09.01.09

giovedì, 15 gennaio 2009 in: scatti, romance, valigie in tasca
trentanni e non sentirli.

sembra facile a parole, o parlando con i jeans scoloriti della mia università, quelli che non mi stanno più.

trentanni e non sentirli.

sembra facile con la borsa a tracolla, quella con una spilla per ogni paese in cui si viaggia; o con le scarpe da skater e la coppola di velluto.

trentanni e non sentirli.

sembra facile, passeggiando per le strade di un'Irlanda cittadina, con poca erba sotto i piedi a fine giornata.

volare sui trentanni sembra facile.

quasi come qualche anno fa, con lo zaino e la tenda sottobraccio.

di intatto c'è l'amore per questa rive gauche dell'Inghilterra chiamata "Irlanda".

di intatto c'è l'amore per il tuo sorriso. quello che si entusiasma per una fetta di torta,
quello che si allarga se beve una tazza di the per pranzo,
quello che sta sotto ai tuoi occhi lucidi per il sonno, anche se vorrebbe restare ancora un po' disteso sui divani della common room, guardando ostinatamente CSI:Miami pur non capendo quasi nulla.
quello pantofolaio entusiasta di volare con le pantofole,
quello che si incanta fissando il mare.

questo amore avrà sempre ventanni.

(per il resto basta una pipa accesa, una poltrona comoda e pochi stravizi)

(volare sbronzi però è ancora consentito. di più, un imperativo morale)
Simone, minimal 16:46 | commenti: commenti (popup)

Tempus Fugit

Tic Tac Tic Tac

L'orologio oscilla secondi, in un orario compreso tra le 10 del mattino e le 14:30 del pomeriggio.

una sinistra tempesta magnetica si è infiltrata dal sottotetto alterando la linea temporale di questa casa.

così, mentre i suoi abitanti impostano le giornate su rituali precostituiti e pizzichi di immaginazione, gli orologi tentano di distrarli, di sedurli con albe di mezzogiorno e tramonti notturni.

questa atmosfera contro cui neanche ci sforziamo di combattere dilata le sessioni di studio in vista di un esame ormai prossimo.
il magnetismo inganna anche il natale, il freddo e l'aspettativa della neve, sviando canzoncine americane tradizionali che - è la regola non scritta - di questi tempi cominciano a ballare per casa.

Inzuppate dentro questa follia bilocale mansardata, anche le gatte di casa si sono dovute adattare: la Guendalina, raggiunta una precoce adolescenza, improvvisa pessimi accenti del Nord-passo di calé (andate a vedere "Giù al nord"), accenti fatti di urletti acuti e immotivati, accompagnati da repentini balzi sul posto.

La norvegese, abitudinaria come da zodiaco, pare immune a questa frenesia alternativa: da tempo ha indossato il suo pellicciotto di Bergen, con tanto di barbona bianca: con il Cano sta mettendo su uno spettacolo musicale: "High School Cano".
Il cano con la Frangia Emo è una visione riservata ad un pubblico adulto e possibilmente non vedente.

Falananna è passato dall'aprile dolce dormire, all'estate del sonno, fino al letargo invernale: tranne rarissime eccezioni staziona in via permanente sul comodino di Pru, svegliato soltanto dal rumore di tazze che devono raffreddarsi.

Miffi, la coniglietta olandese un po' larga nei fianchi, è diventata rumorosissima da quando ha riscoperto i suoi zoccoli di legno.
Con il temperamatite ha pure appuntito due spietati tacchi da 12cm.

Il Pecoro è in comunità: ci scrive spesso ma in celtico; bella la cultura,eh. ma io non ci capisco nulla.

L'elettromagnetismo ha però giovato sulla qualità delle nostre visioni cinematografiche: oltre al nostro seriale filone di fiction importate USA (in proposito, ringraziamo quei santi di ITASA) si sono aggiunti i film francesi che fanno ridere (quelli che sono tristi dovranno attendere l'inverno) e gli acquerelli di Miyakazy.

La pendola dice che è ora di mangiare. non so se sia colazione, pranzo, merenda o cena.
Però ho fame.

E il tempo fugge.

Tic Tac Tic Tac

Simone, minimal 12:07 | commenti: commenti (popup)

Will it grow

domenica, 16 novembre 2008 in: scatti, romance
Jakob Dylan - Will It Grow
Seduti a bordo di un the al gelsomino, abbiamo visto l'autunno farsi avanti anche quest'anno su Firenze.

l'Arno lungarno serristori, con la tracolla di una macchina fotografica troppo ingombrante per le serate goliardiche (serve ridurre le dimensioni).

poi Palazzo Pitti, visitato l'ultima volta che non arrivavo ai pedali di una bici.

e via Maggio, un tempo sede dell'Unità ed ora chissà.

Foto ad una piazza silenziosa, solo lo scrosciare della sua piccola fontana: non la ricordavo molto dall'ultima sera che ci ho passato.

Santo Spirito è come dici tu: semplice e austera. Restituisce alla piazza il suo valore.

Lo fa con sincerità.

Poi ancora quel fiume che a Pisa ha lampadine colorate a illuminarlo.

Per sbaglio, dico io.

Musica. Foto. Un dolce di riso (molto dolce e molto riso)

Ed eccomi a sorridere di poche cose, che mi bastano tutta la vita.

Tu, una tazza di the, qualche gatto a dormirci addosso, un inverno alle porte che profuma già di

no, stavolta aspetto. aspetto e ti amo.

aspetto.

e ti amo.

Simone, minimal 19:44 | commenti: commenti (popup)

Ponti di fine mese

venerdì, 31 ottobre 2008 in: scatti, goliardie, sotto lalbero, casini di casa, valigie in tasca
Gite o gitarelle (non oltre considerate tali) a cavallo tra Ferrara ed una riscoperta Venezia.

Complici impegni goliardici, anche giornalistici, e lauree cinematografiche.

Lunedì siamo partiti in direzione Città delle Biciclette (senza il fumo, quindi non era Amsterdam) per la mia seconda Riunione da Fante e anche per sfruttare la nostra base d'appoggio in direzione Venezia.

Infatti il giorno dopo, con poche ore di sonno sulle spalle, abbiamo preso l'agile regionale per la città lagunosa.

Nel tratto finale il treno ha planato sull'acqua con effetto Miyazaky "Città Incantata" (tanto che Pru adesso sostiene che tutta la Città del film sia ripresa paro paro da Venezia) (e però il Giappone è tutto isolette e fiumi.. non per rovinare l'immagine poeticamente campanilista, ma ne dubito).

Scesi dal treno ci siamo presentati al Ponte Calatrava, il Ponte dello scandalo, quello dove si scivola facilmente.

Già pregustavo risarcimenti in denaro e soggiorni dal Comune di Venezia.

Ma, come al solito, i giornali gonfiano le notizie: per scivolare sul ponte probabilmente si deve prima ungerlo come il pollo fritto e camminarci con le banane ai piedi.

Oh, sarò blasfemo ma a me è piaciuto.

(commento di un amico veneziano: "ma vuoi mettere col Ponte di Rialto?"; si grazie al.. volevo dirgli: "vuoi mettere col Ponte all'indiano di FIrenze?")

Poi, a suon di ponti e pontificazioni sulla vita degli autoctoni, siamo arrivati in Facoltà, giusto in tempo per la..

No, siamo arrivati in ritardo, Rob aveva già l'alloro calato: siamo giunti in tempo per infiltrarci nella foto finale.

E poi siamo anche giunti in tempo per il rinfresco. Bellissimo posto, tanto che pochi metri più giù ci stavano girando un film con la Gaia de Laurentiis.
(lo so, non fa molto curriculum. ma questo c'era..)

Ho sfogliato la tesi su Pupi Avati animato da sincero interesse.

Dopo le due ci siamo congedati per ritornare al treno di corsa, passando per tutti i punti di interesse di un ipotetico navigatore satellitare.

Ponti, Ponti, Ponti, Ponti.

E tanti negozi artistici (in proposito, dall'ultima volta Venezia è migliorata di qualità)
(anche vero che l'ultima volta avevo forse dieci anni)

Abbiamo litigato con il controllore (ti pareva) e preso il treno successivo.

A Ferrara pioveva sotto i portici di Mc Donald's; così abiamo fatto ritorno alla nostra dimora pelosa, fatta di gatti e calzini.

Oggi è il trentuno e dovremmo metterci le maschere di paiura per carpire i dolcetti dai vicini.
Io mi accontenterei di costringerli a risistemare l'antenna, ché si vede solo Boing ormai.
E la Talpa.

(in proposito è imbarazzante non capire in alcun modo i meccanismi di quel gioco..)

Oggi è il trentuno. Finalmente comincia a fare freddo.

Da sopra l'armadio sbuca il sintetico abetino verde. E ammicca.

Dai, tra poco ti si fa scendere.
Simone, minimal 11:15 | commenti: commenti (1)(popup)

Sguardi

martedì, 02 settembre 2008 in: scatti, esperimenti letterari, orsa norvegese, astruse astrazioni
Ciascuno ha dentro sé due sguardi.

uno (f)utile, attirato dal movimento.

perfetto col digitale terrestre e il mercoledì di coppa.

salvifico durante gli attraversamenti pedonali.

lo sguardo che non coglie i dettagli ma valuta l'insieme.

lo sguardo che si annoia dentro gli uffizi.

quello che sbadiglia.

quello che ci fa sentire in colpa e ci ingiunge di deglutire.

Siamo ben più orgogliosi dello sguardo adorante.

quello che ti fissi su una cosa, non sai perché e la tua mente vaga e vaga fino a giungere lontanissimo.

e però la cosa fissata è immobile.

magari è la zampa del comodino.

non si muove.

se lo facesse, il nostro volo sarebbe imbrigliato nel movimento.

e addio pensieri grandiosi.

pessimo durante l'anticipo del sabato.

ti fissi sulla luce azzurra del televisore e ti perdi il gol del portiere di testa.

da calcio d'angolo.

per non parlare delle vittime sulla strada.

è lo sguardo che non sbadiglia all'ingresso della sala trentadue, piano secondo.

al piano di sotto nota lo sbadiglio e prova disgusto per il futile.

adorante e futile. Due sguardi.

non è una prerogativa degli esseri umani. anzi, per noi è solo un dono.

Simone, minimal 23:38 | commenti: commenti (popup)

Sunday afternoon

domenica, 25 maggio 2008 in: scatti, musicalmente, romance
here are times that walk from you like some passing afternoon
Summer warmed the open window of her honeymoon
And she chose a yard to burn but the ground remembers her
Wooden spoons, her children stir her Bougainvillea blooms

There are things that drift away like our endless, numbered days
Autumn blew the quilt right off the perfect bed she made
And she's chosen to believe in the hymns her mother sings
Sunday pulls its children from their piles of fallen leaves

There are sailing ships that pass all our bodies in the grass
Springtime calls her children 'till she let's them go at last
And she's chosen where to be, though she's lost her wedding ring
Somewhere near her misplaced jar of Bougainvillea seeds

There are things we can't recall, blind as night that finds us all
Winter tucks her children in, her fragile china dolls
But my hands remember hers, rolling 'round the shaded ferns
Naked arms, her secrets still like songs I'd never learned

There are names across the sea, only now I do believe
Sometimes, with the windows closed, she'll sit and think of me
But she'll mend his tattered clothes and they'll kiss as if they know
A baby sleeps in all our bones, so scared to be alone

(Iron & Wine - Passing Afternoon)

Simone, minimal 16:58 | commenti: commenti (2)(popup)

MontMartre

Alle ore 10:21, con 9 minuti di anticipo, l'aereo proveniente da Pisa atterrava all'aeroporto D'Orly, a 14 chilometri da Parigi.

Pochi minuti dopo i passeggeri ingombravano lo stretto corridoio tra le file dei sedili per scendere ordinatamente.

Nello stesso istante, in Rue De Trois Féres, al 18eme arrondissement, un gruppo di turisti si fermava all'angolo con Rue de Tholozé.
La guida indicava una casa bianca, con vetri puliti e senza tende.
Il gruppo di turisti con la bocca ovale per lo stupore, scattava furiosamente foto prive di significato.

Sono le ore 11:00 mentre due passeggeri del volo che da Pisa è atterrato ad Orly con 9 minuti di anticipo entrano all'hotel Confort, un due stelle afoso.
Il receptionist, pizzettato francese dalle gote rubiconde e il sorriso distorto dice di lasciare i bagagli in una stanzetta afosa quanto la hall.
La stanza sarà pronta verso le 14:00.

I due passeggeri, neanche 15 minuti più tardi, escono dal Confort Hotel, transitano sotto la casa bianca dai vetri puliti e passano oltre.

Nello stesso istante tre giovani ragazze francesi, con alcuni palloncini colorati bianchi e arancio, stendono tovaglie e vettovaglie sull'erba in declivio al centro della scalinata del Sacre Coeur.
E attendono qualcuno.

I due passeggeri del volo Pisa-Orly, Simo e Pru, giungono sulla Butte, la collina di Montmartre.
Dopo un Croque Madame (un toast con uovo in allegato) si stendono al sole del prato in declivio sotto al Sacre Coeur, felici di questo primo giorno a Montmartre.

Pochi minuti più tardi, tre giovani ragazze con palloncini legati agli spallacci dei propri zaini, raggiungono la tovaglia e le vettovaglie, salutano chi le stava attendendo e si stendono tra il verde di Montmartree i palloncini bianchi/arancioni.

Poco sopra di loro, Simo e Pru riposavano scattando foto bianche/arancioni di Montmartre.

E' la sera del 18 maggio, a Parigi c'è un fresco vento e odore di pioggia.

Sono da poco passate le nove, sono da poco passati dei turisti sotto la casa bianca dai vetri puliti.
Simo li vede, dal terrazzo del quinto piano della camera numero 54 del confort hotel.

Sono da poco passate le nove: Simo e Pru lasciano il Confort Hotel per salire sulla Butte.

Nello stesso istante un pianista squattrinato attacca a suonare al Tir Bouchon, piccola creperie dietro Place Du Tertre.

Pochi minuti più tardi, attirati dalle note squattrinate del pianista, Simo e Pru entrano nel locale rosso, avvolto di pareti di biglietti dei vari clienti, chiamato Tir Bouchon.

