Mari del Sud

Protagonisti inconsapevoli del remake di "Mari del Sud", viviamo di notte, dormiamo di giorno.

Fingiamo di essere in vacanza ai tropici, sotto un ombrellone a bere latte di cocco e a suonare i bonghi fino a che il vicino ci minaccia in malo modo.

Fingiamo di essere in meditazione su un eremo tibetano, a difendere i diritti di coloro che muoiono mentre altri corrono veloci come proiettili soltanto per una manciata di medaglie.

Fingiamo di camminare sotto la pioggia torrenziale su un prato erboso di Irlanda, con la tenda sotto braccio e lo zaino sotto al violino (e gli scones alla nutella, ovviamente).

In realtà, anche se il postino lo ignora,
anche se non si risponde al telefono,
anche se non si apre la porta a nessuno,

siamo in casa.

ci svegliamo come i vampiri, verso le cinque.
del pomeriggio.

spuntino sano con yogurt e un frutto.

ci sentiamo allegri e allora ci vuole un po' di moto.

attraversiamo spiagge e bonghi assordanti con pinguini che ci bevono beffardi il latte di cocco sotto al naso.

passeggiamo su boschetti infidi dove si aggirano falsi angioletti e cecchine col silenziatore.

scaliamo montagne ed entriamo in pertugi dimenticati da tutti, alla scoeprta di mostri e segreti vecchi di milioni di anni.

e facciamo tutto senza uscire di casa.

di notte.

di notte, quando, dopo la cena/pranzo delle nove a base di pesce e verdura lessa, ci viene voglia di uno spuntino..

allora, i vampiri, certi di non essere uditi da nessuno, accendono i fuochi e si preparano un doppio hamburger con la pancetta fritta e tutte le salse del creato.

poi, felici e festanti (e dopo aver ricordato vecchi animali domestici tra cui il fedele Nandrolone e il caro Birillo) torniamo alle nostre normali occupazioni: spiagge coi bonghi, lande desolate, montagne impervie.

oh, e zitti zitti, ierlaltro, ci siamo pure sposati.

Simone, minimal 05:21 | commenti: commenti (6)(popup)

cucine

lunedì, 21 aprile 2008 in: casini di casa, la cucina di suor bruno
l'altra sera cenavamo a casa di un mio vecchio compagno di liceo (ero l'unico classe '79.. quindi tecnicamente "vecchio" è proprio lui): lui e la sua compagna ci facevano vedere una casa molto bella e gustare un'ottima cena.

e mentre lui mi parlava del fegato alla veneziana, me lo ricordavo col suo giubbino da eschimese mentre a Praga tentavamo di sventare rapine in metropolitana.

Quindi gli narravamo proprio di Praga, dei nostri giorni alle pendici di Gennaio, e lei ci diceva di essersi fissata coi Pancakes in america, con lo sciroppo d'acero.

Eravamo in un sacco di paesi, ma restavamo in cucina, di fronte a fette di melone e prosciutto.

Oggi ho comprato il fegato, per farlo alla veneziana, sotto lo scetticismo di Pru, che, è noto, diffida delle cose amare.

"ti piace?"

"mm.. sisi, buono"

"pensaci bene.. sei davvero sicura che ti piaccia?"

"mmassì, mi piace.."

"ne è rimasta una fetta, facciamo a metà?"

"mm..  no, grazie, mangiala tu"

"ah-ah! sgamata!"
Simone, minimal 14:01 | commenti: commenti (1)(popup)

Chiude il caffé

Ci sono entrato tante volte.
E lui puntuale mi offriva queste paste assurde, tipo quell'infamissima sfoglia con la fetta di limone dentro che aveva l'aria di una punizione.

Parlava di calcio, di scommesse, di giocatori forti: parlava e mi fissava a cercare un consenso, una bella risposta argomentativa;
Ignorava la mia ignoranza in fatto di palloni di cuoio.

Eppure lui non mollava e insisteva con le sue paste al glengrant e pesto, per concludere con i pronostici (tutti) del sabato, del lunedì, del martedì di coppa, del mercoledì da leoni, del giovedì grasso, del venerdì tredici.

Tanto che alle volte, devo  confessarlo, ero sollevato quando entravo e non c'era.
Oh, seddiovole riesco a scegliermi una brioche normale, a bermi un cappuccio tranquillo senza fingere di sfogliare la gazzetta.

I primi tempi ci si fermava a pranzo, coi soci dello studio. Faceva certi spaghettini colle vongole da limonare pure il piatto.
Ma il suo granbiscotto erano le penne all'arrabbiata (sarebbero stati spaghetti, ma il popolo dei cravattati ha paura della pasta lunga): ci si inginocchiava chiedendo la mano leggera sul piccante, ma lui si sentiva lo shumacher del peperoncino.

Dopo ci voleva una bottiglia di acqua a testa, per sciogliere il bruciore.

E certe altre sere aveva voglia di fartelo lui, il caffé: era una sorta di laureato in espressologia, per cui estraeva un nettare da quella macchina che non si beveva mai.

Quasi meglio di quello che si beve a casina (quasi).

