.
La Metà sorride e bacia. La Giornata Semplice ricambia.
Il Pranzo è presente nella nuova versione di quella sbiadita giornata semplice di fine dicembre.

E c'è pure la palestra, con tanto di sanarium (quello che tutti sdegnavano e sdegnano anche adesso. Ma che la Giornata Semplice continua ad apprezzare). Solo che la Giornata Semplice si sdraia sul lettino e tende la mano al lettino accanto.

la sua Metà la stringe e sorride da sotto il cappuccio.

Questo è quanto: ci sono giornate semplici e Giornate Semplici.
Le prime resteranno impresse come banali giornate semplici.
Le altre saranno dolci routine, forse, conservando intatto quel trasporto e spirito che trattengono in ogni loro quotidiano gesto.

Possiamo porre attenzione alle nostre Giornate Semplici e scoprirle Perfette così.
Poi una mattina come tante, raccontarle.

- C'era una volta una Giornata Semplice.
- Mi piace questa storia, papà.

Simone, minimal 12:08 | commenti: commenti (popup)

Appendice

martedì, 12 settembre 2006 in: esperimenti letterari

Come i romanzi.

l'attimo prima va descritto all'occhio dietro la macchina.

l'attimo prima va descritto allo spettatore distratto, al passeggero diretto, al ciclista interdetto, al sole calato, al fiume malato, al lampione chinato a guardarsi le impronte di polvere d'altri.

poveri altri.

l'interesse del protagonista dell'attimo prima.

del momento prima del Mal di Firenze.

del momento in cui nessuno badava al momento stesso.

forse folle. forse innocentemente presente. sbagliato al momento sbagliato.

curioso invano.

l'attimo prima sedeva sul lampione adagiato a far luce a chi non sa cosa farsene. a chi si accontenta dell'ombra.

passeggero silenzioso. andato per rincorrere il sole.

passeggero silenzioso.

un gatto di nome Balzac.

diluisisa:

che era prima davanti al lampione, poi no.
che ora invece non si vede più.
che forse è ancora dietro al lampione.
che ha visto l'istante in cui l'immagine della foto si infrangeva in dettagli reali.
l'immagine a fuoco e la decisione.
non lo scatto.
non il click.

diluisisaprà:

niente di nuovo.
solo il passato.

o forse no.

Simone, minimal 18:01 | commenti: commenti (popup)

Un titolo qualunque

martedì, 12 settembre 2006 in: esperimenti letterari
Simone, minimal 14:12 | commenti: commenti (popup)

Pensiero (continuato) Stupendo

giovedì, 07 settembre 2006 in: romance, esperimenti letterari

Perchè?

perchè cosa, scusa?

In effetti non ne ho idea. Ho un'idea su tante cose e opinioni che esprimo quando mi vengono richieste.

La mattina mi alzo e vengo qui, a sudare perchè l'aria condizionata ce l'abbiamo ma manca la corrente. Riceviamo i clienti al buio perchè non si paga la bolletta.

Roba che se la racconto mica mi credono.

E poi che domanda è scusa?

Quale?

No, dico. Perchè?

Perchè ci sono giornate che vorresti scrivere bene e non ci riesci. Neanche se inforchi la penna stilo con la punta larga, che fa i baffi alle vocali e irrobustisce le consonanti.

E perchè ci sono giornate in cui scrivi bene o pensi sia così. Ma non sai di cosa.
Non hai un programma, non hai niente da dire se non che le cose vanno così, punto. (e poi il punto ce lo metto perdavvero).

Allora perchè?

Non mi stressare. Sai com'è cominciata.

Era Gennaio. Era freddo.
Quel freddo che fa scivolare gli anelli dalle mani;
quel freddo che vorresti la copertina sulle spalle ma la copertina non c'è.
Quel freddo che ti viene voglia di lasciar perdere per oggi, di riposare sotto al piumone;

Ma non si lascia perdere qui.
Qui se c'è qualcosa da dire la si dice.