Un cameriere cordiale ricorda a Pru come si chiamano "Forchetta e Coltello" in francese.

Pru sorride e Simo ordina una Crepe ai tre formaggi. Anche una Leffe.

Fuori dal locale, poco distante, un capellone rossiccio verga un contrabbasso.
Ne esce Sound of Silence.

Dopo la delusione della cena del diciassette,  in cui un  locale ingrato li aveva respinti, Simo e Pru decidono che il giorno successivo avrebbero mangiato Fondue a la Bourgugon.
Non sicuri di come si scriva, ma abbastanza certi di come si prepari.

Il giorno dopo, alla stessa ora, Simo e Pru sono dentro la Butte de Ville; all'ingresso vengono accolti da tre generazioni differenti: una giovane cameriera di origini campane, sua madre e sua nonna, una tenera vecchina che spilucca prugne senza nocciolo, nativa di Montmartre.

Venti minuti più tardi, Pru frigge il suo primo pezzetto di carne nell'olio bollente della Fondue.

Venti minuti più tardi Pru scopre "la cottura perfetta" del pezzettino di carne.

E' il giorno 20.

E' martedì.

Sono le 16:10 mentre Pru e Simo escono con il loro bagaglio a mano dal numero 16 di Rue Tholozé, fissando con sospetto la casa bianca dai vetri puliti.
Pochi minuti più tardi il sospetto finisce dentro una fetta di Tatìn ed una di Flan.

Consapevoli di essere sulla rotta di rientro, Simo e Pru salutano la Butte, ci lasciano un foglietto, appeso ad una trave del Tir Bouchon.

E si dicono: torneremo presto.

Sono le 16:15 mentre MontMartre saluta i due strani abitanti del quinto piano del num.16 di Rue Tholozé: quelli che non conoscevano il significato della casa bianca dai vetri puliti.

Ma conoscevano ben altro.

Simone, minimal 17:19 | commenti: commenti (3)(popup)

Un piccolo minuto di silenzio

venerdì, 09 maggio 2008 in: divertissement, scatti, romance, termopolitica, scelte di campo
29 anni fa, esploso vicini ai binari di un treno, moriva un giovane che aveva dedicato la sua cultura, la sua intelligenza ed il suo amore per la libertà alla lotta contro una ipocrisia.

Questo ragazzo infatti non era giudice, non era un poliziotto incorruttibile o un vendicatore mascherato.

Era solo uno che vedeva le cose per come erano e non per come si dovevano vedere.

29 anni fa moriva Peppino Impastato.

Alla notizia, il ministro Calderoli ha detto: "chi?"

Simone, minimal 15:48 | commenti: commenti (3)(popup)

Gite Domenicali

domenica, 04 maggio 2008 in: divertissement, scatti, romance, fiorentinismi
Ci sono posti a Firenze in cui non sono mai stato.

Non me ne faccio certo un cruccio, tipo che non ci si dorme la notte e ci si sente in imbarazzo con i cinesi, ché loro magari li hanno visti tutti, i posti a Firenze.

Ci sono posti a Firenze che so. So che stanno a Firenze, li conosco.
Li ho visti in qualche film ad esempio.

Tipo che non sono mai stato in cima al campanile di Giotto, ecco.
E magari invece mezza Cina c'ha una foto con tutta la famiglia sulla torre.

Io no, non ci sono mai stato.

Dei giorni penso: oggi salgo sulla torre. Poi mi fa una gran fatica, vedo tutti quei cinesi in coda.
No, via. Mi passa la voglia.

Ci vadano loro, in cima alla torre. Poi semmai vado sui myspace cinesi e mi scarico le foto.
Però ci sono altri posti che è un peccato non vederli mai.

Allora aspetti il momento giusto, la giornata non troppo calda, quella in cui un po' fa fatica e un po' no.
Più no.

Sicché stamani, verso il tocco (ho scoperto su un blog che solo da noi si dice "il tocco" per dire "le una del pomeriggio") prendo Pru, gli dico "vestiti".
Lei non aveva tanta voglia di uscire; stava con le pantofole (io no e anzi gliele rubavo per non girare scalzo per casa) sul divano a guardare la tv.

Però sono stato particolarmente convincente stavolta.
Quindi ci siamo ritrovati in macchina, con la Nikon carica.

Oh, io non lo sapevo dove portarla, sul momento.
Volevo improvvisare.
Senza sfigurare, ché Pru è esigente: se la frego e la porto in un posto sfigato è carina, non mi dice "che schifo" però si capisce perché dopo un po' è subito stanca.

Allora mi è venuto in mente Amici miei.
L'atto secondo, quando il povero Mascetti, dopo una litigata con i suoi compagni di zingarata, usciva da un parco e si sentiva male.

Quel parco, a pochi passi da casa nostra io non l'ho mai visto.
Vai, ganzo.

Siamo atterrati in cima a via Trieste quasi per magia, incastrando la macchina davanti a un SUV grosso come la Cina (non me ne vogliano i cinesi, oggi mi vengono in mente solo loro..).

Ho portato Pru al Giardino dell'Orticultura. Io credevo lo avessero fatto i medici.
Di solito a Firenze è così: se una cosa è bella, l'hanno fatta i Medici.

Invece Pru, a cazzotto, dice "guarda, la serra sarà al massimo del 1870".
La didascalia infatti riporta "costruita nel 1860". Ha sbagliato di 10 anni.

Come farà, mi domando.

Abbiamo passeggiato in mezzo al verde, al silenzio, alle famiglie con il telo steso ed il libro aperto, a persone in cerca della tintarella cittadina, a bambini che ridevano.

C'è un drago in testa a questo parco.
Un drago di pietra con la barba di edera.

Ho fatto le foto, c'è perdavvero.

Ci siamo inseguiti a colpi di scatti.

Ad un certo punto Pru ha detto "non mi sento tanto bene" ed io ho pensato di averla portata in un posto un po' così..
Ma poi è rimasta, si è sentita meglio; le piaceva così tanto che vuole tornarci.
Magari con la sua amica GIulia, se viene il fine settimana; O forse da sola, con i suoi libri sottobraccio.

A fissare il drago e la serra dei Medici fatta nel 1860.

Prima di andare, all'ombra, ho scattato una foto verso il campanile di Giotto.
Ciao cinesi. Stiamo qua.

Italia - Cina 1-1
Simone, minimal 22:54 | commenti: commenti (6)(popup)

L'amore stupisce

venerdì, 02 maggio 2008 in: scatti, romance, casini di casa
Perché l'amore è un segreto,

ma io non ve lo dirò.

Perché l'amore è un segreto

ed essendo un segreto io non lo so..


Simone, minimal 11:30 | commenti: commenti (popup)

come ogni volta

sabato, 29 marzo 2008 in: scatti, romance, casini di casa
Tu sei l'inverno in fondo al cuore
Sei l'estate che non c'è
Tu sei la via che passa dentro me

Simone, minimal 19:22 | commenti: commenti (1)(popup)

Alpha & Omega

Alpha è seria, precisa, pulita.
Impassibile.
Poche coccole, cibo e acqua sempre pronti a disposizione, cano da lancio pronto.
Le piace essere spazzolata, con la messa in piega.

Omega è curiosa, provocatrice, un filino leccaculo, diciamolo.
Omega mangia: non importa cosa, basta quanto.
Omega non vuole essere spazzolata.

Alpha & Omega convivono da due giorni.

Sotto gli occhi stuporosi degli altri abitanti di questa casa.

Simone, minimal 12:45 | commenti: commenti (12)(popup)

Golconda Golconda ! ! !

sabato, 02 febbraio 2008 in: scatti, musicalmente, astruse astrazioni


Night was black was no use holding back
'Cause I just had to see was someone watching me
In the mist dark figures move and twist
was all this for real or just some kind of hell
666 the Number of the Beast
Hell and fire was spawned to be released


Quando un domani la polizia giungerà al mio blog, magari attraverso misteriosi canali pedofili, questo post occuperà un'intera puntata di Verissimo.
Simone, minimal 12:40 | commenti: commenti (popup)

Di Ieri e Di Oggi

sabato, 29 dicembre 2007 in: scatti, romance, sotto lalbero, astruse astrazioni
Nelle sere di soggiorno trentino vedevamo filmati di cene natalizie degli anni 80.

Negli anni 80 la tivvù festeggiava il nuovo anno con il discosamba e con gli spallini dei tailleur di cotonatissime ballerine.

Negli anni 80 c'era già Raf che pensava a cosa ne sarebbe restato.

C'era il tartufone motta di cui ricordo ancora la sigla e il povero cristo a cui lo scippavano regolarmente.

C'era quel brav'uomo dei biscotti Bistefani, che non era babbo natale, però ci somigliava parecchio.

C'era il vero Babbo Natale pianista che cantava la sigla del Pandoro Bauli.

E c'erano le tavole imbandite attorno a cui si sedevano decine di parenti/amici a festeggiare.

Oggi sto lottando da due ore per riprogrammare il navigatore.
La voce orrenda epperò alcune volte utile non si sente più e tutte le volte che lo connetto al pc mi dice che questa connessione non s'ha da fare.

Negli anni 80 c'erano le guide del touring: se le sapevi leggere bene, altrimenti andava avanti uno e gli altri lo seguivano.
Al massimo si abbassava il finestrino e si chiedeva.

Oggi nessuno sa più neanche dove abita: c'è il navigatore.
Io non sto in via taldeitali. Sto a Casamia. E' tra i preferiti.
Ci clicco, ci vado.

Dietro casa mia c'è piazza del mercato?
Non ne ho idea: fammi vedere tra i punti di interesse.

Andiamo al cinema?
eh.
Ok a quale?
al più vicino.
perfetto. quale?
aspetta che vedo sul navigatore.
ce n'è uno a 1km.
fico.
andiamo.

I parenti degli anni 80 con le spalline sovrastimate non avevano il telefonino.

In una ripresa si vedeva chiaramente una tizia cotonatissima con la mano vicino all'orecchio: è al cellulare.
No. E' impossibile.
Infatti si sta riaggiustando un orecchino delle dimensioni di un limone.

Oggi non si portano orecchini perché impedirebbero di parlare al telefonino.

In compenso abbiamo le fotocamere digitali.
Scattiamo, guardiamo.
Fa sempre schifo, ma perlomeno si sa e ce ne facciamo una ragione.

Ieri abbiamo mangiato ostriche, aperte con un coltello da ostriche, tenute ferme con un guanto da ostriche.
Poi abbiamo scartato un pecorino tartufato che lévati.

Negli anni 80 il Brie si chiamava camoscio d'oro e la buccia bianca la si credeva cattiva.

Difficile fare un paragone serio. Difficile.

Simone, minimal 15:38 | commenti: commenti (4)(popup)

Pecorino e Miele al Tartufo

lunedì, 29 ottobre 2007 in: scatti, romance, valigie in tasca
L'autunno è una stagione decisamente sottovalutata.

le città poi, non l'esaltano come andrebbe fatto.
troppi pochi alberi e la maledetta abitudine di piantare i sempreverdi.

I sempreverdi impediscono agli occhi di vedere i colori dell'autunno.

Il giallo e il rosso.

così, per riempire le tempere, si deve uscire fuori dai contorni di case di mattoni e strade di semafori.

Abbiamo percorso la Milano-Napoli in direzione Roma.
Dopo una sosta all'autogrill per mangiare, convinti che fossero già le due del pomeriggio, abbiamo raggiunto la ValdiChiana.

La Val di Chiana e la sorella Val D'orcia sono piene di rosso e giallo.
Sono l'autunno.

Quello che profuma di castagne, ma senza brina.

Sosta a Pienza. Su un colle.
Città dal bucato fresco.

Si percorrono vie dai nomi romantici: via del Bacio, via dell'Amore, via della Fortuna, via Buia (davvero tenebrosa), vicolo cieco (davvero cieco).

Le case traboccano di fiori e di edera, la gente lascia i propri vasi agli angoli delle strade.
Sopra le piante, le mille terrazze e finestre con il bucato steso, a rapire i raggi del sole.

Con gli occhi fissi tra lenzuola e calzini, si scopre che è bello: i fili coi panni sono simbolo di vita.
In città non piacciono.

In campagna decorano.

Pienza dista pochi chilometri da Monticchiello: un paesino di duecento anime in rapida diminuzione.
Non s'è capito perché, forse per la tremenda salita (rigorosamente da affrontare a piedi) per raggiungerlo.

Poi ancora Montepulciano.
Dal castello della piazza grande tutta la vallata cambiava colore e mille foglie invadevano l'aria, impastandosi con l'azzurro del cielo.

E la terra pareva velluto.

Abbiamo passeggiato fino ad un piccolo giardino, dove le foglie secche riposavano sulle panchine e una suora si dondolava a bordo di un'altalena.

abbiamo scattato cento foto. E' così semplice fare foto all'autunno.

Sulla strada verso casa non s'è resistito: da una bottega siamo usciti con triangoli di pecorino e un vasetto di miele al tartufo.
La sera, nel tepore ritrovato di casa, bolliva una pasta strana, condita con burro e fiocchetti di pecorino.
Il miele in tavola sembrava una di quelle candele profumate.

Seduti abbiamo gustato l'autunno nella sua forma migliore.
La perfezione.

Simone, minimal 15:11 | commenti: commenti (8)(popup)

Il commediante

sabato, 06 ottobre 2007 in: scatti, esperimenti letterari
E' una semplice ventiquattrore.

Un vecchio modello, una di quelle rettangolari, cartonate, che forse ho trovato vicino ad un cestone di rifiuti.

Non si butta nulla, mi dicevano. Tutto. E'. Arte.

La valigetta è sporca di vernice blu. Non ricordo se lo fosse anche allora, quando la presi.
Mi piace pensare di averla sporcata in giro, cantando su di un palco improvvisato,
sopra una sedia da cucina, con la paglia a sorreggere tutto il peso delle mie scenette.

Dentro è un cumulo di oggetti, polvere da trucco, guanti di pelle, dall'aspetto elegante e appariscente.
Poi c'è un foulard verde, con un bel fiore disegnato.

L'ho disegnato io, ho preso i pastelli e ho pigiato sul foulard fino a riempire le trame di colori.