E poi stasera si scende, io e il leo (il fede aveva da fare), si ordina il solito espresso con due acque, si passa alla cassa per pagare e lui ci stringe la mano.

"ragazzi, vi saluto"

ci guardiamo interdetti.

"tra un'ora sono dal notaio, se tutto va bene, lunedì non mi vedete più"

ma poi ci tranquillizza, ci dice che riapre una locanda fuori Firenze, uno di quei posti per amici, una vecchia stalla riadattata.
E già mi immagino l'inaugurazione, con quella feroce arrabbiata fumante nei piatti o le sue vongole vischiosamente legate alla pasta.

Ti saluto così, senza un cenno alle partite: seddiovole, da lunedì niente paste al limone.

Evvai!
Simone, minimal 18:18 | commenti: commenti (1)(popup)

Fratelli Fornelli

Sono nato e vissuto in una casa il cui centro, il cui polo magnetico, era senza dubbio la cucina.

Mia nonna era, come nella migliore tradizione "nonnesca", una vera maestra cuoca, una di quelle che poteva fare di tutto e farlo bene.

E, come ogni maestra cuoca, cucinava tutto e non mangiava nulla.

Mia mamma ha fatto una scuola durissima sotto mia nonna: basti pensare che io ero già ventenne quando mia nonna decise che per lei era venuto il momento di poter cucinare "qualcosa" durante i suoi pranzi.

Ciò nonostante hanno tutti imparato a cucinare in tarda età.

Un segreto che mia nonna narrava solo ai poveri sconsolati incapaci di cucinare anche un panino al prosciutto, era che lei aveva imparato l'arte dei fornelli solamente dopo il matrimonio.

Sua suocera (altro Topos) sancì che il figlio non potesse giacere nello stesso talamo di una donna incapace a cucinare un flàn come si deve.

Mia nonna a stento sapeva distinguere il sale dallo zucchero, e solo dopo ripetuti assaggi.
(almeno questa è la sua versione romanzata).

Sicché la suocera indossò la divisa d'ordinanza e la condusse, otto ore al giorno, all'interno dei meandri di impasti, tempi di cottura, forni a gas, elettrici, primi secondi e antipasti, passando dai dolci.

Dopo due anni mia nonna era diventata una "discreta apprendista" (grado inventato per dare corpo al romanzo);

Il disappunto nel veder nascere un unico figlio maschio a mia madre fu quindi presto colmato da mia nonna, che aveva la vista lunga in fatto di femminismo d'autore, invitandomi a casa sua, per pranzo, con largo anticipo rispetto all'ora della scodella.

Questo mi ha permesso (oppure era un metodo usato a suo tempo dalla suocera gestapo, non è dato saperlo) di incuriosirmi per le preparazioni, per la meravigliosa magia che si nasconde dietro la farina che diventa una schiacciata alla fiorentina, per dirne una.

Gli anni passavano e i lavoretti da universitario presso un ristorante piuttosto snob mi fecero intuire che forse, sebbene la Giurisprudenza sia la seconda grande passione familiare (trasmessa però dal sangue maschile, per la maggior parte), anche tra i fornelli avrei potuto offrire qualche possibilità di sostentamento familiare.

In ogni caso aveva ragione mia nonna: la tendenza di oggi dell'uomo figo che cucina è un asso nella manica che sfoggio con sincerità, anche se, nel caso di mia moglie, non è servito a molto.

La prima cena con lei ho voluto strafare improvvisando troppo, tanto che lei, inizialmente stupita dalla mia abilità col mattarello, discretamente decise che la salvia sarebbe stata bandita dalla nostra dispensa.

La morale di questo sproloquio dai toni vagamente edonistici risiede nella tre giorni di cene e pranzi che ci attende per pasqua.

Abbiamo già cominciato le danze, scaldato il forno, predisposto gli ingredienti all'interno di ciotole anonime, neanche fossimo alla prova del cuoco, e impostato menù e modalità di presentazione dei piatti.

I meravigliosi consigli di mia moglie arricchiscono l'estetica dei piatti e colmano eventuali eccessi d'estro.

Il risultato  lo vedremo al termine della terna pasquale.

Auguri
Simone, minimal 14:23 | commenti: commenti (4)(popup)

Vita tranquilla

Certe serate vanno mangiate.

Come le verdure.
Passi un'infanzia a lottare contro le melanzane, poi non appena hai la patente vai al ristorante dove fanno la parmigiana migliore della zona.

Certe serate vanno mangiate, perché se rimandi ti parranno sempre più amare.

Rimandi e pensi che tanto anche le patate sono buone.

Si può vivere senza verdure, no?

Un vegetariano all'incontrario.

No è una cazzata.

Certe serate di ribollita e pappa al pomodoro vanno mangiate.
E' come il lampredotto.
Mangiatelo.

Non sapete cosa vi state perdendo.
Simone, minimal 00:57 | commenti: commenti (popup)

L'angoloso

venerdì, 08 febbraio 2008 in: teledipendenze, la cucina di suor bruno, termopolitica
Il TG5 non trasmette notizie.