Era Gennaio.
Stavo fissando il monitor ricordando il freddo della sera prima sulla poltrona girevole blu.
Quella col gas che la fa andare su e giù. E bascula pure.
Uno di questi giorni ci casco, mi dicevo.

Era Gennaio e fissavo il monitor pensando a quello che scrivevo.
Scrivevo ed ero io. Eppure non capivo.

Un Pensiero Stupendo, a pensarci bene.
Ci trovi una stella cadente dentro se lo osservi da vicino.
E le stelle ti scaldano l'anima. Magari gli anelli scivolano, ma l'anima sta calda.
Un ottimo compromesso.

Era Gennaio. E il freddo tornava la sera sulla sedia basculante che un giorno ci cado.
Era Gennaio e avevo ancora l'alberino di natale sulla porta. E parlo del 25 Gennaio.
Uno di quei cosi con le fibre ottiche. Carino percarità. Ma diamine.. il 25 Gennaio..
Non volevamo lasciar andar via il natale.

Il freddo poteva andarsene. Ma il natale se rimaneva ci faceva piacere. Avevamo mangiato bene con lui.

Ma invece il freddo restava e il Natale ci aveva solo lasciato le lucette scivolose sulle punte dell'alberello.

Ma se c'è un pensiero stupendo è bene dirlo. E se a dirlo non ti ascolta nessuno, è bene scriverlo.

Era Gennaio. E siamo a Settembre.

Perchè?

Ora fa caldo e vorremmo che il caldo uscisse e tornasse il freddo.
Non siamo mai contenti.
Invece no. Si cioè il caldo può andarsene e venire il freddo dei cappotti e delle mani strette nelle tasche a pugno mentre tentiamo il giro del Duomo.

Di solito i pensieri vivono di istanti. Anche gli Stupendi.

Di solito.

Il solito per me era il White Russian. E non lo bevo più da quasi 7 mesi.

E sapete una cosa? Non mi manca.

E il solito ora è il Pensiero Stupendo, che dura 24 ore al giorno, che si addormenta sul mio cuscino (perchè il suo è troppo morbido.. o perchè preferisce dormirmi addosso), che mi bacia prima di ogni pranzo ed ogni cena.

Perchè?

Perchè, caro il mio dubbioso, il White Russian sarà anche buono, con quella cremina di panna sopra. Ma son 7 euri per circa 15 minuti di piacere.
E' come se la strega che vive nella casa di marzapane rimpiangesse il suo monolocale di Prato e vivesse di Oro Saiwa.

Simone, minimal 18:07 | commenti: commenti (popup)

Da vicino

venerdì, 01 settembre 2006 in: scatti, esperimenti letterari, valigie in tasca
Da vicino le lunghe distanze non contano.

si fanno chilometri in pochi metri, miglia in poche bracciate di mare, e tutto è aperto. Tutto è irrimediabilmente vicino. Anche le distanze temporali risultano assottigliarsi e i giorni si riducono in spazi di pochi, intensi minuti.

Così, fissare questa foto rende tutto il senso di ciò che è al di là del lo spiraglio di roccia. Senza bisogno di metterlo a fuoco. Sai che c'è, so che è là. E nient'altro occorre. Bastano pochi passi e sono oltre ma non serve.

Così è il tempo. Passano mesi come fossero minuti  e in lontananza si scorge un piccolo traguardo. Qualcosa di importante ancora sfocato.
Non importa.

Sappiamo entrambi che è in fondo a questa strada. Non serve correre perchè viene comunque con quella lenta velocità che in un batter d'occhio ci avvolge in nuvole di seta bianca e confetti.

Anche se la scritta è sfocata. Non è un problema.
Magari, però, una visita dall'oculista la si fa. Per scrupolo.
Simone, minimal 19:50 | commenti: commenti (popup)