Quel foulard lo indosso per primo.

Faccio un nodo vistoso, un po' come fosse un cravattino dell'ottocento.
Dentro un taschino c'è un frammento di vetro, uno specchietto pieno di ditate: sono bellissimo.

Svito una coppetta da gelato, una coppa del nonno piena di crema.
mi rigo le guance e lo specchio si rattrista.
Lo fisso con il volto corrugato, poi lo consolo con un largo sorriso.
E' un sorriso amaro, ma è pur sempre un sorriso.

Proseguo con le dita a coprire il mio volto di crema.
Lentamente scompaio.

Dove prima ero io. Dove prima ero qualcuno con un nome e un cognome.
Dove avevo un lavoro.

Ora c'è un volto bianco.
E due occhi notturni e nuvolosi.

Lo specchio mi riconosce. Mi saluta.
Un cenno, solo un cenno con la mano bianca.

<<buonasera viandante, sei ancora qui?>>

<<sono sempre qui>>

<<non è vero. sei qui. non sempre>>

<<stasera sarò un pittore francese>>
<<dipingerò con un pennello largo i volti della gente, dicendo loro che i ritratti veri non sono le tele.>>
<<i telai sono per chi non ha più nulla da disegnare>>
<<farò loro la bocca rossa e gli occhi turchesi>>

<<se ne andranno presto>> mi dice lo specchio
<<e anche stasera frugherai nel cestino in cerca di una cena>>

<<canterò canzoni senza voce. sarò un cantante muto. dirò loro di venirmi dietro, se conoscono le parole. e accompagnerò i versi con una chitarra senza corde, o un flauto senza fori>>

<<credi che riderebbero per questo?>>

<<rideranno, ne sono sicuro>>

<<è triste, è tristissimo>>

<<le cose buffe sono sempre tristi. e un po' malvagie. prenderò una manciata di sassi e li lancerò in aria come coriandoli. e dirò loro che è carnevale. e dirò loro che, se anche i coriandoli fanno male, allora non resta che vivere senza feste>>

<<ti trucchi tutte le sere, per dire la verità?>>

<<mi strucco ogni notte, per dimenticarla>>

la gente si fa intorno. richiudo la ventiquattrore di cartone.

Mi giro e faccio un inchino. Un largo sorriso.
Poi metto le scarpe buone,
li fisso,

Simone, minimal 20:47 | commenti: commenti (popup)

Ordinary Day

lunedì, 20 agosto 2007 in: scatti, malanni, casini di casa, fantashopping
Sono due giorni che mi sveglio sotto una tenda ricamata di rosso.

La tenda, secondo precise istruzioni di mia moglie (che sa quel che fa anche se gli altri sul momento non capiscono) appoggia su due bastoni di fintoferrobattutto, a loro volta arpionati a due travi sopra al nostro letto.

La tenda copre delicatamente la velux, impedendo al sole mattutino di svegliarmi alle sei, con successivo coro di bestemmie.

Sono due giorni che mi addormento sotto questa tenda.

La prima notte, comprensibilmente emozionati, non abbiamo riposato granché.

Si, è vero, la nostra tisana "sogni d'oro" che la moglie ritiene possa contenere sostanze vietate in molti stati, ci fa piombare in uno stato catatonico dopo pochi sorsi.

Però il materasso provvisorio, che poi diventerà la base del nostro divano letto, è quel che è: un nome incomprensibile dell'Ikea.

In attesa (impaziente) di un materasso cazzutissimo con 400 molle per cm cubo, la tisana "sogni d'oro" è una panacea.

La seconda notte, dopo un giorno passato a far diagnosi sul mio malessere (nella migliore tradizione da Dott. House, tutte rigorosamente sbagliate), abbiamo imparato dove si trova la farmacia che fa il turno serale.

Termometro e tachipirina.

Il 19 Agosto, dopo tre mesi di matrimonio, abbiamo festeggiato con un Simone delirante, coperto fino al naso e una Pru versione Candy Candy che mi curava e mi faceva misurare la temperatura ogni dieci minuti.

Alle sei del mattino, dopo un temporale irlandese che batteva forte sul tetto, ci siamo ritrovati a fare colazione: latte e cereali per la moglie, tortino ai fichi per il marito che fingeva salute.
La moglie Candy Candy mi ha però imposto una seconda tachipirina.

Sonno catatonico fino a mezzogiorno.

Mi sono svegliato iperattivo e gioviale. E anche parecchio affamato.

Dopo la consueta girata all'Ikea e una sosta ai Gigli, per mangiare dal Lupo (mangia sano, mangia Toscano, recita il lupo), siamo tornati tra queste deliziose quattro mura.

Ci attendeva il padrone di casa.

Quello perfido dei film, quello che vuole l'affitto oppure ti caccia.

E l'affitto andava saldato in tonno.


This is the beginning of our day..
Simone, minimal 20:33 | commenti: commenti (popup)

L'uomo di cristallo

giovedì, 19 luglio 2007 in: scatti, musicalmente, romance
L'uomo di cristallo sale sul palco verso le 22.

Sale tranquillo, quasi imbarazzato. Raccoglie la sua chitarra, si mette la tracolla.

E suona.

Dall'uomo di cristallo ti aspetti un leggero arpeggio, tasti fragili sul pianoforte e sussurri.

L'uomo di cristallo ti stupisce e dal suo plettro di vetro esce un suono melodioso ma potente. Riprende i pezzi magari più deboli di "9" e li graffia con lunghissimi riff che stremano il bassista e fanno ansimare il batterista.

In silenzio accanto a lui, la timida violoncellista, lo accompagna senza mai guardare il pubblico, di continuo incoraggiata dal suo presunto amante, il chitarrista elettrico. Sorrisi complici e baci sulle guance.

E' tutto tenero. Poi parte "Eskimo", e scende la neve.
Nessuno sente più la morsa di caldo. Ovunque le luci disegnano soffici gigli di neve che compiono circoli al tempo della chitarra dell'uomo di cristallo.

Quando si ascolta l'uomo di cristallo il tempo si ferma (il mio orologio si era già fermato, durante il tragitto Firenze-Ferrara); poi si ferma anche lui.
E così, senza ingigantire l'attesa, senza farselo chiedere, arpeggia "The Blower's Daughter".

Tutti applaudono commossi.
Ma lui è timido, passa la maggior parte del tempo sul palco a fissare la sua chitarra e i pedali sotto al microfono.
Damien è il classico ragazzo perbene, l'artista per caso, il piccolo genio che non ti suona dall'alto.
Il palco quasi non si vede.

Ci sono candele elettriche e un piccolo effetto che colora i pini dietro di lui. Non ha bisogno di altro per rendere magico tutto.
Perché non c'è niente di sbagliato. E' perfetto.

Si siede al piano e dentro una luce azzurra, l'uomo di cristallo suona una versione di Accidental Babies da svenire.
Davvero, ho i brividi solo a ripensarci.

Poi saluta e prepara un bis. Non aspetta che la gente urli a gran voce di ritornare sul palco.
Lui vuole tornarci, perchè gli piace suonare.
Si vede dalla sua band, un gruppo di amici che sembra a casa in salotto: scherzano tra loro, sorridono, si divertono quanto noi.

Dentro una luce rossa suona "9 crimes" e il tempo già sospeso, comincia a tornare indietro.
Allora insiste e conclude con una versione di "Sleep, Dont Weep" che sembra cantata da un padre al figlio, dopo avergli rimboccato le coperte.
Con le note ancora nell'aria, l'uomo di cristallo poggia la sua chitarra, si volta e cammina via.

Avremmo potuto applaudire tuttanotte.

La realtà è che l'uomo di cristallo è stato indimenticabile.


Oggi, sono due mesi che siamo sposati.
Un tempo avrei cercato parole nuove, per descrivere le sfumature della perfezione.
Di una felicità solo felice.

Oggi non ne sento il bisogno. L'amore ha un nome.
Non c'è bisogno di trovarne altri.

Pru.
Simone, minimal 13:34 | commenti: commenti (popup)

Da un lungoviaggio

sabato, 30 giugno 2007 in: scatti, il cano, orsa norvegese

"Allora Cano ti racconto: dunque io ero uscita in giardino, no? Certo che potevo! Mi avevano proprio detto: vaivai, tranquilla. E io mica sono una sprovveduta, ormai so come gira il mondo.
Sicché dopo aver gironzolato tra l'erbetta, con due balzi sono andata nel giardino segreto. Quello in cui non sei mai voluto venire.
Beh, peggio per te! Guarda si sta proprio bene nel giardino segreto.
Tanto per cominciare c'è l'erbetta alta e un sacco di roba piccina che si muove, quindi ho passato una giornata a inseguire le cose. C'era una roba tipo una moschina ma con le ali grandi e poi piccoli cosi che saltellavano dal terreno..
Si Cano, non racconto cazzate che ti credi?
La prossima volta vieni, invece di criticare adesso..
Poi è arrivato tipo un tuo cugino, uno però grosso che faceva BAUBAU.
Mi sono detta: questo ha l'aria incazzosa, meglio se me ne sto da una parte bella nascosta.
E difatti dopo un po' se n'è andato.

Ecco l'unico difetto del giardino segreto è la cucina: sono tipo vegetariani ma parecchio intransigenti.. insomma c'è l'erba, poi magari dei fiori.. insomma quella roba ma senza il tonno, capisci?

Oh, alla lunga mi è tornata fame, e mi sognavo il tonno di notte che mi diceva <<Dai mangiami, qui sulle pinne gialle!>>
E poi ero un po' sudicia. E faceva caldo.

Quindi stamani, mentre stavo pensando che forse eri in pensiero e non mi ero portata il cellulare, ho sentito la voce di quei due..
Per riflesso ho subito risposto, perché il tonno mi diceva dai vieni, vieni.
E poi però non sapevo bene come fare, quindi quello che mi sgrida sempre ed è molesto è venuto a prendermi e mi ha riportato nel giardino di casa.
Mi ha pure un po' sgridato e mi ha spettinata tutta.. a saperlo col fischio che gli rispondevo..
Poi però c'era il tonno e l'acqua.. ecco anche l'acqua dall'altra parte un po' scarseggia..
E c'eri anche tu, Cano..
Visto non dico cazzate.. il giardino c'è ed è carino: bisogna un po' metterci le mani, magarifare una vasca per i tonni e una cuccia un po' accogliente.
Mi faccio mandare la piantina dall'agenzia immobiliare, o magari sento al bar se vendono..
Ora però lasciami un po' tranquilla.. giusto cinque minuti.. zzzzzz"
Simone, minimal 15:52 | commenti: commenti (2)(popup)

Scacco Matto

lunedì, 18 giugno 2007 in: scatti, cinemini, goliardie
E adesso?

Arrocco

Simone, minimal 16:17 | commenti: commenti (popup)

IKEA FAMILY

domenica, 17 giugno 2007 in: scatti, casini di casa
Ci sono giorni in cui questo spazio tuttonostro è un piccolo maelstrom di vestiti e gatti.

E ci sono giorni in cui si piglia il metro, si spostano i mobili, si rimette in ordine il letto e si decide di fare alcuni impercettibili, ma fondamentali cambiamenti.

Questa è una piccola visione della camera. Disordinata, forse, ma solo in parte.

Nelle cose carine.


"Quanto sta bene! "

Sono un po' troppo fiorentino.. certo.. come Pupo..
Simone, minimal 17:19 | commenti: commenti (3)(popup)

Pedalando senza fretta

martedì, 12 giugno 2007 in: scatti, valigie in tasca, fantashopping
Amsterdam è la patria indiscussa delle biciclette.

Nel 2007 ormai il fumo è out, roba da nostalgici di Woodstock, che suonano riff di Hendrix senza prima aver accordato la chitarra.

Ad Amsterdam il fumo è relegato in piccoli angoli, con teche di vetro. Espongono perlopiù funghetti.

L'unico primato che questa città riesce a detenere da anni senza cedimento è quello delle due ruote.

Le bici di Amsterdam sono diverse dalle nostre. La teoria evoluzionistica funziona anche su questi mezzi.
E' un fascino discreto della fantascienza anni 50 (qualcuno ha visto Gattaca? mi può capire), quello in cui ci sono auto d'epoca che viaggiano su cuscinetti d'aria e la gente si veste con le bretelle di Al capone anche se hanno la pistola a raggi gamma di Mazinga.

Le bici Amsterdam sono grandi. E' la prima cosa che si nota.
Non hanno problemi di spazio, non sono pieghevoli. Dubito che si smonti anche solo la ruota davanti per metterle in auto.
Le bici di Amsterdam se ne fregano.

Se devi andare lontano non carichi la bici in auto. Ci vai in bici.

Le bici di Amsterdam hanno il freno a pedale.
Una roba che da noi provocherebbe più morti del sabato sera con l'happy hour di funghetti.

In pratica non hanno i freni sul manubrio. Semplicemente, quando vuoi frenare, premi sui pedali nel senso opposto alla marcia.
Così facendo le bici frenano.

O almeno credo. Non ho visto nessuno ad Amsterdam in bici che frenasse.
Le bici di Amsterdam hanno la precedenza su tutti, Papa Ratzinger compreso. Se c'è il semaforo rosso ma non vedi macchine all'orizzonte puoi passare (bambini che ci seguite da casa, non fate queste cose senza la presenza dei vostri genitori).
Se c'è il semaforo verde per i pedoni ma vengono delle bici fermati o resterai solo un ricordo sull'asfalto.

Ad Amsterdam non ci sono parcheggi per le auto. Chi usa la macchina, quando deve fermarsi, semplicemente la butta nel canale, che per tale motivo è sempre privo di fastidiosi GuardRail che possano ostruire un pronto affondamento.

Al contrario, la città è letteralmente disseminata di parcheggi per le bici.
E dove non ci sono, è possibile parcheggiare la bici ovunque, anche di fronte a casa di qualcuno. Chissenefrega se questo non uscirà fino al prossimo inverno.

Ecco ad Amsterdam, se hai bisogno di una bici, un negozio su due la vende. Non fatevi ingannare dalla scritta "Cibo Cinese" o "Sexy Shop".
Se entri e chiedi una bici, loro ce l'hanno.