Suppongo neanche ci facciano caso: deve essere uno di quei programmi per anziani che capisce di parlare solo a rincoglioniti distratti e pertanto nemmeno ci prova a dire frasi sensate.

Ma ora basta parlare di Forza Italia e dei suoi elettori.

Il TG5 serve solo per la rubrica gusto.

Nella maggior parte dei casi è piuttosto inutile a dirla tutta, ma capitano rarissimi eventi che riabilitano la trasmissione.

Anatra al miele e Curry.

Si prende il petto dell'anatra, con la pelle bella grassa e lo si incide, a scacchiera proprio dal lato della pelle.

Lo si cuoce in padella, senza niente, a fuoco medio per una ventina di minuti.
Non girarlo: cuocerlo dal lato della pelle.

Negli ultimi minuti, colate sull'anatra tre cucchiai generosi di miele e una generosa spruzzata di curry (meglio se avete una qualche miscela a base di curry da griglia).
Girate rapidamente l'anatra, in modo da fargli assorbire il miele e poi toglierla dal fuoco.

Tagliarla come una tagliata di manzo e sevirla coperta dalla salsa miele/curry.

Io ci vedo bene un bianco fruttato, magari un Soave o un Bàtaapatì ungherese.
Simone, minimal 20:13 | commenti: commenti (1)(popup)

Acqua e vino

Un tranquillo fine settimana.

E' piovuto venerdì.

E' piovuto sabato.

E' piovuto domenica.

E mentre fuori c'era l'acqua, in casa s'è vuotato diverse bottiglie di buon vino.

Complice un'amica e la solita ottima cucina di famiglia.
Simone, minimal 17:23 | commenti: commenti (popup)

Waffel

martedì, 29 gennaio 2008 in: romance, la cucina di suor bruno
Una pubblicità inaspettata ci ha fatto un regalo.

Da tempo sognavamo di avere in casa una piastra per le Gauffrè, o Waffel, in edizione crucca.
Trattasi di cialde, dalla forma semicircolare, da mangiare così o ppure da farcire con cioccolato, marmellata, cioccolato oppure cioccolato.
Anche col cioccolato sono buonissime però.

Ieri con la somma quasi vergognosa di dodici euro, abbiamo preso la piastra.
Dopo poche ore friggeva i Waffel, o Gauffré.
Dopo poche ore e qualche minuto le Gauffré o Waffel erano inondati dal cioccolato.

Cena.

Stamani alle nove e qualcosa mi sono alzato, sono sceso al piano di sotto e con un gesto automatico ho acceso in simultanea macchina del caffé e macchina per le cialde.

Alle nove e trenta, sul tavolo, erano disposti: caffé, waffel e succo di frutta.

Visto l'andamento della mia attività legale, è bello sapere che ho delle opzioni.

Simone, minimal 10:24 | commenti: commenti (3)(popup)

12 e 24

lunedì, 07 maggio 2007 in: romance, la cucina di suor bruno, il grande giorno
E' piuttosto vero che risulta sempre molto facile scrivere dolori e sofferenze;

Al contrario buttare giu' anche solo poche righe di una felicità solo felice non solo è impegnativo, ma si dimostra sempre un filo al di sotto delle aspettative.

Allora bisogna far conto sulle poche cose imparate i primi anni della nostra vita, quelli passati sui banchi alitando sulla bic nella speranza che da sola sputasse fuori idee mirabilanti e frasi degne perlomeno della sufficienza.

Tutto questo pesante preambolo per dire che non è semplice costruire a parole un'emozione tanto grande quale quella di un compleanno e di una brevissima attesa.

Ci vogliono parole piane. Come quelle sincere che ti risvegliavano da piccola, sotto le coperte.
Parole dal volto sorridente. Auguri che sistemavano ogni grigiore eventuale, anche piccolo, di una giornata.

Da bambini si vive il proprio giorno come una festa. Si pretende torta e regali.

E magari ci scappa pure un sorso di quell'acqua un po' frizzante e dolce che sono soliti versarsi gli adulti.
Quella del cincin e delle grandi occasioni.

Poi tutto sfuma e l'adolescenza violenta questo giorno. Lo si lascia scorrere infastiditi da quanti ti ricordano che sei un anno più seria di quello prima.
Allora esistono solo i traguardi ufficializzati e amministrativi. Il motorino ai quattordici, l'auto ai diciotto.

Dopo?

Dipende.

A volte si riscopre il piacere di questa piccola giornata in cui sei al centro di un microuniverso, fatto di sms, di regali (in)attesi e magari pure di torte.
Si condisce il tutto con una certa leggera superiorità, anche se sotto sotto il sorriso da fanciullo resta.

Così eccomi silenzioso e contento a fare una di quelle simpatiche microcerimonie che imbarazzano (ma anche no).

Così eccomi a ricordare che c'è un giorno in cui ci si ricorda di te e anche solo entrare in un negozio qualunque può procurarti sorprese inattese.

Lo faccio perché tutto questo non voglio sbiadisca di fronte al giorno successivo, quello che ti vedrà vestita di bianco.

Quella in cui ti dirò di si.

auguri, amore mio.
Simone, minimal 15:58 | commenti: commenti (1)(popup)