A Firenze nessuno vende bici. Neanche i biciclettai.
Non si fidano.
E' passato talmente tanto tempo dall'ultima volta in cui qualcuno è entrato a chiedere una mountain bike per il figlio che credono sia un trucco.
"VADA VIA E NON CI RIPROVI, MANIGOLDO!"

E io sono a piedi.
Uff.

Simone, minimal 11:44 | commenti: commenti (popup)

Un passo indietro

mercoledì, 06 giugno 2007 in: scatti, romance
Ci sono eventi così grandi, così colmi, così densi che non resta altro se non fermarsi e fissare esterrefatti.
Scrivere per giorni e giorni senza sapere di cosa parlare esattamente.
Perché parlare di cose, parlare della Torta e del vestito, della chiesa, della musica all'aperitivo e della cena appare quasi volgare.
E' come parlare di oro con toni da miniera.

Il matrimonio appare. Questo è un dato su cui nessuno può contraddirmi.
Forse una signora anziana che si sposò, per poi dirlo alla mamma per telefono.
Il matrimonio appare e come il velo della sposa, avvolge tutto.
Parliamo delle piccole cose.
Non si piange perché With or Without You nella versione dei Cellear55 è bellissima.
Si piange perché ascoltarla in un negozio, cercarla e trovarci, scoprirla e ballarla in silenzio, con una fede al dito è una cosa che non tira fuori altra emozione. Se non il pianto.
Ed è questo il matrimonio. Poi infiocchettiamolo quanto vogliamo e godiamo della splendida serata.
Quel che resta è molto di più.
E non se ne parla mai abbastanza.
Per cui mi fermo, faccio un passo indietro e lascio il posto alle lacrime.

Quelle di Gioia non sono salate, lo sapevate?

Simone, minimal 17:30 | commenti: commenti (1)(popup)

Macchie del passato (o era ragù?)

martedì, 01 maggio 2007 in: divertissement, scatti, cinemini
Sicchè, visto che il primo maggio siamo troppo furbi da ingabbiarci sull'autosole e troppo stanchi per pigiarci nella folla del concerto di Roma (a proposito, dice uno si chiama Ventura ha detto male del Papa e si sono scusati pure i sindacalisti..mah) ci siamo detti: andiamo a vedere L'omo ragno 3.

Così, col navigatore (perchè io fino al warner village non ci so arrivare senza il gps) acceso e i biglietti prenotati da internet, siamo giunti verso le 4 e mezzo al cinema.

Il quale cinema era parecchio pieno pure alle 4 e mezzo, per lo più di bimbi molesti, che io non capisco: portali a vedere Banbi 2 o Giu per il Tubo (nel senso di spingerli per lo sciacquone).

Sembrava la fiera del mais scoppiato. Babbi con le caraffe di cocacola e i sacchi da giardino di popcorn.
Mamme con i biNbi in collo, sperando di calmarli mentre loro gli tiravano i capelli per vedere cosa c'era sotto.

La carta di credito ci aveva riservato dei magnifici posti a lato, verso la fine, accanto ai genitori di Stan Lee che sono tanto orgogliosi del loro figliolo (e dire che quando diceva "babbo, mamma, faccio i fumetti!" gli tirarono certi schiaffi che nel mezzo poi non gli sono più ricresciuti i capelli, poveromo..).

Con queste meravigliose speranze, alle 4 e 45, è partito il film.

Per chi non lo sapesse, ma ne dubito, L'omo ragno è uno che vien punto da un ragno rossoeblu in un laboratorio e diventa un supereroe.
Proprio per questo motivo però ne passa di tutti i colori, la ragazza rossa non gliela vuole dare (e quando gliela propone suonano le sirene dei vigili) e il suo migliore amico lo vorrebbe morto appeso a un palo.

Finalmente nel terzo film il ragazzo ha il giusto riscatto. Tutti gli vogliono bene e la tizia che gliela promette poi gliela concede in esclusiva.
Perfino il suo migliore amico torna bono bono.

Lui in compenso diventa una vera merda, pare un nerd col ciuffo, colla camicia abbottonata fino all'ultimo e con un costumino nero che pare uno dei Kiss.

Ma però (che non si dice, guai!) è comunque pieno di cattivi, tra cui l'uomo sabbia che pare venga da rosignano solvay e la sua stessa nemesi: Venom.

Venom è uno simpatico e biondo, fa il reporter come lui e c'ha pure la ragazza. In lotta perenne per il posto fisso come tutti i giovani d'oggi, finisce col tentare la scalata sociale ai danni del nostro ragno di quartiere.

Purtroppo di ganzi nel film a cui è concesso di essere anche un po' stronzi c'è spazio solo per Peter Parker e il biondino si ritrova senza lavoro, senza ragazza e col costume nero.

E il costume nero a lui mica stà bello aderente sotto la camicia: no a lui gli fa un ghigno pauroso e i denti come uno squalo tigre.

Finale roboante e tanta sabbia nelle scarpe che pare essere a Vada.

Si sono divertiti tutti, compreso il sottoscritto. Poi siamo tornati a casa e c'era ancora il concerto del Primo maggio, colle Vibrazioni.

Che palle le vibrazioni. Infatti abbiamo mangiato in fretta e ora eccoci qui. Io a scrivere cazzate e la mia futura moglie a rimettere a posto la stanza.

Mi pare d'aver detto tutto. Arrivederci.

Simone, minimal 21:35 | commenti: commenti (popup)

Accenti e Punti (Esclamativi)

sabato, 14 aprile 2007 in: scatti, romance, malanni, il grande giorno
MI sono svegliato da circa venti minuti

Una pausa della giornata di lenzuola, coricato su un fianco. Il tuo fianco seduto a sussurrare tasticol timore di far troppo rumore.

La torre di pisa sul telefono nuovo dice che è buio. Almeno a Pisa è buio e coperto. Qui non mi pare.

Filtra ancora sole dalle finestre, e senza le tende non passa un'ora intera senza che la gatta appoggi il suo musino al vetro. Sente l'aria, fissa fuori in cerca di qualcosa. Poi devia lungo muro verso il letto e si acciambella nell'angolo opposto.

Una pausa per tirare su con il naso.

Non è una bella visione, me ne rendo conto. Ma i fazzoletti hanno bisogno delle due mani, in questo momento impegnate a pigiare i tasti (sono rumoroso, non riesco a sussurrare con le dita. Mi applico)

Un piccolo (o grande) raffreddore che ci siamo scambiati in questi giorni.

Giorni di condivisione, impegnati a scegliere come terminare il nostro ciclo da Nubile/Celibe e cominciare una vita insieme.

Sfogliamo un piccolo opuscolo. Dentro, tra un "oppure" ed un altro, ci sono le frasi ed il rito. Un rito antico, forse poco in sintonia con noi, con le nostre domande, con la nostra comune avversità nell'istituzione.

Eppure, tra un "oppure" ed un altro, le spuntature ci sono.

Questo si. Questo è bello. Questo è molto romantico, mi piace.

Ci sono frasi che cominciano con N. e N. (dove N e N siamo noi).
Non si può non sorridere.

E poi ieri, dentro un centro commerciale dal nome impronunciabile per chi mangia pane e consonanti (da ieri però Yogurt e consonanti), il desiderio di dirti come sempre che Ti amo.

Che ti amo e sei tutto per me.
Una piccola frase, forse un gesto più forte con il braccio che ti stringe la schiena, ti schiaccia il seno contro di me.

Si certo.

Eppure sentire tutto questo, ogni giorno, ha un gran valore.

Ecco mi giro su un fianco. E di fianco c'è un vassoio, due tazze e tre bustine di varie tisane.

Come non sorridere?

Non ci sono grandi domande o risposte. E il silenzio è senza accenti.

Ma nel silenzio è pieno di punti. Esclamativi.

(!)

Simone, minimal 19:25 | commenti: commenti (popup)

Rosa, domani ti regalerò una Sposa

giovedì, 29 marzo 2007 in: scatti, il grande giorno
E tre.

Questo è il terzo post che si intitola così.

I precedenti sono tutti finiti nel cestino, nei giorni passati.

Non erano particolarmente brutti. Solo non riuscivo a trovare la calma necessaria per finirli in modo adeguato.

O forse, si. Erano brutti.

Manca poco. Sento già il profumo delle rose rosse nell'aria.

A dimostrazione della crescente emozione basta guardarsi attorno: nevica.

Non guardate me, io non c'entro nulla.

Io al massimo spruzzo un po' di acqua e vernice con l'aerografo, macchiandomi i pantaloni sul didietro (mistero come sia successo..).

Giornata di spese pazze, complice un ottimo fine mese lavorativo.

Regali, luci nuove, e una Rosa.

La piccola Pru, nel suo vasetto (no, non sono il dottor Frankestìn, parlo della piantina di rose comprata dalla corta Pru qualche giorno fa) ora ha anche una piccola compagna da passeggio.
Non dico altro.

Poi c'è quel troiaio di pelo che è tornato, molesto, tranquillo e con la voglia di esplorare nuovi, strani mondi.
E magari arrivare là dove l'uomo non è mai giunto prima.
Tipo il giardino di via Masaccio.

Se la prende perché le ho detto che sneza motori a curvatura se lo sogna.

Temo che ora tenda verso il lato oscuro della forza.

Sempre meglio che raggiungere il giardino attraverso uno Stargate (e così, tutti i vari Star-qualcheccosa li ho consumati).

Ora sta progettando i motori della nave col capitano Cano sulla scrivania.

Oggi, infine, è arrivata notizia della prima spuntatura sulla lista nozze. Una piacevolissima spuntatura, aggiungo.

Bene, visto che sono corto (ma non maltese), mi preparo e torno a lavoro.

Rotta 2-3-5 (questa è proprio di terz'ordine).

Sulu ci porti via. (magari non a Prato dai suoi parenti..)
Simone, minimal 16:07 | commenti: commenti (1)(popup)

Marzo

mercoledì, 07 marzo 2007 in: scatti, toghe in delirio, fiorentinismi
Il giorno più freddo dell'anno.

In questo inverno fittizio, mentre gli alberi distratti già si mettono il costume e programmano le gite domenicali al mare, mi ritrovo con l'ombrello.

piove su Firenze.

a breve pioverà anche sulla mia postazione, poichè la velux posta direttamente sopra la mia testa non chiude bene: imbarca acqua e regge per circa 30 minuti;
poi, lentamente, apre gli argini e cola silenziosa sul mio monitor, sulla tastiera e sulla mia sedia.

ho posato l'ombrello sulla scrivania, pronto ad usarlo alla prima goccia, certo di poter salvare almeno il monitor.

Giornate, quelle di marzo, fatte di lunghe passeggiate.
Ci stiamo riappropriando del centro.

Il turismo che aveva invaso piazza del Duomo e della Signoria sta cedendo.
Lui si aggira come uno spettro (grande immagine) per le strade, ignaro che lo seguiamo.
Riscopriamo vecchie botteghe, facciamo acquisti incredibili (le scarpe! coprono i piedi!! anche sotto!!!).

Marzo.
Venerdì siamo alle prove tecniche di matrimonio.
Oggi in comune una signora panciuta e giocosa ci leggeva la formula denominata "promessa di matrimonio".

E noi silenziosamente ci tenevamo la mano.
Se fossimo stati sim avremmo avuto un fumetto sopra le nostre teste, con l'immagine del nostro letto in piena notte.
ricordi. ricordi?

beh, impossibile dimenticarlo. (anche perchè parlo di ieri sera..)

E poi pedalate in bici con i tuoi capelli che vanno ovunque, cappello o meno.

Marzo è profumo di zucchero filato.

E' vecchie e nuove canzoni. Come l'album degli Air.

Ecco. Ci siamo.

Apro l'ombrello.
Simone, minimal 16:35 | commenti: commenti (1)(popup)

Febbraio

lunedì, 12 febbraio 2007 in: scatti, esperimenti letterari
Scrivere di febbraio concede il gusto speziato di poterlo camminare con le scarpe da estate, senza bruciare le dita dei piedi per il freddo.

Scrivere di febbraio concede il lusso delle penne biro che regalano subito tutto il colore, senza il vecchio uso di scaldargli la punta a fiato.

Scrivere di febbraio non fa scivolare gli anelli verso la tastiera più volte, sfinendoci fino a riporli ai lati del tavolo, per poi dimenticarli uscendo e passare una serata nel dubbio di averli persi, scivolati da qualche guanto distratto.

Scendo per strada e piove.

La colonna di mercurio riflette questa finzione del maglione, ricordando a tutti che il cotone è solo a pochi metri di distanza, nel baule in soffitta.

Basterebbe una scala per toglierci la maschera conformista che deve essere freddo. Deve essere freddo, deve nevicare ad ogni costo.

Sono entrato nella mia stanza, oggi. E per prima cosa ho acceso il termosifone.
La seconda è stata buttare il maglione sulla sedia.

La terza è stata ridere per questa piccola ipocrisia giornaliera.

Questo febbraio profuma come una rosa bianca alla stazione, come arance mature, a cassette sul tavolo.

E mentre nell'aria si spreme tutto il loro succo, non posso che pensare ad oggi, a domani, a dopodomani.

Significati semplici. I migliori. Li apprezzo, mi copro le orecchie e fingo il freddo che non c'è.
Simone, minimal 11:09 | commenti: commenti (popup)

Vigilia di Natale

venerdì, 02 febbraio 2007 in: scatti, romance, il grande giorno
C'era una sognatrice di un telefilm che voleva vivere in una perenne vigilia di natale.

L'attesa genera un cumulo di sogni, di speranze, di immagini spesso superiori alle reali consistenze del pacco.

La sognatrice voleva quindi vivere in uno stato di perenne attesa di qualcosa di felice.

Il mio strano regalo di Natale, giunti il 25 Gennaio dell'anno passato, prevedeva una lunga, lunghissima vigilia di Natale.
In attesa di.

Anche oggi, quindi, è la vigilia di Natale.

Ci sono i festoni e le luci colorate lampeggiano sopra il nostro letto.

La Gatta amoreggia con la mia cartella e tu disegni cartine con il David e la chiesina.

Poi ti chiedo di ritrarmi e mi disegni così:
  :)

Ed ora siamo ansiosi, siamo irrequieti, come se da un momento all'altro veramente scendesse Babbo Natale dal Camino che non abbiamo.
Come se Babbo Natale ci portasse le fedi che vogliamo metterci.
Tra 106 Giorni sarà Natale.

Ti aspettano 106 vigilie.

Ci aspettano 106 giorni di ansie, di sogni paurosi in cui è il giorno di Natale ma ci siamo dimenticati il panettone; incubi in cui Babbo Natale anziché donarci i trenini ci frega la macchina; Giorni in cui devono venire 100 persone a pranzo e ci svegliamo a mezzogiorno. E non abbiamo neanche il sale per l'acqua della pasta.

Ma ci aspettano anche 106 Giorni di preparativi. Di fiori e partecipazioni.

Stasera a mezzanotte, per un lungo minuto, ti guarderò e ti dirò: Buon Natale.
Forse già dormirai.

Nel minuto successivo sarà di nuovo la vigilia.

Nel minuto successivo saranno 105.


Simone, minimal 22:10 | commenti: commenti (popup)

9 crimes. 11 months

giovedì, 28 dicembre 2006 in: scatti, romance, esperimenti letterari, fiorentinismi
Passi attraverso una città che non conosco.

Incontri di tutto: le mura ruvide che ti parlano, ti sgridano perchè non le hai degnate fino a quel momento di attenzione.
Palazzi interi senza una facciata, senza una vera identità, senza un'anima.

Palazzi che ce l'hanno ma la via è troppo stretta e non si alza mai la testa, nelle strade strette.

Forse la cosa che meglio conosco è il porfido, quegli infidi ciottoli che fanno traballare la mia bici ad ogni pedalata.
Ecco, una cosa così e la disprezzo.

Firenze non mi merita.

Forse è il motivo per cui avevo deciso di lasciarla; Magari una fredda mattina di Gennaio, quando ancora le persiane stavano chiuse e nessuno avrebbe badato a me.
E i miei passi sarebbero stati ascoltati? Nessuno avrebbe sollevato la testa per vedere l'ennesima facciata scolorita di un palazzo in una strada stretta.

Soprattutto questa facciata.

Avrei potuto abbandonarla sul ciglio dell'Arno dentro un pomeriggio estivo.
Le avrei raccontato una storiella sui pescatori di pesci fatti col fango, ci avrebbe sorriso su e si sarebbe sentita screpolare un po' le vecchie mura di palazzo vecchio.

Avrei percorso i giardini ingialliti dal sole di Piazzale Michelangiolo, in cerca dell'ombra.

Nessuno avrebbe badato a me, alle mura ruvide di poco conto, troppo giovani per sentirne la mancanza.

Sarei sopravvissuto al rimpianto, sarei stato meglio.

11 mesi fa ci credevo davvero.
E ci ho creduto per molti anni, prima di quegli undici mesi.

Adesso il porfido ha un sapore diverso. Fa ancora un po' male alle giunture e i sobbalzi li digerisco poco, ma ad ogni minimo sussulto sorrido (almeno dentro): siete qui. Sono ancora qui.

Sono ancora qui per scivolare le mani sui vostri muri, per fissare la facciata di palazzi che non nota nessuno e sentire il brivido di una scoperta nascosta, della "X", del tesoro dei pirati.

Sono ancora qui.

Avrei commesso molti delitti e molti ne commetto oggi.
Peccati di gola, soprattutto.

Ma ti sono grato, anche per questo.
Simone, minimal 18:35 | commenti: commenti (popup)

Dicembre

lunedì, 11 dicembre 2006 in: scatti, romance, sotto lalbero, esperimenti letterari, fantashopping

La bislacca temperatura che ci infila i cappotti per poi farci sudare nelle mani guantate non mi fa dimenticare che siamo a Dicembre.

E tutto sembra neve, perfino i petali che riscopro ogni mattina al bordo della macchina.
Assenza ingiustificata della brina, quella che dovevo grattare via se volevo vederci qualcosa, dal vetro.
Ma Dicembre è unico, stavolta.

E' un mese candito (anche nell'era in cui i canditi - è fatto nazionale - non piacciono più a nessuno); E' un mese croccante di zucchero e macchiato di vaniglia sui vestiti.
E' un mese di scoperte, un mese fatto di piccole cose.

Piccole come i biscotti dell'esselunga, ma dalla forma Plasmon; con il bambino sul cartone azzurro della confezione)

Piccole come le luci di natale, bianche (e fashion), che danzano sul nostro letto, poggiate al pannello rosso.

Piccole come una gatta (chenonèunagatta) (invece si) che stranamente si finge accomodante e soffice ogni giorno che passa, complice il timore che Gatto Natale (il babbo natale dei gatti, si sa) si rifiuti di portargli il tonno pinne gialle da 18 chili che ha chiesto nella letterina.

Piccole come il nostro primo albero. Quello verde, quello vero, quello che buca e dai chiapponi pesanti pure lui.
Quello che ci vorrebbe la moquette come da bimbi per riempirlo di palline colorate e fasciarlo nel suo abito di luci.

Insomma una roba che a dirlo ci vuole una parola sola: Natale.

Tempo di neve e di Romeo And Juliet, all'IKEA.
Tempo di scaldasonno e avventure mysteriose che poi ci sognamo un'isola deserta con casa figa e maggiordomi mysteriosi.

Tempo di sospirare che un passo e poi siamo a Gennaio. E Gennaio e Maggio sono non dico fratelli, ma cugini si.

E insomma un dicembre che non conosco. Io, quel freddo pessimista di sempre, che rideva alla conversione di scrooge (quel vecchio sentimentale finirà in rovina per colpa di un ridicolo bambino zoppo, che delusione!), che insomma a Natale bisogna divertirsi a tutti i costi e quindi non ci si diverte mai.

Un dicembre coi piedini. Balzato all'improvviso da sotto un cappellino bianco.

salto sulla prima altalena e sorrido.

Simone, minimal 18:36 | commenti: commenti (popup)

Il ciclo della vita

martedì, 05 dicembre 2006 in: scatti, romance, esperimenti letterari

Seduto sulla sbarra, mentre il treno passa.

E fisso in ogni finestrino, cercando lo sguardo, cercando anche solo un contorno, una linea.

E fisso i binari che si allontanano.

E mentre tutto scorre, mentre l'inverno resta caldo e le luci di natale si accendono lungo le vie del centro, resto in attesa.

Attesa che il treno torni.

Attesa di fissare ogni finestrino, ritrovando anche solo una linea, un contorno, cercando lo sguardo.

Attesa dei binari che ritornano.

Ritornano sempre. Come i libri.

Simone, minimal 11:11 | commenti: commenti (popup)

It's a wonderful life

domenica, 03 dicembre 2006 in: scatti, tecnologie, musicalmente
Esplosero così.

Erano le 23:30 ora di firenze.

Era l'auditorium flog (www.flog.it)

Erano (e sono) i Blubeaters. Con the king, Giuliano Palma.

Una specie di collettivo del divertimento, dove tutto si somma, niente si sottrae.
E se sommi il fanta raggae dei signori dagli occhiali scuri, con la sinistra dalla meno estrema (quella di Fausto) proseguendo verso est, il risultato è che ti trovi a ridere con tutta la faccia.
Un'espressione che mi si è tatuata sulle labbra, in uno dei tanti, mille baci dela nottata.
Quando sembra che neanche so dov'è la Flog; invece c'è eccome, scherzi?

Un posto dove neanche sanno che è vietato fumare. Non gliel'ha detto nessuno.
E se anche qualcuno lo facesse notare, lo guarderemmo con occhi stupiti, come a dirci che babbo natale non esiste.
Non scherziamo, il caro Babbo di natale c'è eccome, anche se si deve vestire con i colori della coca-cola per fare scena.

E gridare tutta sera "che cosa c'è? C'è che mi sono innamorato di te.."

Esplosero così, nella nostra wonderful life fatta di cioccolato bianco, di schiacciata della Consuma e di pecorino quello che sembra l'abbiano munto dai pecori giusto stamanE

Sono ricordi confusi, forse.
Forse tutto questo piccolo sogno, questo silenzio di musica e ballare seminudi in camera non dovrei stare qui a riportarlo in lettere.

Ma il dono è quello. La parola, il significato dietro ogni preposizione.
Significa che sono vivo, che sono qui, che ci sono con Te.

"Boia deh, come ci sta bene un bonjo dopo cena.
Ti dà una cARICA diocristo!
"

E son parole di un dottore, per cui fidatevi.
Simone, minimal 19:15 | commenti: commenti (popup)

Darkest Dreaming

martedì, 28 novembre 2006 in: scatti, musicalmente
Stay tonight
We'll watch the full moon rising
Hold on tight
The sky is breaking
I don't ever want to be alone
With all my darkest dreaming
Hold me close
The sky is breaking..

Simone, minimal 11:59 | commenti: commenti (popup)

Dissapori

lunedì, 27 novembre 2006 in: scatti, casini di casa, valigie in tasca
Da qualche tempo abbiamo dei problemi con i treni.

Siamo sempre stati piuttosto rispettosi di quei bizzarri cosi lunghi che sbuffano trangugiando binari per miglia e miglia, perdonandogli qualche momentanea defalliance dovuta ad una indigestione di ferro.

Anzi più di una volta mi sono mostrato conciliante verso gli omini verdi (non quelli che popolano il mio cervello), che si danno aria da capostazioni e controllori. Hanno molto da fare, dicevo. E' un gran brutto lavoro.

Però però (però) il sistema ci è contro.

Prima ci rallenta, poi ci fa perdere le coincidenze, infine ci multa senza causa.

Per andare da Firenze a Riccione, cambiando a Bologna, si impiega 2:43
Lo dice Trenitalia, mica io.

E costa poco: 10 euro e spiccioli.

Il viaggio comprende l'onore di salire sulla leggendaria freccia del sud, diabolica mangiafumo che si inerpica verso nord dalle profondità della Sicilia.

La signora è anziana, ha i suoi anni. Gli si perdona un po' di affanno.
ma alla voce affanno non è menzionato "ritardo di 2:20".
Quello è coma etilico.

La povera tossica quando tutti la attendono con i fazzoletti a Firenze, si è presa un po' di respiro all'altezza di Salerno.
Noi, alzati di buon'ora per essere sabato, ci ritroviamo ad attendere fiduciosi a casa.
Plauso per le ferrovie, che finalmente su Internet comunicano i ritardi (approssimativi).

La freccia del sud arriva e parte da Firenze alle 12:30.
Questo ci permette di perdere la coincidenza a Bologna con l'espresso per Riccione.

E incide pesantemente sulla nostra alimentazione, costringendoci a McDonald (oddio, costringerci mi pare grossa..) e un'ora di attesa.

La mangia binari delle 14:40 finalmente ci riprende, portandoci alfine a Riccione che ormai è buio.

Le ferrovie ci hanno fatto incontrare, quindi io non ce la voglio avere con loro.
Però a Babbo Natale quest'anno il trenino non lo chiedo.

Trenitalia farà a meno dei miei soldi per un po'.
Rimettetevi in pari
.
Simone, minimal 17:58 | commenti: commenti (1)(popup)

Terra

sabato, 18 novembre 2006 in: scatti, esperimenti letterari, valigie in tasca
Giorni di navigazione.

Quando vedi mare ovunque attorno a te.
La nave prosegue silenziosa tra onde appassite e cielo senza vento.

Tace ogni passo sul ponte, ogni porta che scorre non la senti con l'udito, ma con il battito irregolare del cuore.

Ferma in posa a lato della vela fissi un punto uguale ad ogni altro punto. Fissi un punto e rifletti.

Giorni di navigazione in cui la terra ferma sarebbe quasi uno scarabocchio sul ritratto.
Una riga tirata lungo un orizzonte che non vuole interruzioni.

Fissi il punto e rifletti. Ogni cosa si ferma ad attendere un cenno del tuo cuore.

Le coperte accartocciate in fondo al letto in cabina sono ancora calde di noi. E quel tuo vestito leggero neanche si solleva.

Trasportata lungo l'oceano, giorni di navigazione e la terra forse l'hai dimenticata. Forse è meglio.

Nessun pensiero di fango. Nessuna ombra di polvere, nessuna traccia di macchie e il vestito leggero si appoggia e attende.

Tutto questo è malinconia, forse.

Batte il cuore come in un sabato pomeriggio, quando la musica è delicata e ti circonda restando a distanza.
Ti carezza mentre ti culli e le coperte accartocciate riscaldano qualcosa di più profondo della tua pelle.

Neanche ti accorgi che piove. Batte lungo le mura, abbraccia le onde e le riempie.
Non lo senti.

Solo il tuo battito e il mio.
Giorni di navigazione.

E mi riprendo le parole, le mie.
Mi riprendo la cura del tempo, l'emozione di sentirti accanto e non toccarti fino a quando il desiderio si fa così intenso da non risultare mai banale.
In ogni singolo gesto c'è amore.
In ogni singolo sguardo, anche verso il punto fisso nel mare calmo. 
Intriso di amore resto a pensarti e pensare che i giorni di navigazione sono dolci e a volte si vorrebbe restare sospesi nel tempo.

Occorre curarlo, invece. Fino a fissare un giorno diverso l'orizzonte e vedere la terra accartocciata in fondo al mare.

E gridare.

E' maggio. E ti amo.

Semplicemente. Senza spiegazioni. Senza  il bisogno di apparire. Solo essere innamorato di te.
 
Simone, minimal 17:12 | commenti: commenti (popup)

Black(more?) Night

martedì, 07 novembre 2006 in: scatti, musicalmente, casini di casa
Silenzio.

Silenzio e poi suoni.

Don't shed a tear for me
I stand alone
This path of destiny
Is all my own
Once in the hands of fate
There is no choice
An echo on the wind
You'll hear my voice...

La senti? C'è aria di cambiamenti. Così salgono le alte scale ai bordi delle strade e tendono i fili di questo luminoso inverno. I suonatori diventano silenziosamente loro.

Prima una canzone distratta in fondo al pc. Poi due. Anzi tre.

Sfoglio riviste di agenzie immobiliari.
Carico (e non lo facevo da tempo, segno inequivocabile che non c'è vizio nel mio piacere) la mia canadese con dell'aromatico inglese.
Oserei il latakia stasera, tanto sono in vena di sentire l'autentico sapore del tabacco.

Sfoglio questa giornata al termine di un lunedì nato alle 8:30, con la fuga della mia gatta in cerca di non so quale libertà, salvo preferire un lungo riposo ai margini del letto nelle ore immediatamente successive.

(nota per simo: cessare, con quest'anno, l'uso e l'abuso degli avverbi)

Mio padre che miracconta entusiastico del matrimonio, dovendomi fare, da buon genitore quale è (l'ho assunto per questo, non mi aspetto nulla di meno), i conti in tasca e impormi un rigido controllo della mia gestione finanziaria.

Il denaro è un casino. Lo ammetto per me è ingestibile.

Ho dato solo due consigli finanziari nella mia vita.
a Callisto Tanzi.

E poi ho dovuto cambiare il numero di cellulare.

Non spendo eppure spendo.

Ma la cosa più soprendete è che non riesco più a percepire alcuna ansia da crack economico. ( non erogherò bond fiorentini pericolosissimi, nè tenterò la scalata della Parmalat dalle finestre sul retro)

Resto tranquillo a fissare la nuvola sottile di tabacco che si vaporizza per la stanza lasciando il delicato retrogusto di vaniglia e mango, forse un vago sentore di uvetta (ma devo leggerci proprio gli ingredienti nel retro della latta, per indicarli con attenzione).
Il massimo dell'ansia è un sospirone.
Che potrebbe benissimo essere generato da questa salubre aria di neve.

Ecco, la neve. Comincia adesso a mancarmi.
Appena ne viene anche solo la potenziale possibità.

Mi giro e vedo Neve ovunque. Seduta ai fianchi del letto o distesa sul pavimento a fissare la mia feroce gatta norvegese.
Sfidarla e correre in bagno a leccarsi le ferite.

La mia gatta adora la neve (non potrei aspettarmi niente di meno).

nevicanevicanevica?

non ancora, ma sarebbe ora di metterci mano, non credi?

Now at the journey's end
We've traveled far
And all we have to show
Are battle scars
But in the love we shared
We will transcend
And in that love, our journey never ends...
Simone, minimal 00:25 | commenti: commenti (popup)

4 novembre

Quarant'anni fa un'ondata improvvisa cambiava la vita di una città.

Un fatto cui nessuno voleva credere, fin quando non è piombato giù dai monti una fredda mattina d'autunno.

Silenzioso, senza preavviso.
Tutti, in un attimo, hanno visto la loro realtà presa e strappata, accartocciata, inzuppata di fango e gettata dentro una cascata.
Tutti oggi ricordano l'altezza dell'Arno nelle varie vie, le auto trascinate dalle ondate, i primi soccorsi, le catene umane.

Perfino chi, come me, non era ancora neanche in cantiere.
Vissuto di racconti.

Di come il negozio dei miei nonni fosse finito sommerso, in via del corso, con tutti i maglioni invasi di fango.

Mia madre era a Pisa in quei giorni, nella casa al mare, bloccata a Pistoia sulla via del ritorno.

4 Novembre.
Una fermata obbligata.
Rallenti il passo e rifletti perchè Firenze te lo impone.

E chissenefrega se è freddo.
Non importa se non c'eri. Sei Firenze quanto me, ormai. Sei Firenze quanto Firenze stessa.

Ti fermi e rifletti.

Un'ondata al mattino può cambiarti la vita, oggi come quarant'anni fa.

Può travolgere i destini.

Oggi è un bel sabato mattina.
Non si dorme perchè ci montano la porta della dispensa, dopo mesi di attesa, fin dalle 8:00.
Abbiamo un appuntamento alle 11:30, in centro.

Vestiti pesanti, ed io per eccesso di zelo, perfino con i guanti.
In bici. Un mondo nuovo. In bici, in due, in centro.
Solo conferme, solo per sapere che quello che abbiamo scelto è meglio di qualunque alternativa.

E foto. Foto.

Il mondo in bianco e nero, il mondo ritratto in un giorno, la vita di due persone in un Giorno che qualunque proprio non è.
Scatti, click, fotolibri, album.
Album. E immaginarsi le vecchie lastre di vetro e il fotografo che mette tutti in posa, settanta e passa anni fa;
magnesio e puf. (teneva il braccio col "flash" alto per non bruciarsi)

Il fascinoso mondo della pellicola, del vecchietto che stampa ancora a mano.
Scatti in grigio.

Un'ondata, ecco tutto.
Fissi a fissare le vetrine, ed ogni negozio espone scatti di quel 4 novembre.
Tutto collegato.

Un po' come fermarsi e non rendersi conto, non voler credere, di stare per cadere.
Ma se mi fermo col piede sbagliato si cade, c'è poco da fare.
Salvo ridersela su, perchè a parte una chiappetta dolorante l'orgoglio non è ben troppo ferito.
Il mondo in grigio, la vita che ti cambia e neanche te lo aspetti.

Sembrano frasi gettate così, non credete? Il vecchio Simone che sparla e mischia sacro e profano, con una punta di sacrilego, aggiungerei.
Può darsi, può darsi che tutto non si possa sempre riassumere in 4 righe, tanti punti e a capo.
Bah.

Sarà l'aria di natale, sarà il pensiero buttato agli addobbi. Sarà stato Arezzo. Tutto satinato dall'odore di caldarroste e da noi che andiamo sempre controcorrente.

Una giornata per ricordare che tutto può cambiare, ma che si può sempre e comunque costruire.

Costruire.

Forse, alla fine di questo 4 novembre ho capito una piccola cosa (non crediate chissacchè..):
L'inizio è sempre bellissimo.
L'odore di libro nuovo, una matita intera e la Primavera sono bellssimi non crediate.
Ma tra la partenza e il traguardo, in mezzo c'è tutto il resto.
E tutto il resto è giorno dopo giorno. La vera vita è Costruire, silenziosamente,

Costruire

Simone, minimal 20:58 | commenti: commenti (popup)

STREGHE

martedì, 31 ottobre 2006 in: divertissement, scatti, toghe in delirio
"dolcetto o scherzetto"?

stavo addentando qualcosa con molta rucola e poco salmone.

In realtà lo facevo più per Federico che per me. La sua dieta gli impone pasti regolari ogni tre ore.
Così mi trascina al bar e offre lui.
Beh, mica male.

Insomma stavo ingollando l'erbetta deniminata rucola (si decisamente ero in fase molesta/legalese) quando entrano le streghe.

Il capo delle tre era assai temibile: guance fintamente rosate e sguardo assassino. Vanna Marchi al confronto pareva una puntata moscia di Marzullo.

Era addobbata in nero e oro. Con un cappellone a punta che la faceva arrivare così all'altezza di 1 metro e cinquanta.

Dolcetto o scherzetto non significava alternativa giocosa. Significava "hai mai ballato col diavolo nel pallido plenilunio?"
E Batman chissà dov'era. Magari a letto con Robin.

Le altre due erano un passo indietro. Ma armate di diaboliche bacchette color amaranto da cui potevano sprigionare silenziose fatture.

Ci guardammo perplessi.

"Bei Costumi.."
"Dolcetto o Scherzetto?"
"Fede fanno sul serio.. "
"Simpatiche bambine lo volete un bacio perugina?"
"No. Vogliamo i Ferrero Roche!"
"Fai come dicono.."
"E va bene. Allora tre ferrero Roche per le streghe, via"

La benevola (ma terrorizzata) commessa del bar fece scivolare impietrita i tre cioccolatini nelle piccole e perfide mani delle malvagie fattucchiere.

Le quali, a dirla tutta, di fronte ad una resa così incondizionata, quasi si erano pentite di aver avanzato richieste così misere.
Potevano provare a intimarci la consegna del dolce di gianduja che troneggiava nella vetrina.

Ma ormai avevano suggellato il patto. E con il bottino in mano sono corse via ridendo e gridando frasi dal contenuto sicuramente nefasto.

Siamo usciti scossi dal bar. Eppure la caccia della Santa Inquisizione aveva ripulito le strade da quasta minaccia. I poveri contadini potevano tornare la sera alle loro case sicuri.
Invece, a distanza di secoli, il pericolo di nuovo incombeva.

"Sai, stasera mi hanno invitato ad una festa"
"Devi andarci vestito in maschera?"
"Si. Dovrei vestirmi da Diavolo. Mi ci vedi tutto rosso e con la coda?"
"No. Faresti un po' ridere, più che paura"
"ecco appunto"
"Fai così: rimani vestito così. Le streghe fanno paura oggi come tre secoli fa. Ma nell'età moderna poche persone terrorizzano più degli avvocati"
"E' vero."
"Scappa! C'è un commercialista che ci fissa!"
"AHHHHHHH"

Simone, minimal 19:48 | commenti: commenti (popup)

-1

giovedì, 26 ottobre 2006 in: scatti, romance
Manco a dirlo che mi ritrovo seduto, incapace di adeguarmi ad un letto vuoto, fissando il monitor per troppo, lungo tempo.

Questo unico sole in camera, privata senza senso da altre fonti di luce, mi trattiene sveglio e vigile.

In attesa.

In attesa di un volo, forse.

Migrare verso questa luna quadra fissandone i distorti contorni dal cuscino mi riporta come sempre tra le pagine chiare di questi ultimi mesi.

Quasi non mi ricordo. Quanto tempo?
Perchè si deve, si richiede sempre il bisogno di contare? Il vero fascino dela matematica non risiede nella precisa pochezza di una addizione;
piuttosto si annida tra le segrete virgole, le cose non dette o appena accennate.
O magari ha ragione Smilla: il senso di mancanza, il desiderio, dato dai numeri negativi.

Ne scriverei in dettaglio, ci rifletterei tuttanotte, cercando di tradurre in sensazioni l'algebra e in decisioni la geometria.
Consumando prese di tabacco dal delicato contorno di vaniglia.

Ma la mia condizione di mancanza, di desiderio contagia anche queste mura.

Le fisso e ricordo esattamente il punto del tavolo in cui ho poggiato l'anello, quella sera di un inverno passato: mi scivolava di continuo per il freddo mentre scrivevo frenetico le lettere di un'altra tastiera.

E pensare. vedi il quanto? il quanto non ha senso. Ha senso il quando, magari. Il dove, il come.
Certo se lo puoi spiegare.

Si può spiegare il miracolo di due sconosciuti innamorati in tre giorni?

Non credo. Neanche la matematica potrebbe, finendo per inalzare ascissa e coordinata verso sottili angoli di piani infiniti.

Fisso tutto questo e una sola cosa resta: un letto vuoto e la mancanza.

E' tempo di volare verso la vera luce.

Simone, minimal 01:05 | commenti: commenti (popup)

ventidue

domenica, 22 ottobre 2006 in: scatti, romance, il grande giorno
è un po' come alzarsi presto al mattino e invece scoprire  che sono le due e mezzo.
del pomeriggio.

è un po' come restare tra le coperte al caldo, consapevoli della voglia di uscire. Restare sospesi tra una lunga giornata dentro al letto o una breve, fugace e intensa visita fuori dal nostro mondo.

è un po' ricordarsi di TIrrenia, di com'era quando la passeggiavo sempre tenuto per mano e avevo quattro anni.
Me la ricordavo lucente e vitale, un po' come Marina era silenziosa e profonda.

stupisce come addormentarsi nella scena più movimentata di Miami Vice, complici gli antibiotici, ma anche complice la noia di vedere un film da solo.

attraversa tutta una giornata come una nuvola di vento e sole, nel clima perfetto di Firenze, quando la città si fa sentire, ti ricorda che lei è li e non la si può ignorare solo perchè ci si vive.
Si deve fare i conti con le sue immagini, con la sua impetuosa presenza.
E vince, c'è poco da compattere.

ti resta nel cuore come ogni metro di strada fatta l'ultima volta a luglio. quando eravamo colmi di pensieri confusi e ancora poche concretezze; tranne una, tranne quella:

"mi sposi?"

"ti sposo"


Ti resta tutto dentro, ti piace da morire il solo pensiero e trascina via gli eventi. Mentre ci svegliamo coperti di lana e da una giostra di riviste di case, piene di cerchi blu, pronti a vederne e vederle.

Come per tutto anche questo è straordinariamente semplice. Il biscotto era già fatto.
Il genio sta nel glassarlo.

E la perfezione di vedere la nostra Data confermata su quell'agenda della chiesa è la glassatura che mancava.
Credo che in tutto ci sia una fiaba.

Le fiabe sono intrecci di magici eventi a cui diamo la fiducia concessa ai sogni.
Salvo restarne sempre ogni volta stupiti quando scopriamo che "E' tutto vero"

Lo dico da mesi. I sogni danno meno soddisfazioni di questa perfetta realtà.

(buon riposo, piccola mia..)


Al troiaio, quello vero, ci penso io.
E' il mio turno, se non erro.

Simone, minimal 19:00 | commenti: commenti (popup)

So Few Words

domenica, 15 ottobre 2006 in: divertissement, scatti
Alla fine della giornata fai il riassunto di quella dopo.

Perchè la giornata è troppo lunga e noiosa da doverla per forza ripetere. Come le tabelline.
Si sa che le sai, non vedo il motivo per ricordare a me stesso che 7x7 fa 49.

Poi il giorno dopo la maestra mi bacchetta le dita con veemenza per averle detto "54". Averlo bisbigliato, a dire il vero.

Ci vuole un capro espiatorio. Sono troppo lontano da Belville per infliggere una lavata di testa al povero Malaussène.

Fisso il calendario nella speranza di trovare una data, anche prossima, che mi renda il senso della brutta giornata storta. Me la giustifichi.

E scopro di aver appena trascorso un tranquillo venerdì tredici di merda. Ecco.
Già sorrido.

Tutta la spiegazione stava li.
Stava nel venerdì la levataccia verso Prato, verso le code interminabili della cancelleria.
Rintanato tra le pagine della superstizione, al riparo dai cornetti e dalle code di coniglio che mai possederò, si scatenava provocando incidenti a catena e distrazioni parzialmente involontarie.

Fino al tragico epilogo.
"devo alzarmi presto anche sabato" "devo tornare a Prato"

"Il Diavolo veste Prato" (questa mi faceva ridere l'altra sera. Adesso l'effetto è passato. Magari giusto un sorriso, ecco).

Non solo. Il mio sabato, riassunto sapientemente dal venerdì sera, mi vedeva in auto, con gli occhi celati da una montatura copiosa e lenti scure, direzione uscita prato est.

Ancora a vedermela con ufficiali giudiziari. Ahimé.

Magari pioveva, nel riassunto. Oddiomio. Qualcuno spenga questo temporale

La sveglia suona. La spengo.
La sveglia insiste. La spengo.
La sveglia infierisce. Hai vinto tu cubica giallona!

Solo che stavolta siamo in Due. Ecco, il sabato ha già una prospettiva migliore.
E il tribunale pratese pare simpatico.

Evidente montatura. Perlomeno non piove. E gli occhiali scuri sono tutti per te.
Che scopri il perchè delle lenti scure la mattina.

Poi Case. Una di quelle che ora vorrei scrivere l'indirizzo e dire (forse).
Ma non serve. Quando sarà quella giusta lo sapremo.

Ero nervoso, ancora postumi della sfiga del tredici.

Alle quattro. Alle quattro eravamo persi sul ponte all'indiano, in ritardo.
Appuntamento.

Ecco, il sabato è quell'appuntamento. Dove si incastona un'altra pietra di quell'anello. QUello che non cadrà nel tombino sotto ai nostri piedi.
Niente tombini.

Ti ho pure preso in giro per il vestito. Perchè ci pensavi dalla mattina alla sera. E la notte dormivi e parlavi nel sonno, descrivendo drappeggi di organza su cuciture di seta. Leggero e colore. Toni e dettagli.
Non risparmiavi nulla e sorridevo.

Mi vedo tutto blu che paio un puffo. Un puffo piuttosto elegante.
E poi tutti a commuoversi fuori davanti alla vetrina.

Son cose che ti fanno pensare.

Venerdì tredici è stato un discreto contrappasso. Ma c'era un buon motivo.

Sono proprio un sacco di parole. .
Simone, minimal 16:58 | commenti: commenti (popup)

Solo un altro post (acoustic)

giovedì, 12 ottobre 2006 in: scatti, musicalmente, romance
 ..Does anybody want to take me on
..Does anybody want to hear the things i have to say
..I fear today
    ..Does anybody want to see me cry
..If i'm the only one i'd rather die


Mi sorride pensarci nel mese delle foglie cadute, a camminare tra le vie del centro.
Confusi nella folla saremo solo un numero, un microcosmo racchiuso tra due cappotti e un ombrello, quando i tavolini scoperti dei ristoranti si scopriranno rigati d'acqua e di pioggia.

Saremo uguali ad ogni altra coppia, ogni altra copia di questo astratto essere chiamato "famiglia".
Avremo i nostri sorrisi e i nostri pensieri tristi.
Terremo nelle tasche le isolate paure e consoleremo la nostra malinconia a lunghi sorsi di affetto e carezze.
 
Saremo capaci di essere ancora noi stessi.
Con l'aria vagamente superiore, soddisfatti dentro ad ogni vestito, appagati nel giro di note di ogni canzone, rilassati nelle frasi trascritte e sottolineate di vivaci racconti d'intelletto.

Saremo questo e mentre tutto starà fissando se stesso, saremo ancora capaci di sorridere per il conformismo delle scelte degli altri. Complici nel saper scegliere, per primi, lo stesso simpatico conformismo.

Saremo silenziosi nelle grosse chiacchere e parleremo a sfinimento nei piccoli discorsi dal significato troppo profondo per esserci.

E non perderemo di vista niente, così come niente vorrà perderci di vista.

Forse saremo invidiati. E magari invidieremo.
..Does anybody want to see me smile
..Does anybody want to open up and see what's vile
..Sometimes its like it's said
..Sometimes it's throw away

Poi, tornati dal lungo giro, allo spegnersi delicato delle luci celesti, riposeremo gli occhi sui primi striscioni di natale. Ci siederemo sul letto e mi chiederai di non buttarti "giù".
Ma sai che lo farò comunque.
Pronto a raccogliere i tuoi capelli un attimo prima del loro caldo atterraggio tra le piume del cuscino.
Pronto a raccogliere il tuo respiro e spingerlo tra i miei prima di farlo ricadere nel tuo cuore.

E saremo una cosa sola.

Forse banali e distratti, e magari privi del fascino di chi cicaleggia con l'interesse comune e fa dell'impatto visivo il suo marchio di fabbrica.

Forse così, semplicemente innamorati da non suscitare che sguardi perforanti di gente interessata alla vetrina alle nostre spalle.

Si, senza dubbio saremo così.
Così, alla fine, non credo vi sia nessuno che abbia la voglia di ascoltare quanto sto dicendo, che non sia Tu.


..Thoughtless baby
..I'd rather live
Simone, minimal 00:58 | commenti: commenti (popup)

Ottobre

lunedì, 09 ottobre 2006 in: scatti, esperimenti letterari, valigie in tasca

Una penna, presa in Irlanda, scrive a punta larga.

Una stilografica usata dai giovani isolani per imparare la scrittura celtica.

La uso per il mio nero moleskine. La uso per tatuarlo di frasi, per spazzarlo di tutto quel bianco e di tutte quelle righe musicali.

Ottobre spazza via gli ultimi grumi d'estate. Li ripone nei cassetti con le magliette corte e i sandali ancora polverosi di sabbia.

Un tempo questo lavoro era compito ingrato del settembre, della prima foglia gialla caduta a terra.
Oggi il settembre porta con sè solo la pioggia e l'odore di natale, ma mischia ancora questa atmosfera con la solarità delle ultime ore lunghe estive. Tiene ancora aperte le finestre e attira le ultime, irriducibili zanzare.

Ottobre, con calma, riporta i binari del tempo sulle giuste traiettorie.
Le stesse, impercettibili che seguo da quando vive e vegeta (soprattutto la seconda) questo blog.

E' impressionante come piccoli passi indistinguibili traccino infine rotte così grandi.
Poche ore fa un altro, importante tassello, è stato aggiunto al viaggio. Quel viaggio di una vita assieme.

Nato così, in un giorno di sonno, mentre ancora contorcevo il cuscino facendolo sprizzare di piume (quelle che non volano, inutile tentare). Mi siedi vicino, mi carezzi per svegliarmi, mi sussurri.
Semplice come un bacio.
"ho trovato il vestito"

Nel dormiveglia sospeso realizzo a fatica. lento.
E mentre Ottobre comincia il suo passaggio all'inverno, intimando di coprirmi, già tracci i contorni, sul foglio, del tuo "Abito".
Ed ogni volta che la parola attraversa la stanza è un brivido, un passo subito prima della commozione. Un movimento delle mani e ti ritrovi a carezzarne la gonna. E' solo un sogno ma è reale.

Ottobre è così. Passa veloce, neanche te ne accorgi che c'è. Passa, correndo in bici e lo intravedi dalla cima delle scale.
Nell'attimo in cui scompare dietro l'angolo tutto è diverso.
L'autunno è reale come l'anno passato. Ti regala la gioia di vestire i maglioni e di costruire. L'emozione da prima volta, quando tutto ti sorprende ancora.

Chiudo gli occhi e me lo immagino, Ottobre. Mentre colora di vernice fresca i contorni di queste serate. le taglia, le accorcia. Le copre con la lana e le piume che non volano, che riscaldano.

E mentre tutto questo passa, mentre ancora ci sei dentro come le foglie che cadono e spazzano via il rumore del mare, sei un gradino più in alto.
Sei silenziosa eppure gridi.

Come quel grido, silenzioso. Solo mimato.
Ma forte da farti piangere.

(------)

Simone, minimal 12:30 | commenti: commenti (1)(popup)

Il lato scuro della forza

giovedì, 28 settembre 2006 in: divertissement, scatti, cinemini

Luke è incestuoso.

Ma avete visto come la guarda, Laila? No ditemi. Ma che schifo.. sono gemelli..

Non mi fido di quelli del lato chiaro. Ipercontrollati, sempre ammodo, e niente donne.

Perlomeno i preti possono incazzarsi, di tanto in tanto. (questa mi sta costando la mia prima scomunica).
E perchè ce l'hanno poi tanto con i sith?

Ve lo dico io. Perchè i sith fanno quello che gli pare.
Uno gli ha fatto uno sgarbo?
via il braccio.
Gli fai i gestacci dalla macchina?
Ti fondono il motore con le scariche elettriche
Gli trombi la moglie?
Ti ipnotizzano convincendoti che sei Giorg Maicol.

E ti mandano ad un raduno di camionisti.

I sith si sposano, hanno bambini, partecipano alla vita politica, hanno la spada laser rossa (i jedi non possono averla di quel colore, e si sa, questo gli rode), sono tamarri, piacciono al popolo.

Ecco appunto. I sith piacciono al popolo.
Il capo del governo è il signore dei sith. Sto parlando di Star Wars.
E i jedi lo invidiano.
Yoda lo invidia perchè perlomeno lui quando è al distributore può prendere il caffè.
Il nano verde, invece, può solo prendere "tanto zucchero".

Difatti muore di diabete.

Insomma quindi il lato scuro della forza è più simpatico. E' per questo che Lucas, ben sapendo che uno come Luke alla lunga sarebbe stato sull'anima a tutti, ha inserito i droidi e Indiana Jones.

Sono le spalle comiche.

I sith non hanno bisogno della spalla comica. Sono perfetti così.
Perchè dovremmo odiarli? Ci sta forse sul cazzo Fonzie quando fa partire il Juke-box a schiaffi? (è un sith, sapete?)

Per cui unitevi anche voi nella campagna a favore dei sith. Liberiamoli da questa nomea di malfattori.

Sono rossi e sono grandi politici. Ditemi voi se non è un sogno ad occhi aperti.


Simone, minimal 18:02 | commenti: commenti (popup)

Della Coop, Degli Honey Ciuffy e Dell'Inno nazionale

mercoledì, 27 settembre 2006 in: divertissement, scatti, musicalmente, toghe in delirio

Si insomma, se questi sono gli special, dove sono i "K" normali?

Se lo chiedeva giusto qualche tempo fa Peter Griffin, a ragion veduta.

In effetti me lo chiedevo anche io. Poi ho scoperto gli Honey Ciuffy, che costano meno e sono più buoni.

E quindi mi appare in un lampo come l'alternativa italica in alcuni casi sia valida. Si perchè gli Honey Ciuffy sono italiani. Li fa l'Esselunga. Non si dovrebbe dire troppo che faccio la spesa all'Esselunga anziché alla Coop, ma che ci volete fare?
I punti Fidaty danno più regali di quelli da socio Coop. E anche se la Coop sono io mentre l'Esselunga è qualcun'altro mi va bene così.

Eppoi è sotto casa e i prodotti economici si chiamano Fidel. Ora finiamola o devo pure mettere il faccione di Ernesto a suggello di questo post.

Secondo voi perchè l'inno dell'italia che vince i mondiali di calcio è Seven Nation Army dei White Stripes?

Ma soprattutto: loro lo sanno che noi cantiamo PO-PO-Poroppò e via discorrendo da mattina a sera?

Perchè non ci fanno causa. Uno passa una vita a farsi fama di gruppo un po' da dietro le quinte, ricercato e poi, alla prima che sfonda nelle charts, subito ti inculano e la fanno diventare la suoneria del cellulare di ogni italiano.

Mica è normale.

Io come suoneria adesso c'ho la colonna sonora dei Pirati dei Caraibi. E insomma mi suona il telefono a studio, manco fosse partito l'arrembaggio; si gira un avvocato e fa: come mai non hai il Po-po-porompopò (ocomeminchiasidice)?

Come?

Si dai, ce l'hanno tutti.. e mi squadra come se avessi su la maglietta della germania con su scritto "io odio gli ebrei".

Io balbetto e sorrido. Nessuna risposta pronta. Essì che quando l'ho messa nel cellulare, la sigla dei Pirati, pensavo chissà che figata quando suona..
Invece no. Mi si girano tutti e dicono: perchè non hai il Po-po-porompopò?

Allora ci ho pensato bene. Ora vado a casa e mi scarico la sigla della Coop. Si, quella anni 80 che faceva "la Coop sei tu.."

Quella deve funzionare. Evito di beccarmi un'accidente dai White Stripes e al tempo stesso resto fedele alla linea.

Si direi che così ci siamo. Va talmente bene che posso rimandare a dopo la consueta immagine in bianco e nero.

Parlerei anche di scuole materne del futuro, ma rischio che il progetto venga rubato, magari dai Francesi e poi ci ritroviamo, chessò, un multisala dalle sinuose corporature legno/vetro dove proiettano solo i grandi classici di Belmondò. Per cui acquainbocca.

 

Simone, minimal 18:11 | commenti: commenti (2)(popup)

Oddio sono diventato radical-chic!

martedì, 26 settembre 2006 in: scatti, musicalmente, cinemini, roba da bloggers, astruse astrazioni
Ora, con questo bello sfondino grigio parquet tutti-dico-tutti s'aspetterebbero la fine di ogni seppur malcelata molestia.

Guardate, me l'aspettavo anche io.

Mi aspettavo di starmene serio e (scusate, destrutturo winamp, che ha rotto il c@zzo) postare simpatiche e argute riflessioni corredate anche e spesso da foto in biancoenero oppure virate a seppia.

E la cosa funzionava pure. Figurarsi, dopo la disintossicazione da libriminchia, da musicaminchia, da qualsiasicosaminchia, ero diventato radical-chic (oh, non lo dico mica io, sapete?).

Il che mi inorgoglisce, sebbene ignori il significato del termine e mi faccia fatica andare a ravanare nel dizionario Devoto-Oli.

C'ho un libro serioso e intrigante da leggere. Lo vedete in basso a sinistra, si chiama casa di foglie.
L'ha scritto un tizio dal cognome impronunciabile e intrascrivibile, mapperò di nome fa Mark.

E insomma Mark scrive questo libro in cui (cito la costola e non vi svelo nullanulla)(o quasi) a proposito di una casa che è più grande dentro che fuori.
Questo sogno erotico di ogni costruttore edile in realtà genera un rifrullo di terrore et raccapriccio in ogni suo ignavo abitante.
Indi per cui il nostro Mark scrive a proposito un sacco di pagine con rapidi cambi di font, dimensione di carattere e voci narranti sparse.
Il risultato è che lo apro in libreria e rimango attratto dalla multiforme varietà della lettura.
No, a dirla tutta vedo un librone bello alto ma senza costolaminchiona e perdipiù con un sacco di pagine bianche dentro.

Insomma già qui si capisce che il radica-chic in me è tutto fumo e niente arrosto. oggiù ,magari la salsiccia. (ché poi io l'ho sempre chiamata salciccia, per la gioia e il riso di grandi e piccini. e perchè fa più gola)
Ma dyvago.

Allora ad esplorare bene la situazione aggiungo che non sto più ascoltando i ragazzi di Galway, anche perchè sono rimasti incastonati nel vecchio lettore dvd della mia auto.
E chi riesce ad estrarli diventa re Artù.

No ascolto un sacco di Trip-hop. sapete,no? quella roba che dice l'ha inventata Tricky, anche se poi MTV.it attribuisce tutto agli Archive.

Insomma, come argutamente osservava la mia dolcissima metà, casa nostra pare la succursale di B-side.

Allora segnalo per i musicofili un gruppo notevole che risponde al nome di Blockhead.
Nonchè l'evento scoperto da settimane che gli Archive saranno a Milano a Novembre.

Tanto di questo non frega praticamente a nessuno.

Insomma essere radical-chic significa solo che non canto più le canzoni di nek in macchina.

Non importa se mi vedo il film degli Articolo 31 (si lo so. pareva incredibile anche a me. e invece è tutto vero. Gli articolo 31 hanno fatto un film che si chiama senza filtro. Quello che invece non è incredibile è che faccia veramente schifo): Resto radical-chic.

Pannella con una bella giacca di Armani è radical-chic? Mah.

Ma soprattutto Armani con una canna di Pannella che roba è?

Forse è meglio se vado perdavvero sul vocabolario a controllare.

E adesso? No via, la foto virata o in bianco e nero la metto da costituzione. Così poi posso vantarmi di quanto è radical-chic il blog.

Tiè
Simone, minimal 16:40 | commenti: commenti (1)(popup)

Del bucato e del Palio. Forse proprio in quest'ordine..

lunedì, 25 settembre 2006 in: scatti, romance, esperimenti letterari, valigie in tasca
Cosa vedete?

Vediamo Una città. Antica. Alte mura e una torre che dice ci fanno il palio attorno.

No, non attorno. Di fronte. Sul tufo.

Tufo? Che roba è?

Un terriccio per non far scivolare i cavalli.

Cavalli? Ci corrono i cavalli?

Si. Questo vedete, dunque.

Perchè, tu che ci vedi?

Io la guardo e vedo passi silenziosi, per le strade in salita e il cuore emozionato.
La guardo e vedo il bucato steso. Sono anni che non si vede.
La guardo e vedo il silenzio della vera quiete. Quella che magari cerchi tutta una vita e ti passa sotto il naso mentre sei stressato e incavolato perchè magari non la trovi.
La guardo e vedo tutto in prospettiva. Come la prospettiva di viverci, tanto da pensare che il motorino non lo saprei mandare, tra quelle strade strette.
La guardo e vedo le travi nelle case che sbirciamo sempre.

Ah.

Oh, io la vedo così.

E il palio? La torre? il Tu..terriccio?

Si ci sono anche quelli. Ma sono minuti in una vita di anni. Non trovate?
Simone, minimal 20:36 | commenti: commenti (2)(popup)

Non è un giorno delizioso?

domenica, 24 settembre 2006 in: scatti, musicalmente, romance, fiorentinismi
Passeggiare un sabato pomeriggio per il centro.

Senza pretese di vedere, di viaggiare, di crescerci tra quelle mura.

Senza alcun desiderio di niente che non sia il passeggiare stesso.

Vita di un sabato qualunque, quando anche entrare in un negozio e trovare il "cappotto di Ottobre" rende tutti e due più molesti e felici.

Vita di un sabato saltellando da un locale all'altro, magari con uno sguardo imprescindibile a quel duomo Duomo, che ci guarda silenzioso, calpestato dal turismo settembrino.

Riprendersi semplicemente i nostri spazi, gli spazi di un NoiDue un po' separato questa settimana.

Distesi su questo letto ad ascoltare Diana Krall, per esempio.

Distesa a leggere "Il Profumo", magari immaginando la controparte cinematografica di quelle pagine.

Oppure con la borsa a tracolla e destinazione Siena.

Senza pretesa alcuna che non sia la mia mano nella tua. la tua nella mia.

Isn't this a lovely day
To be caught in the rain?
You were going on your way
Now you've got to remain


Let the rain pitter patter

But it really doesn't matter
If the skies are gray
As long as I can be with you
As long as I can be with you
As long as I can be with you
It's a lovely day
Simone, minimal 16:16 | commenti: commenti (popup)

Mi guardi, Ti guardo.

giovedì, 21 settembre 2006 in: scatti, romance, valigie in tasca
Il tema è la partenza.

quella partenza con pochi bagagli, quella per lavoro, quella che non avrà foto al suo ritorno per i bei momenti.

il tema è la partenza.

quella partenza che non vedi l'ora di essere di nuovo al ritorno, col tema del ritono che mette allegria e progetti nella testa.

dovremmo insegnare ai treni a mettere le ali.

dovremmo imporre alle stazioni a togliere i binari.

dovremmo progettare solo partenze assieme.

non guardarmi così.
Simone, minimal 18:50 | commenti: commenti (popup)

Settembre

martedì, 19 settembre 2006 in: scatti, esperimenti letterari
tempo di quelle lunghe gocciole di acqua pesante.

quando scivola sui bordi del marciapiede e si accumula ai lati delle strade.

acqua che ti bagni ben più delle suole, da dover ridisegnare le traiettorie.

così, ridisegnando le traiettorie nel grigio torpore di questo inizio autunno, mi ritrovo con il pensiero a quell'ombrello che riposa nell'ingresso della tua nuova cameretta.

quell'ombrello con cui mi hai riportato alla macchina. Sotto il rumore incessante del temporale.

Ha lavato via l'estate, riponendola nei tombini, riportandoci dentro ai calzini;

Reclama le coperte questo Settembre. Coperte calde per coprirsi quando non si può stare così vicini da scaldarsi con il solo suono delle labbra incollate.

Reclama il bisogno dei ricordi nelle foto, nel nostro viaggio d'Irlanda, nel nostro passaggio breve sul mare.

Si sente nell'aria questo prfumo di foglie secche, quel colore ocra che si aggira, che accerchia i campi per invaderli con i toni pastello del Novembre, della stagione un po' grigia.

Quella stagione che ci vorrebbe accoccolati sulla medesima poltrona a sorridere di piccole cose: di Nedo che scivola dal mobile e tenta la salvezza aggrappata alla poltrona, dei Griffin in seconda serata con puntate che finalmente possiamo (ri) vedere in Italiano, magari dietro a qualche diagnosi folle di Greg lo zoppo.

sorridere di piccole cose.

E mentre batte sulle finestre goccia dopo goccia e l'aria profuma di tabacco acceso, mi ritrovo a pensarti, mi ritrovo a cantarti come vento sulla faccia, che sconvolge le sabbie delle spiagge bianche o che risale la china delle colline, che schianta a ondate l'acqua lungo le scogliere di Inìs Oìrr.

Settembre e un bacio. Settembre e la pioggia. Settembre e il vento.

Simone, minimal 00:06 | commenti: commenti (popup)

Qualcosa di deliziosamente scorretto

lunedì, 11 settembre 2006 in: scatti, termopolitica, scelte di campo

Salve.

Dolente avvertirvi che non sarò buono oggi.

Dolente sottolineare che se la cosa vi disturba ne sarò perfino deliziato.

Dolente fino ad un certo punto, badate.

Oggi è l'undici settembre. Non ci giro attorno.

5 anni fa succedeva quello che tutti sanno.

Non c'è TG o canale satellitare che eviterà di parlarne.

5 anni fa è stata posta la pietra miliare che giustifica (?) quel gran casino che va avanti in Afghanistan.

La caccia a Bin Laden e al terrorismo.

grazie a quel duplice crollo cantanti hanno ritrovato l'ispirazione, registi si sono piegati (a 90°) per un bell'assegno e commozione facile.

Quanti film? Quante canzoni?

Quante foto? (oh, non so se avete notato ma 5 anni fa chi non si preoccupava di morire aveva una macchina fotografica e scattava come un forsennato)

Ecco solo questo.

Sono 5 anni che non si può parlare altro che di quei poveri americani innocenti morti nelle torri gemelle.

Ma ve l'avevo detto, no? L'avete letto il titolo?

Ecco la verità è semplice: Mi sono rotto i coglioni di questa pagliacciata mediatica.
Semplice e lineare. Polveroso ma lineare.

Mi sono rotto i coglioni di questa ridicola guerriglia in Afghanistan. Mi vergogno del fatto che questo governo ancora non abbia tirato fuori le palle, oltrechè i nostri soldati da questa gita organizzata da Bush jr.

Mi sono rotto i coglioni degli americani che ormai hanno la scusa per tutto. Come se il terrorismo ce l'avessero avuto solo loro.
Gli spagnoli hanno avuto il loro bel daffare. Eppure son già tutti a casa i loro soldati.

VERGOGNA.

Mi sono rotto i coglioni di questo show business da quattro soldi. Mi rifiuto di guardare uno solo di questi filmetti che ci fanno vedere il palazzo che crolla e la gente che scappa.

Ecco cosa sono questi americani: squallidi profittatori. Pure sulle carcasse dei vostri "presunti" compatrioti volete lucrare. E siete così miseri da volerla passare come una "rievocazione".

Sono passati 5 anni. Tutte le teorie che sostenevano una presunta complicuità della politica interna americana, dei loro serrvizi segreti, che fine ha fatto?

Dunque, son passati 5 anni e c'è uno spiazzo chiamato Ground Zero. Per non dimenticare, dicono.

Perchè ora torna comodo, aggiungo.
Dategli dieci anni a questi bifolchi col cappellone, ci faranno un multisala.
O magari altre due belle torri.

Quell'evento ha solo dimostrato una cosa: Quel cretino del presidente americano, se vuole, può far guerra a chi gli pare.
Avrà sempre al seguito qualche deficiente che gli va dietro.

Come noi.

Oggi festeggio i 5 anni dell'ipocrisia mondiale.
EVVIVA.

Simone, minimal 16:39 | commenti: commenti (popup)

martedì, 05 settembre 2006 in: scatti, teledipendenze

Come diceva mia nonna?
<<non dovrebbero darla certa roba in tivvù!>>

certo lei parlava di Goldrake e Mazinga che guai a toccarli. Mostri sacri in tutti i sensi.

e poi loro salvavano il pianeta.

però, però.. insomma io da quando guardo Dr. House M.D. mica mi sento più tanto bene, sapete?

beh, la tosse magari l'ho presa in Irlanda, perchè con il freddo e il vento mi ostinavo a stare in maglioncino per fare il figo.

o forse è la polvere respirata a Ferrara.

magari i peli della gatta.

però, però.. insomma c'è il mal di stomaco, e il mal di testa che ci prende la sera e non si sa dove sbattere la testa.

ci vuole un check-up, altrochè.

<<Sintomi?>>
<<mah.. tosse e qualche volta mal di stomaco..>>

<<Non mi dica! e magari qualche volta la febbre? In certe zone la chiamano influenza ma è meglio andarci cauti. La saluto>>
<<Aspetti.. guardi la febbre non c'è..>>
<<E si lamenta?>>
<<Beh magari non è influenza.. e poi dura da un po' e anche la mia fidanzata..>>
<<Non facciamo sconti per comitive. Mi spiace, provi all'agenzia all'angolo>>

<<Senta ma io pago, sa?>>
<<Pure io. Ma non credo rientri in una sintomatologia precisa, mi spiace.>>
<<Per cortesia, almeno ci dia un occhio..>>

<<uff.. va bene, vi facciamo qualche analisi. Ma da oggi in poi mi deve chiamare "Babbo Natale">>

<<dunque, hanno mal di testa frequenti e mal di stomaco la sera. Idee?>>
<<Meningite allo stomaco>>
<<E dove l'avete letta? Sulla settimana enigmistica?>>
<<Vi aiuto: la sera mangiano formaggi spesso cotti. In vacanza si facevano fuori anche sei uova in 24 ore>>
<<Indigestione?>>
<<Dopo 20 giorni? Sono umani, non mucche>>
<<senza contare la storia della tosse. E del sonno la mattina>>

<<Chi c'è in casa con loro?>>
<<mah.. il padre di lui..>>
<<nessun altro?>>
<<ehm si.. ci sarebbe un gatto..>> <<per la precisione una gatta!>>

<<ma allora..>> <<allora?>>

<<Ma sono tutti dei TROIAI!>>

Ecco siamo dei troiai. Vabbene? 

Simone, minimal 10:22 | commenti: commenti (popup)

Da vicino

venerdì, 01 settembre 2006 in: scatti, esperimenti letterari, valigie in tasca
Da vicino le lunghe distanze non contano.

si fanno chilometri in pochi metri, miglia in poche bracciate di mare, e tutto è aperto. Tutto è irrimediabilmente vicino. Anche le distanze temporali risultano assottigliarsi e i giorni si riducono in spazi di pochi, intensi minuti.

Così, fissare questa foto rende tutto il senso di ciò che è al di là del lo spiraglio di roccia. Senza bisogno di metterlo a fuoco. Sai che c'è, so che è là. E nient'altro occorre. Bastano pochi passi e sono oltre ma non serve.

Così è il tempo. Passano mesi come fossero minuti  e in lontananza si scorge un piccolo traguardo. Qualcosa di importante ancora sfocato.
Non importa.

Sappiamo entrambi che è in fondo a questa strada. Non serve correre perchè viene comunque con quella lenta velocità che in un batter d'occhio ci avvolge in nuvole di seta bianca e confetti.

Anche se la scritta è sfocata. Non è un problema.
Magari, però, una visita dall'oculista la si fa. Per scrupolo.
Simone, minimal 19:50 | commenti: commenti (popup)